L’estate, il punto di non ritorno del terrone che torna a casa

Decalogo del meridionale che d’estate (senza scampo) torna nella sua terra e si accorge di tutto ciò che è diverso dalla sua vita nel resto dell’anno. È il mondo che ha lasciato e che, forse, non ritroverà più

Quando sei terrons è ovvio che l’estate la passerai a casa tua.

Indipendentemente dal fatto che tu abbia parzialmente reciso il cordone geo-ombelicale (per cui tendi ad appalesarti il minimo indispensabile, tipo 5 o 6 giorni, prima di iniziare a coltivare istinti suicidi), o che tu sia ancora in pieno terronismo emotivo per il quale nulla ti interessa del mondo, le ferie estive si fanno solo e soltanto alla casa tua, che è la casa vera, quella nella terronia da cui fieramente provieni (posizione dialetticamente sostenuta da argomentazioni tipo “Ce l’ho a casa mia il mare, cosa devo andare a fare a Formentera!”…essì, c’hai ragione anche tu). In ogni caso, è sostanzialmente scontato che spenderai una parte o la totalità delle tue ferie al sud. Le uniche eccezioni vengono dolorosamente concesse alle coppie di sposi, solo e soltanto nell’anno del viaggio di nozze, sia chiaro.

È innegabile, tuttavia, che nel tempo ci siano alcune evidenze/circostanze a cui andrai incontro e che ti lasceranno sempre più interdetto, mentre la fascinazione nostalgica per la terra natìa tenderà a stemperarsi e, con essa, l’asticella della tua tolleranza ad abbassarsi. E ciò che ti appariva suggestivo e folcloristico inizierà a sembrarti inappropriato, talvolta privo di senso, e forse sì, è un po’ triste ma è l’inevitabile destino del terrone espatriato.

Facciamo degli esempi:

1. L’accento. Quando torni tutti ti faranno notare che parli in milanese/romano/bolognese e non più con quella tua bella cadenza originaria, fatta di vocali aperte e chiuse un po’ a caso, suoni gutturali e un forbito lessico vernacolare. Te lo diranno schifandoti, come se tu fossi un traditore, un disertore, oppure uno snob, uno che adesso se la sente e scimmiotta pure la parlata del nord, posto in cui vive da appena DIECI ANNI. A-s-s-u-r-d-o-h. Ora, a questi signori ci piacerebbe ricordare che sì, può succedere di perdere un po’ di fluency dialettale o di accento, quando su 365 giorni all’anno ne passi 350 in un posto che non è la tua città di provenienza. C’è gente che così apprende interi idiomi da zero, cosa volete che sia un banale accento.

2. Ti diranno che sei dimagrito. Anzi, ti diranno che “stai sciupato”. Risponderai che è lo stress. Oppure che no, non è vero, non sei dimagrito, lo dice la bilancia che non sei dimagrito. E invece no! Se loro dicono che sei dimagrito, che hai il viso scavato, che “non ce n’è rimasto” di te, devi crederci. E se “stai sciupato” è perché tu non mangi abbastanza. Ma non temere, perché ora faranno di tutto per farti tornare al nord con almeno 5 kg di più.

3. Il cibo, per l’appunto. È un fatto indubbio che tu abbia perso il ritmo alimentare borbonico e ti sia convertito a quello dell’ambiente in cui vivi, mutuandone alcune usanze alimentari che i primi anni non facevi che disprezzare dal più profondo del tuo cuore. Tra esse annoveriamo cose come: il sushi, il brunch, le centrifughe detox, la quinoa, i semi, le bacche, le spezie, l’avocado toast e il veggie burger. Ora, io sono pugliese e in Puglia d’estate si campa di arrosti di bombette, salsiccia e capocollo, oltre che di frittura di qualunque cosa, pesce, formaggi freschi e salumi. Ettolitri di olio d’oliva. Pane a volontà. Taralli. Friselle. Focaccia barese a colazione. Un incontenibile tripudio di carboidrati e lipidi, al quale non ti sottrarrai (perché quei cibi sono deliziosi e rievocano in te tutta la tua gastro-storia affettiva, e anche perché sottraendoti rischieresti di essere diseredato dalla tua famiglia). Ma devi saperlo: avrai costanti problemi digestivi, gonfiore e appesantimento. Inoltre, quando tornerai al nord, ti ci vorrà un bel po’ per riconsiderare succulenta la Jambalaya cotta al vapore.

