TaccolaAggregazioni, tagli, digitale: così le banche greche tornano a fare profitti

Gli istituti ellenici sono passati da 15 a quattro, i piani industriali delle principali banche prevedono tagli di un quinto del personale e di un terzo delle filiali entro il 2018. La situazione è pessima per Npl, depositi e crediti a famiglie e imprese. Ma ci sono i primi segnali di ripresa

Luglio in Grecia è un mese che negli ultimi anni è stato associato a immagini drammatiche e a scenari catastrofici. L’estate 2015 vedeva il governo di Alexis Tsipras rifiutare il nuovo programma di riforme con la Troika, indire il referendum, far vincere il “No” all’accordo, salvo poi dare il benservito al ministro delle finanze Yanis Varoufakis e stipulare un accordo al ribasso con Ue, Bce e Fondo monetario internazionale. Nel frattempo c’erano stati il controllo dei capitali (compresi i limiti di ritiro di contante ai bancomat), le proteste, le scene di disperazione di una popolazione messa in ginocchio da anni di austerity e recessione. Già da febbraio c’era stato il ritiro dello status di “eccezione” che consentiva alle banche elleniche di presentare i titoli di Stato come collaterale (cioè garanzia) nelle operazioni di rifinanziamento da parte della Bce, nonostante il rating a livello di spazzatura affibbiato ad Atene dalle agenzie di rating.

Proprio dal ritorno di questa deroga (waiver) bisogna partire per capire come l’estate del 2016 stia segnando un timido ritorno alla fiducia e alla speranza per la Grecia. Il 22 giugno scorso la Bce ha dato la propria disponibilità a far rientrare Atene nel programma. Questo, secondo i calcoli di Macropolis.gr, permetterà da solo di avere un impatto positivo da 76 a 100 milioni di euro sui conti delle banche greche. I titoli di Stato dal febbraio 2015 – quando, dopo l’elezione di Tsipras, la Bce decise che la politica di Tsipras non dava garanzie per il rispetto del programma concordato con la Troika – non potevano più essere messi a garanzia dei finanziamenti Bce ma solo della liquidità di emergenza (Ela) che la stessa Bce fornisce per garantire ossigeno, ma a caro prezzo.

Non è l’unica buona notizia. Il 22 giugno è stato anche deciso che la Grecia potrà partecipare alla seconda ondata di TLTRO-II, i prestiti quadriennali a interessi bassissimi della Bce alle banche. In soldoni questo si dovrebbe tradurre in un impatto positivo sul net interest income (reddito da interesse netto) per 130 milioni di euro all’anno, nell’ipotesi di uno scenario positivo.

Poi c’è il Quantitative easing, l’acquisto di bond pubblici da parte della Bce che permette agli Stati di veder ridurre il proprio spread sui titoli di Stato e in definitiva di pagare meno interessi. La decisione arriverà a settembre e molto dipenderà dalla capacità della Grecia di dimostrare che il proprio debito è sostenibile. Se la Grecia dovesse essere ammessa sarebbe anche in questo caso grazie un’eccezione rispetto alla regola che prevede l’accesso solo agli Stati con un giudizio di “investment grade”, ossia BBB. Atene è molto più in basso, a livello spazzatura. In caso di ammissione, prevede Macropolis, l’effetto diretto dovrebbe essere in realtà molto limitato. Ma ci potrebbe essere l’effetto indiretto di un ritorno della fiducia da parte degli investitori, e dei depositanti. Se tornassero nei depositi, ridotti al lumicino, anche solo di 5 miliardi di euro, il risparmio sarebbe di circa 135 milioni di euro. Ricapitolando, un risparmio di circa 200-230 milioni e un segnale agli investitori di ritorno alla normalità. Secondo il governatore della Banca di Grecia, Yannis Stournaras, l’impatto complessivo delle tre misure nel 2017 sarà di 4-500 milioni di euro.

Tra il ritorno della deroga che permette di mettere titoli di Stato come garanzia per i finanziamenti Bce, l’accesso ai nuovi Ltro e al Quantitative easing, si può calcolare un risparmio di circa 200-230 milioni per le banche greche. Secondo il governatore della Banca di Grecia, Yannis Stournaras, l’impatto complessivo delle tre misure nel 2017 sarà di 4-500 milioni di euro

Il tutto, non va dimenticato, segue la mossa di maggio dell’Esm, il meccanismo europeo di stabilità prima noto come Fondo salva Stati, di sbloccare una tranche di 10 miliardi di aiuti alla Grecia (di cui 7,5 subito e 2,8 dopo l’estate). Mossa accompagnata dalla constatazione che le riforme stavano andando nella direzione concordata. A prezzo, va sempre ricordato, di un enorme sacrificio della popolazione greca. La mortalità infantile è salita del 50% tra il 2008 e il 2014, l’incidenza della depressione è raddoppiata, le persone con malattie croniche sono salite del 25%, circa il 15% delle persone non può accedere a malattie o cure dentali per motivi economici.

Sempre a maggio i ministri delle Finanze dell’Eurozona hanno trovato un’intesa con il Fmi per porre un limite, tra il 15% e il 20%, alle spese per interessi sul debito che la Grecia dovrà pagare ogni anno. Limite che però sarà applicato dal 2018. Dopo le elezioni in Germania del 2017, come è stato da molti fatto notare.

