Vuoi vincere un referendum? Fallo contro l’Europa

Non solo Brexit. Dalla Danimarca alla Svezia, alla Francia, ai Paesi Bassi, alla Grecia: quando sono stati interpellati, i cittadini hanno sempre detto no a qualunque processo di integrazione europea

Non soltanto trattati e vertici fiume, la storia dell’Unione europea è stata fatta, in buona parte, anche a colpi di referendum. La consultazione pubblica è stata per lo più l’ultima arma nella mani di leader politici incerti dei passi da compiere, o in cerca di un mandato forte per tornare a Bruxelles e far valere le proprie ragioni. Dopo una stagione di esiti positivi, è dalla seconda metà degli anni ’90 che un po’ ovunque nei Paesi Ue si diffonde un’ondata di negatività rispetto a possibili spinte in avanti del progetto comunitario.

I britannici, ad esempio, non hanno sempre detto “no” all’Unione europea. Nel 1975 al referendum sulla permanenza nell’Ue sostenuto dall’allora neo lady di ferro Margaret Thatcher i “si” all’Europa furono il 67.2%. Un risultato importante per un Paese che da quel momento ha di fatto condizionato la storia e il progresso di evoluzione dell’integrazione comunitaria. Forte del mandato popolare assegnatogli dal referendum, lady Thatcher tornò a Bruxelles per rinegoziare (al ribasso) punto per punto la relazione tra Londra e il resto delle capitali europee. A partire proprio dal contestato contributo britannico al bilancio comunitario, che a differenza degli altri popoli conta su uno sconto, senza poi contare le innumerevoli deroghe consentite alle norme comunitarie. Una vittoria a metà per l’Unione europea, dunque, nonostante l’esito positivo della consultazione.

Arrivano gli anni ’90, e i primi a dire “no” all’Europa sono gli Scandinavi. Nel 1994 il secondo referendum sull’adesione della Norvegia all’Unione europea vede trionfare i “no” con il 52,2% dei voti. Nel 1992 la Danimarca rifiuta la ratifica del Trattato di Maastricht. La consultazione viene riproposta ai cittadini danesi l’anno successivo nel 1993 e a quel punto vincono i “sì”. Nel 2000 però il Paese torna alle urne per votare sull’euro. È il primo “no” alla moneta unica, contro la quale vota il 53% dei cittadini.

Nel 1994 il secondo referendum sull’adesione della Norvegia all’Unione europea vede trionfare i “no”. Nel 1992 la Danimarca rifiuta la ratifica del Trattato di Maastricht; dopo il “no” all’euro danese è la volta della vicina Svezia. Nel 2005 il testo della Costituzione della UE non supera la prova della ratifica a livello nazionale: lo stop arriva da Paesi Bassi e Francia

Dopo il “no” all’euro danese è la volta della vicina Svezia. Nel 2003 l’esecutivo socialdemocratico di Goran Persson lancia la consultazione pubblica a favore dell’entrata nell’euro. Il Governo di Stoccolma, conscio delle ostilità di una parte dei propri cittadini sulla moneta unica, sceglie di adottare toni moderati e apre alla possibilità in caso di vittoria dei “si”, di una road map ragionata per l’abbandono della corona. Sono giornate tese nel Paese, dopo anni di incontestata leadership i socialdemocratici vivono una prima stagione di crisi. I conservatori crescono nei sondaggi e con loro la paura del cittadino medio svedese di impoverirsi una volta entrato nell’Eurozona. A tre giorni dall’appuntamento elettorale il ministro degli esteri, Anna Lindh, fervente sostenitrice della moneta unica, Lindh viene accoltellata in un centro commerciale di Stoccolma. La sua morte suscita sdegno e commozione, ma non cambia l’esito della consultazione pubblica. I “no” all’euro vincono con il 55.9% dei voti.

