«Renzi ha stancato, ma la vera notizia è che esiste ancora un elettorato di centrodestra»

Parla il politologo Giovanni Orsina. «Le elezioni mostrano un appannamento della leadership renziana». Il premier paga la sovresposizione mediatica e l’incapacità di conquistare l’elettorato di centrodestra. «Subisce una battuta d’arresto anche la sua idea del rinnovamento»

«Le elezioni dimostrano un appannamento della leadership renziana, questo è fuori di ogni dubbio». Ne è convinto Giovanni Orsina, professore di Storia Contemporanea e vice direttore della School of Government della Luiss. Se la sconfitta del Partito democratico è chiara, le cause del fallimento sono numerose. Le difficoltà di Renzi restano evidenti: l’inquilino di Palazzo Chigi paga la sovraesposizione mediatica e l’incapacità di presentarsi come protagonista del rinnovamento. Soprattutto, ha scoperto di non riuscire a conquistare l’elettorato di centrodestra. Sullo sfondo resta il referendum di ottobre sulla riforma costituzionale. «Fossi in lui sarei molto preoccupato – spiega Orsina – Senza il tocco magico di un tempo, Renzi dovrà convincere gli italiani a votare su un argomento molto tecnico e complicato».

Professore, le amministrative segnano una sconfitta per il centrosinistra. Il fallimento è soprattutto di Matteo Renzi?
In parte. Alle amministrative sono andate al voto realtà molto lontane, con storie diverse e tassi di astensione elevati. Gli elettori hanno scelto i propri sindaci condizionati principalmente da questioni locali? Non lo sapremo mai. Sicuramente nel risultato elettorale c’è stata una componente nazionale. E ha visto Renzi non più come una risorsa, ma come un problema.

Il 40 per cento conquistato dal Pd alle Europee del 2014 è sempre più lontano. Adesso che succede?
Mi limito a ricordare che per Renzi anche le Regionali dello scorso anno non erano andate benissimo. Questo dimostra un appannamento della sua leadership. È fuori di ogni dubbio.

Per qualcuno l’errore strategico di Renzi è stato personalizzare eccessivamente la sfida politica.
Lo stile della leadership renziana probabilmente stanca. L’opinione pubblica è molto volubile, impaziente e dispettosa: si stufa di chiunque. Basta poco e ci si trova appiccicata addosso l’etichetta di “vecchio”. E questo avviene al netto di pochi casi in controtendenza, come il nuovo sindaco di Benevento Clemente Mastella. Rispetto a questa evidenza, lo stile di Renzi è stancante. C’è sempre lui, è presente ovunque, parla molto. Le battute sui gufi quante volte le avrà fatte? La sovraesposizione mediatica può essere stata una delle componenti della sconfitta elettorale.

Lo stile della leadership renziana probabilmente stanca. L’opinione pubblica è molto volubile, impaziente e dispettosa: si stufa di chiunque. Basta poco e ci si trova appiccicata addosso l’etichetta di “vecchio”. Renzi c’è sempre, è presente ovunque, parla molto. Le battute sui gufi quante volte le avrà fatte?

C’è poi il tema della novità. Renzi ha ammesso che in queste elezioni ha vinto la voglia del cambiamento. La rottamazione non è avvenuta o non è stata percepita?
Il punto è interessante. Può aver vinto la voglia di cambiamento rispetto a un presidente del Consiglio in carica da soli due anni? Anche qui la spiegazione cambia in base alle diverse realtà. A Roma e Torino, probabilmente, la voglia di cambiamento ha riguardato le precedenti amministrazioni di centrosinistra. Sicuramente Renzi non è più in grado di rimediare alla percezione del Pd come qualcosa di vecchio. L’idea di un premier della rottamazione e del rinnovamento subisce quantomeno una battuta d’arresto.

Un dato politico. Dove il Pd va con la sinistra, da Milano e Cagliari, vince. Altrove incontra maggiori difficoltà.
Renzi non è riuscito a sfondare nell’elettorato moderato. Ai ballottaggi gli elettori di destra hanno scelto sempre i candidati dei Cinque Stelle. Da questo punto di vista il progetto del Partito della Nazione non sembra andare in porto. Ma il punto vero è un altro, che nessuno sembra vedere. La notizia è che esiste ancora un elettorato di centrodestra. È un elettorato che aspetta, nonostante tutti gli errori combinati dalla politica negli ultimi anni. È un mondo che ha sempre avuto nell’avversione alla sinistra una delle cifre fondamentali. E quando al ballottaggio sceglie un candidato grillino, sta dando un segnale. Sta votando contro il centrosinistra. Ma il Movimento Cinque Stelle è solo un ripiego, se ci fosse un valido esponente di centrodestra gli elettori moderati voterebbero per lui.

La notizia è che esiste ancora un elettorato di centrodestra. Aspetta. E quando al ballottaggio sceglie un candidato grillino, sta dando un segnale. Sta votando contro il centrosinistra

Intanto nel rapporto tra Renzi e il Paese sembra essersi rotto qualcosa. È preoccupante, dal punto di vista del premier, in vista del referendum di ottobre?
Il dato davvero preoccupante per Renzi è legato alla riforma costituzionale. Di fronte a un argomento così tecnico l’astensionismo potrebbe crescere ulteriormente. L’elettore medio faticherà a farsi un’idea della riforma e molti potrebbero decidere di non votare. Ecco perché l’antipatia per Renzi potrebbe spostare gli equilibri. Lo dimostrano le ultime elezioni: chi è contro di lui partecipa, chi è con lui spesso non va alle urne. Fossi nel premier mi preoccuperei di questo. Senza il tocco magico di un tempo, Renzi deve riuscire a portare la gente a votare su un tema molto complicato.

Venerdì è in programma la direzione del Pd. Nella minoranza qualcuno torna a puntare l’indice sul doppio ruolo di Renzi. Segretario e presidente del Consiglio. Secondo lei dovrebbe dimettersi dall’incarico di partito?
Per carità, siamo seri. Dal suo punto di vista, Renzi non dovrebbe assolutamente dimettersi. Non può lasciare l’incarico per alcun motivo.

Un altro tema di confronto con la minoranza dem è la legge elettorale. A Renzi non conviene cambiare l’Italicum? Con questo sistema di voto non si rischia di consegnare il Paese ai Cinque Stelle?
La possibilità esiste. Anche se sono convinto che in un ballottaggio nazionale gli italiani si comporterebbero diversamente da quanto accaduto domenica scorsa. Renzi è un uomo politico muscolare, l’Italicum è congeniale al suo stile. C’è l’idea di un partito contro un partito, di un leader contro un altro leader. Se cambiasse proprio adesso finirebbe per “derenzizzarsi”. La legge elettorale fa parte della sua identità. Vediamo se la sinistra interna e gli alleati centristi riusciranno a convincerlo, ma la mia impressione è che sull’Italicum Renzi non mollerà.

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