Le quattro principali banche greche hanno cominciato a riportare, nel primo trimestre del 2016, i primi ritorni al profitto. Questi risultati sono il risultato di un processo di ristrutturazione molto pesante messo in atto dal sistema finanziario greco. Negli ultimi 2-3 anni ci sono state 11 aggregazioni, che hanno portato le banche principali da 15 a 4

Fin qui le note positive. Anzi, ce n’è un’altra. Le quattro principali banche greche hanno cominciato a riportare, nel primo trimestre del 2016, i primi ritorni al profitto, dopo più di un lustro di perdite. NBG (National Bank of Greece) ed Eurobank hanno messo a segno rispettivamente profitti per 87 e 60 milioni di euro. Alpha e Piraeus (quest’ultima la maggiore banca ellenica) hanno invece perso per valori limitati rispetto ai trimestri precedenti: 2 e 37 milioni. I dirigenti di Piraeus hanno dichiarato di prevedere un utile per l’intero 2016. Questi risultati sono il risultato di un processo di ristrutturazione molto pesante messo in atto dal sistema finanziario greco. Negli ultimi 2-3 anni ci sono state 11 aggregazioni, che hanno portato le banche principali da 15 a 4. Questo ha significato, per le banche acquirenti, un iniziale incremento dei costi, che però saranno ridotti nei prossimi anni. Piraeus, per esempio, prevede di tagliare il personale del 20% entro il 2018 e di ridurre le filiali del 34%, da 969 a 650. Rispetto al 2009, il numero di sportelli delle banche greche è già sceso del 39 per cento. Questa forte operazione di efficientamento tramite licenziamenti si sta accompagnando a modifiche più strutturali. Le quattro banche hanno incrementato il personale che si sta occupando dello smaltimento dei Non performing loans (crediti deteriorati, ossia incagli e sofferenze) e sono andate alla ricerca di clientela di valore, migliorando la customer experience, spiega a Linkiesta una fonte che sta seguendo da vicino il processo di ristrutturazione. Questi cambiamenti si stanno accompagnando a un rapido progresso sul fronte dei pagamenti digitali, che hanno avuto un’impennata – nonostante i pagamenti in nero rimangano una piaga dell’economia greca – a seguito dei controlli sui capitali imposti lo scorso anno.


Piraeus prevede di tagliare il personale del 20% entro il 2018 e di ridurre le filiali del 34%, da 969 a 650. Rispetto al 2009, il numero di sportelli delle banche greche è già sceso del 39 per cento

Questo quadro limitatamente positivo non può però ignorare altri elementi negativi. Intanto, la buona capitalizzazione delle banche greche è stata possibile solo con aumenti di capitale per complessivi 14,4 miliardi di euro che sono stati imposti dalla vigilanza europea lo scorso autunno. La somma è stata raccolta rendendo gli obbligazionisti (con bond subordinati) azionisti della banca, per un valore pari a 3,4 miliardi di euro; raccogliendo sul mercato 5,7 miliardi e facendo sborsare allo Stato 5,3 miliardi, con acquisti di bond convertibili permessi dal programma da 86 miliardi di aiuti concordati con la ex Troika.

Dati che pesano come macigni sono quelli relativi all’ammontare dello stock accumulato di Npl. Sono pari a circa 105 miliardi di euro, di cui 46 corporate e il resto legato a prestiti alle famiglie. Sono una cifra pari al 56% del Pil e al 36% dei crediti totali. Un dato impressionante se si pensa che gli Npl del sistema bancario italiano sono pari al 20% del Pil

Altri dati che pesano come macigni sono quelli relativi all’ammontare dello stock accumulato di Npl e quelli legati ai depositi. Gli Npl sono pari a circa 105 miliardi di euro, di cui 46 corporate e il resto legato a prestiti alle famiglie. Sono una cifra pari al 56% del Pil e al 36% dei crediti totali. Un dato impressionante, se si pensa che gli Npl del sistema bancario italiano, che preoccupano gli investitori internazionali e l’Economist, sono pari al 20% del Pil (considerando anche gli incagli) e al 16% dei crediti totali. Nel 2010 la percentuale, in Grecia, era di appena il 9 per cento. Anche i depositi nelle banche greche sono al minimo storico: solo 126 miliardi di euro, contro i 210 del 2010.

Far abbassare questa quota di Npl è la vera priorità del sistema bancario greco, come d’altra parte di quello italiano e di quello portoghese. Il precedente italiano di Atlante viene discusso come possibile punto di riferimento, per quanto dovrebbe essere ben più robusto come dotazione finanziaria. Se non si riuscirà ad abbassare lo stock, le possibilità che il credito alle imprese – anch’esso oggi ai minimi – riprenda saranno basse. La punta di speranza viene dai dati dell’avanzo primario, che è risultato di oltre un punto percentuale rispetto alle aspettative, e dalle previsioni del Pil. L’unità di intelligence dell’Economist stima che dopo un -0,6% nel 2016, nel 2017 si avrà un +1,7%, percentuale che tenderà a crescere fino all’1,9% nel 2019. Per uno Stato che ha perso un quarto del Pil è poco, ma sarebbe comunque la fine di un periodo di previsioni riviste al ribasso.