4. Scoprirai che al sud la raccolta differenziata viene fatta in maniera quanto meno arbitraria. Chiederai timidamente: dove lo butto? E capiterà che ti rispondano “nel cestino” (se sei in casa, altrimenti ovviamente puoi buttare pure per terra, in mezzo alla strada). Ma come nel cestino? Come potete averne uno e non quattro? Com’è che funziona? Dove buttate la monnezza? Nei cassonetti. I CASSONETTI, oggetti di cui dimentichi l’esistenza nella città nordica, ma che qui proliferano ed emanano deliziosi odori di discarica in mezzo alla via, soprattutto a ridosso dei giorni di ferragosto, che la nettezza urbana giustamente è in vacanza, quindi lasciamo che il pattume si accumuli al pattume.

5. Continuerai a non farti una ragione del fatto che tutto si fermi per 3 ore nel bel mezzo della giornata. Cioè che da ora di pranzo alle 17-17.30 tu non abbia la possibilità di spendere soldi, qualora volessi. Rassegnati: i negozi sono chiusi. Fa caldo. Si fa la siesta. E, se è per questo, ci sono ancora usanze obsolete e incomprensibili come non-lavorare la domenica.

6. Altro tema delicato: i trasporti. I mezzi pubblici sono un concetto letteralmente astratto, al limite della mitologia, della cui esistenza si hanno alcune prove ma non attendibilissime. Per fare 100 metri si usa l’automobile e ciò dipende anche dal fatto che in molte aree urbane, qualora pensassi di avventurarti a piedi, rischieresti di essere assalito da un branco di cani randagi.

7. A proposito delle automobili: il manto stradale sembra quello di Baghdad nel 1991, disseminato di crateri, a cui si alternano dossi artificiali alti 20 centimetri. Sostanzialmente, se non hai una conoscenza capillare di tutti gli ostacoli del rally che devi fare per arrivare a destinazione, hai ottime possibilità di fotterti le sospensioni della macchina. Contestualmente, si rileva negli indigeni una notevole difficoltà di comprensione in merito al senso delle strisce pedonali e al funzionamento delle rotatorie stradali (nella mia città d’origine, in particolare, non esiste il concetto di “precedenza” e vige la legge dell’incrocio a “futt cumbagn”, frega il prossimo tuo, chi passa per primo è più bravo, la precedenza non si cede, si prende!). Capite quindi quanto un accorgimento che ovunque serve per fluidificare il traffico, in alcuni luoghi diventi un insuperabile fattore di difficoltà.

8. Quando arrivi a destinazione, trovi il parcheggiatore abusivo, una figura sociale di cui eri dimentico. Non ha nemmeno il giubbetto catarifrangente per darsi un tono. Ha semplicemente un’aria losca e ti si avvicina. E tu gli paghi la tangente di 2 euro (a patto che non ci siano eventi straordinari, nel qual caso la tariffa può aumentare) affinché non compia atti vandalistici sulla tua automobile, liberamente posteggiata sul pubblico suolo (una volta a un mio amico hanno forato 2 gomme, per intenderci). Quello ti ringrazia chiamandoti “capo” o “dottore” se sei uomo. Oppure “bella” se sei donna. E se ne va. Il suo mandato si esaurisce con questa micro-estorsione.

