Brexit, i successi delle destre derivano dal fallimento delle sinistre

C'è chi legge l'uscita della Gran Bretagna come una contrapposizione sociale. La Germania è chiamata ad essere più leader, ma come al solito è riluttante. Dagli Usa danno la Ue per spacciata. La rassegna di EuVisions

Brexit: di chi è la colpa?

Sul The New York Times, Tim Parks afferma che l’Unione europea ha fatto il suo corso: nonostante anni di legiferazione, l’Ue non è riuscita a integrare gli Stati membri. Intrappolata nell’idealismo dei padri fondatori, l’Europa è incapace di completare il suo percorso storico. Su altre posizioni Stein Ringen e Alina Rocha Menocal che, su Opendemocracy, accusano David Cameron per il fallimento della Brexit. La scommessa dell’ex primo ministro è stata un errore strategico da un punto di vista morale e politico. La difesa e vittoria degli interessi di breve periodo è un testamento del fallimento del sistema politico britannico, giudicato personalistico ed esclusivo. Su Europp, Antonio Lettieri sostiene che sarebbe troppo facile giustificare la Brexit sulla base dell’avversione britannica nei confronti della comunità politica europea. Piuttosto, la Brexit rappresenta il rifiuto di una burocrazia sovranazionale democraticamente illeggitima. Su Der Spiegel, Martin Schulz e Jean Claude Juncker rifiutano le accuse rivolte alle istituzioni europee: la responsabilità è tutta della classe politica del Regno Unito – da sempre indecisa sulle sorti dell’Ue – e di David Cameron che ha indetto un referendum per rafforzare la propria posizione interna. Entrambi criticano l’atteggiamento dei Paesi membri che, per ragioni politiche interne, scaricano le loro responsabilità sulla Commissione europea. Su Chathamhouse, Robin Niblett ammette le responsabilità di entrambi i fronti: soltanto una migliore comprensione delle reciproche ragioni e una maggiore empatia può portare a un compromesso positivo tra livello nazionale e sovranazionale.

Un nuovo inizio?

Dopo la Brexit, Angela Merkel è chiamata a dare una nuova forma all’Ue. Lo sostiene The Economist. Eppure, il Cancelliere tedesco non prende posizione. Se il partito socialdemocratico tedesco ha pubblicato un manifesto per rilanciare il progetto europeo, la CDU non crede che sia il momento dei proclami. Il partito della Merkel preferisce un approccio pragmatico che si concentri su poche, ma importanti questioni. L’obiettivo? Convincere i cittadini europei disillusi che l’Ue possa trovare soluzioni concrete ai problemi. Su Opendemocracy, Pierre Calame, sostiene invece che sia arrivato il momento per una nuova assemblea “fondativa”. Secondo Calame, il primo obiettivo della governance è quello di creare una comunità di persone che si riconosca in un futuro e valori comuni e condivida un senso di appartenenza. Ma non si tratta di un’”assemblea costituente”: prima ancora di dare forma politica a una struttura sociale, è necessario creare una “comunità”. Sul fronte britannico, Daniel Moylan, su Conservative Home, ribadisce la necessità di attivare rapidamente l’articolo 50 e stabilire una nuova rapporto con l’Ue. Moylan però non crede nel modello “norvegese” e quindi a una limitazione della di libertà di circolazione e del livello di contribuzione al budget comune europeo. Si tratta di negoziare un accordo commerciale sulla falsa riga di ciò che avverrà con le altre potenze commerciali mondiali. In poche parole, si deve avere accesso al Mercato Unico europeo, senza farne parte. Dal canto suo, Philip Geddes, su Euractiv, afferma invece non è necessario invocare l’articolo 50. Per rafforzare la posizione negoziale del Regno Unito, il Parlamento britannico dovrebbe semplicemente rifiutare la legislazione europea.

L’Economia e lo stato della sinistra

Su Europp, Eric Kaufmann afferma che la Brexit va letta attraverso la lente di un conflitto identitario. In altri termini, la frattura politica “controllo-apertura” ha surclassato quella tra sinistra e destra. Craig Willy, su Social Europe, sottolinea invece l’importanza delle disuguaglianze sociali, di classe e generazionali per il rafforzamento del fronte anti-Ue; come a dire: le politiche sociali del Regno Unito devono essere riformate. Jean De Munck, su Opendemocracy, ricorda che la vocazione della sinistra è quella di orientare gli investimenti pubblici a favore dei soggetti deboli della società in modo da correggere, o complementare, gli investimenti privati. Un compito difficile, considerando i livelli di debito pubblico in Europa e le dinamiche del capitalismo globale. Insomma, la sinistra si trova di fronte a un dilemma: governare in maniera pragmatica, a costo di compromessi, o ripiegare verso l’idealismo con il rischio di non avere un’influenza reale. Su Social Europe, Dick Pels aggiunge che non ha senso etichettare le forze politiche populiste come “fasciste e razziste” e il loro elettorato come “deluso e stupido”: i successi della destra sono fallimenti della sinistra. La missione storica socialdemocratica è quella di realizzare una giustizia redistributiva. A tal fine bisogna, da un lato, resistere alle politiche neoliberali dell’austerità e, dall’altro, concedere sovranità economica al livello sovranazionale. The Economist spiega che la Commissione europea ha sempre cercato di ridurre le discriminazioni tra lavoratori nazionali e migranti. Conseguentemente ha cercato di integrare le attività di questi ultimi nei sistemi sociali dei Paesi di arrivo. Chi supporta questa strategia lo fa perché riconosce che i lavoratori migranti, provenienti di solito dai Pesi dell’est Europa, subiscono discriminazioni. Eppure, gli Stati dell’ovest, e, al loro interno, i sindacati, sembrano poco preoccupati della difesa di questi lavoratori: spesso vengono visti come concorrenza a basso costo nei confronti della forza lavoro nostrana.

Leggi anche:

Brexit causes resurgence in pro-EU leanings across continent – The Guardian

Perilous Plebiscites: Brexit Vote Underscores Limits of Direct Democracy – Der Spiegel

Austerity Is Working! – Handelsblatt

‘Greece has become a small problem’ – EuObserver

Who is “the people”? – Eurozine

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