Gli europeisti vivono altri momenti di profonda delusione nel 2005. Dopo quasi due anni di lavori e di riunioni da parte della Conferenza Intergovernativa, il testo finale di una Costituzione per l’Unione europea è pronto. Nel testo si presentano importanti passi avanti verso l’integrazione economica, monetaria e politica. Maggiori poteri al Parlamento Ue, cessione notevole di sovranità in un maggior numero di politiche, cambio di metodo decisionale (dall’unanimità alla maggioranza) per rendere più veloce la presa di decisioni e l’introduzione della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue.
Superate le approvazioni di Parlamento e Consiglio Ue il testo non supera la prova della ratifica a livello nazionale. Lo stop arriva da Paesi Bassi e Francia. È soprattutto Parigi ha gelare le istituzioni. Tra i Paesi fondatori, nucleo del progetto comunitario, la Francia rimanda al destinatario la Costituzione Ue con quasi il 55% dei voti. Una batosta per l’ex Presidente della Commissione Romano Prodi, tra i sostenitori del testo, e per l’allora inquilino dell’Eliseo Jacques Chirac.
Il “no” è il sintomo di un malessere forte che inizia a serpeggiare nella società francese. La crisi economica non è ancora arrivata, ma quella politica, la fine delle grandi narrative sulla “Grandeur” del Paese è già in atto. Se il rifiuto della Costituzione europea da parte dei francesi non stupisce nessuno, lo stesso accade per i Paesi Bassi, dove i No vincono con il 61.6% dei voti. Il doppio “no” franco-olandese affossa per sempre la Costituzione Ue e porta, invece, al Trattato di Lisbona. Una versione molto meno ambiziosa del Testo costituzionale, approvato da tutti gli Stati membri ed entrato in vigore nel 2009.

Grecia, 2015. Dopo appena sei mesi di Governo il Premier Alexis Tsipras convoca una consultazione pubblica sul piano di aiuti proposto al Paese dai creditori internazionali. Sono giornate tese, a Bruxelles si susseguono riunioni senza sosta. Dopo una serie di pagamenti non rispettati a Fmi e Bce, Atene sprofonda nel caos e avvia il controllo dei capitali. Nelle altre capitali si fa largo lo spettro di una “Grexit”, l’uscita della Grecia dalla moneta unica. La piazza ellenica ribolle, i cittadini stremati da sei anni di austerità e disoccupazione hanno dato pieno mandato al partito anti-casta e di sinistra Syriza, che vede in Alexis Tsipras il suo leader e – per qualche mese almeno- eroe nazionale. Davanti alla complessità della situazione con il rischio di deludere i propri cittadini accettando un altro piano di aiuti scomodo, Tsipras decide di convocare un referendum. Una scelta criticata da molti per la complessità della questione presentata ai cittadini. La consultazione vede trionfare il fronte del “no”. Un No al piano presentato dall’ex Troika e sponsorizzato dal Presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker, che però si trasforma per i cittadini ellenici in un “no” all’euro e ad altra austerità. Nonostante il risultato del referendum, Tsipras torna a Bruxelles e dopo un’altra lunghissima serie di negoziati accetta un altro piano proposto dai creditori internazionali.

Nel 2016, nei piccoli Paesi Bassi ancora una volta Bruxelles scopre un focolare mai del tutto domato di acceso euroscetticismo

Aprile 2016. Il mal d’Europa non si ferma ai confini della Grecia. I postumi della crisi economica hanno lacerato una parte della società europea, l’avanzata dei populismi prosegue a Est come a Nord dell’Europa. Nei piccoli Paesi Bassi ancora una volta Bruxelles scopre un focolare mai del tutto domato di acceso euroscetticismo. Dopo una campagna referendaria ritenuta da molti surreale e senza attinenza al quesito referendario, il 61% dei cittadini olandesi dice “no” al Trattato di Libero Scambio tra Ue ed Ucraina. Il voto richiesto da una petizione firmata da 400 mila euroscettici è, in realtà, visto dal leader del partito di estrema destra e nazional populista di Geert Wilders come un No all’Unione europea. Ecco, perché, proprio Wilders è stato il primo a twittare parole di felicità il giorno dopo l’esito del referendum britannico.

La voglia di referendum continua. La petizione firmata già da quasi tre milioni di cittadini britannici per chiedere un nuovo voto sull’Unione europea potrà non portare a nessuna nuova consultazione, ma è già previsto per ottobre il referendum ungherese sul piano per le migrazioni proposto dalla Commissione Ue. Anche in questo caso le possibilità che vincano i “sì” sono molto remote. Nell’Europa del 2016 nessuno, o quasi, voterebbe “sì” alla domanda “Vuoi accogliere migranti e rifugiati nel tuo Paese?”. L’uso dei referendum a consumo della legittimazione politica interna, però, rischia da un lato di svuotare il senso stesso della democrazia rappresentativa, alimentando populismi e voglia di autogestione. Un mix pericoloso in anni come questi.