9. Guardandoti intorno, noterai che la gente usa le Hogan e non se ne vergogna. Oppure che c’è un’epidemia di pantaloni bianchi, oppure di costumi di Dolce & Gabbana, oppure di borse della Guess o di Alviero Martini, entrambe ostentate manco fossero Birkin di Hermès. Noterai che c’è un nuovo lounge-bar, con dentro gli schermi al plasma che trasmettono un video di Alvaro Soler e un interior design “moderno” con sedie squadrate trasparenti e discutibilissimi abbinamenti cromatici. Oppure possiamo andare in quel nuovo locale hipster, i-i-i-i-indipendente, dove se la fanno gli “alternativi”, che se la tirano manco fossero la Factory di Andy Warhol perché suonano la diamonica Bontempi in garage (per carità, ci sono un sacco di validissime realtà musicali locali, diciamo che i migliori non hanno bisogno di menarsela così tanto).

10. E poi c’è il mare. Sei terrons, è estate, devi andare al mare. Il ché significa che devi prendere l’automobile, guidare, fare code sulla litoranea, tirare giù tutti i possibili gesuccristi perché non trovi parcheggio, parcheggiare, scarpinare sotto quattromila gradi, arrivare in spiaggia, procacciarti un lembo di spazio sufficiente a stendere il tuo telo che in tempo 3 minuti (3 minuti!) sarà prontamente smerdato di sabbia, allontanarti per andare a fare il bagno sperando che non ti ciulino la borsa con le chiavi e la patente, farti largo tra esagitati che giocano a “5 si schiaccia” in acqua, bambini che strillano, musica latino-americana e/o reggae che proviene da qualche baracchino e lussureggianti materassini matrimoniali king size ai quali tu non hai accesso. Il tutto per uscire dall’acqua e constatare che sei l’essere umano più bianco di tutto il litorale jonico. Sono tutti marroni. Tutti. Ma proprio marroni. Marroni come se vivessero in spiaggia e dormissero in un lettino solare ogni notte. Marroni e tatuati. Spesso depilati. E tu li osserverai mentre, completamente sensibilizzata all’aggressività dei raggi ultravioletti, ti spalmerai una protezione specifica per il viso, una per le labbra, una per il corpo, l’olio per i capelli che la salsedine li rovina non sai quanto. E cercherai un po’ d’ombra, perché a tutto questo sole non è che sei poi abituata e poi essere troppo abbronzati è volgare.

Però, se riuscirai a resistere fino all’ora del tramonto, quando i più se ne saranno andati, quando il sole inizierà a scendere pericolosamente verso il mare, disegnando le ombre scure di tutto ciò che incontra e tingendo di rosa e arancione il cielo; quando l’aria sarà più fresca e le acque lambiranno placide la riva; quando guarderai la sera calare sugli uliveti e i muretti a secco, e le erbacce, e le case basse della provincia, allora non potrai non ritrovare la bellezza della terra da cui vieni; la sua autenticità; la semplicità delle sue sovrastrutture; non potrai non ricordare cos’è che ami ancora; cos’è che ti fa tornare; cos’è quel sapore agrodolce che senti, ogni volta che pensi che quella terra bellissima è abbandonata a se stessa, che non evolve, che non cresce come cresci tu, che forse hai raggiunto il tuo punto di non ritorno del terrone, che non avresti voluto mai, e invece è arrivato, quel momento in cui alla domanda “Torneresti a vivere qui?”, rispondi senza esitazioni “No”.

“Ma in ferie sì”, aggiungerai. Perché c’è ancora qualche amico che torna, perché ci sono gli affetti, la famiglia, i ricordi, i cassonetti, i parcheggiatori abusivi, i negozi chiusi al pomeriggio, i cani randagi, le buche sull’asfalto, i dossi, gli arrosti di carne, le fritture di pesce, i cornetti (cornetti, non brioche) mangiati all’alba, i cocktail a 3 euro e le birre a 1 euro, l’estetista che ti depila anche l’anima per 20 euro e il parrucchiere a domicilio che ti fa la piega con 8.

E le serate in villa. E le notti umide. E i dondoli nei giardini. E le albe che sorgono.

E le chiacchiere. E le risate. E i racconti.

Di come siamo. Di come eravamo . Di quanto siamo cambiati. E di quanto siamo rimasti uguali

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta