Ecco come e perché il reddito di cittadinanza ci conquisterà

Quella proposta dal M5S è una misura economica antica, ed è già presente in molte forme in vari paesi del mondo. Ecco cos’è e come funziona

Nel dibattito politico italiano si è affacciato da poco il tema del cosiddetto reddito di cittadinanza universale. L’ipotesi, avanzata – sebbene in modo piuttosto generico dal Movimento Cinque Stelle, è stata – anche di recente – respinta in modo molto fermo da altre forze politiche. Ma di cosa si parla non è ben chiaro: quindi si rendono necessarie alcune puntualizzazioni.

L’idea alla base della misura è tutt’altro che nuova. Addirittura nel 1797, Thomas Paine, uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America. rifletteva sul fatto che per “comprare” consenso sociale per i diritti della proprietà privata, i governi avrebbero dovuto pagare a tutti i cittadini 15 sterline all’anno.
Il concetto non è né di sinistra né di destra. Si sono mostrati favorevoli al reddito di cittadinanza economisti ed intellettuali dalla più diversa formazione. Dal notissimo Milton Friedman della Scuola (ultraliberista) di Chicago a Charles Murray, libertario dell’American enterprise Institute; a Andy Stern, un noto rappresentante delle Unions americane, fino a Paul Mason visionario autore del recente saggio Postcapitalismo.

Il reddito di cittadinanza è un termine molto generico e ricomprende varie misure. Tanto che è presente – in varie e diversificate forme – in tutti i paesi europei, con la sola esclusione di Croazia, Grecia e – tanto per cambiare – Italia.

Il reddito di cittadinanza è presente – in varie e diversificate forme – in tutti i paesi europei, con la sola esclusione di Croazia, Grecia e – tanto per cambiare – Italia

E qui nasce il primo problema. Sotto la generica definizione di reddito di Cittadinanza ricadono ipotesi molto diverse fra loro e sembra necessario definirle per capire di cosa si tratta (NB: la questione è molto tecnica e quindi il lettore con poco tempo può anche saltare le definizioni a piè pari).

  1. Il Reddito Minimo Garantito: lo Stato corrisponde ad ogni cittadino (indipendentemente dal fatto che abbia una occupazione o meno) una somma pari alla differenza tra l’importo del reddito minimo garantito stabilito per legge ed il suo reddito, se il suo reddito è inferiore a tale importo

  2. Il Reddito di Cittadinanza Condizionato secondo il quale, ogni cittadino riceve una somma maggiore o uguale ad un certo importo (che è generalmente individuato come livello di povertà relativa o assoluta). L’importo però tiene conto dei mezzi patrimoniali e reddituali del richiedente. Ed infine,

  3. Il Reddito di Cittadinanza Incondizionato che prevede che ogni individuo riceva una somma indipendentemente dal suo reddito, indipendentemente dalla sua situazione patrimoniale e reddituale. Quest’ultimo esempio ha avuto rarissimi casi di applicazione concreta come in alcuni paesi dell’Alaska ed è stato testato anche in altri stati degli USA, Brasile, in alcuni paesi dell’Africa e in alcuni stati dell’India.

Il concetto di base del dibattito politico è però chiaro. Si tratta di una forma di integrazione del reddito che garantisca a tutti i cittadini un reddito minimo di sopravvivenza. O anche qualcosa di più. Ad esempio, in Svizzera, l’ipotesi di un reddito di cittadinanza universale bocciato dal Referendum dell’ultimo mese di giugno prevedeva un versamento – incondizionato – per tutti i cittadini di ben 2.500 franchi svizzeri (circa 2.280 euro)!

La più ampia idea di un reddito di cittadinanza universale incondizionato non ha avuto grande fortuna in nessun sistema politico. E questo perché i vari modelli di welfare oggi esistenti sono fondati su modelli e principi totalmente differenti. Ovvero si tratta sempre di programmi di assicurazione diretti a garantire sostegno a chi si viene a trovava in condizione di difficoltà temporanea tale da impedire la prestazione lavorativa: limiti di età (la “pensione di anzianità o vecchiaia”); malattia o infortunio (da noi garantite da INPS e INAIL) e più di recente, stati di disoccupazione involontaria (trattamento di disoccupazione, oggi NASPI e trattamenti simili). Il mondo però sta cambiando. E i radicali mutamenti di cui siamo testimoni portano a riflettere sulla possibilità di organizzare sistemi di welfare diversi e più consoni alle esigenze dell’umanità – e alle crescenti difficoltà – di questo nuovo mondo selvaggio.

Alcun paesi quale la Finlandia e i Paesi Bassi hanno già annunciato che presto metteranno in atto esperimenti di reddito di cittadinanza. Insomma, la lunga marcia è cominciata e non mi meraviglierei affatto che fra qualche anno, il reddito di cittadinanza diventasse una misura comune in molti Paesi

Pressoché ovunque nel mondo, e principalmente nei paesi occidentali, l’aumento dei salari è a dir poco deludente e la quota di reddito totale distribuito ai lavoratori (rispetto a quello degli imprenditori o dei rentiers) è diminuita radicalmente. Inoltre si fa avanti sempre più prepotentemente l’idea (vedi Rifkin o il già citato Mason; ma anche Keynes) che le potenti nuove tecnologie, l’intelligenza artificiale ed il progresso in genere condurranno ad uno stato di permanente disoccupazione (o di sottooccupazione) per la maggioranza della popolazione.

Il reddito di cittadinanza universale non è un programma facile da applicare. Riconoscere un reddito di cittadinanza all’intera popolazione di un paese – dalla nascita alla morte – è infatti tutt’altro che un gioco da ragazzi. Tanto per dare una misura degli importi in gioco si è ipotizzato che corrispondere ad ogni americano un reddito di circa diecimila dollari all’anno richiederebbe di destinare il 10 per cento del prodotto interno lordo al programma.

I benefici sarebbero evidenti. I lavoratori più poveri (i titolari dei cosiddetti “bullshit jobs” o le casalinghe) e i disoccupati senza più diritto alla disoccupazione avrebbero a disposizione denaro da investire principalmente in istruzione, formazione e tempo libero. Con effetto benefico sui consumi interni. Ma anche l’imprenditorialità ne beneficerebbe, perché si abbasserebbe il livello di rischio per l’apertura di nuove attività. Una rete di sicurezza di questo tipo darebbe ai lavoratori un potere di contrattazione maggiore con i datori di lavoro e costringerebbe le aziende a impegnarsi di più per trattenere i lavoratori (e per fare magari investimenti finalizzati all’aumento della produttività).

Naturalmente vi sono anche svantaggi; e rischi. Molti potrebbero essere quelli che rinunceranno al lavoro come scelta di vita. Con conseguente rischio della coesione sociale. La disponibilità di un reddito di cittadinanza attirerebbe inoltre immigrazione; e con essa crescente ostilità dei cittadini verso i migranti. Ne sia conferma il fatto che il governo svizzero, prima del citato referendum aveva reso una netta posizione contraria, affermando che un reddito di cittadinanza si sarebbe rivelato troppo costoso e deleterio sotto il profilo etico: le finanze pubbliche ne avrebbero risentito negativamente e gli svizzeri si sarebbero trasformati in una società di perdigiorno poco motivati.

Insomma. È vero tutto; ed il contrario di tutto. Come si diceva però, il mondo è in rapido movimento. Tanto che alcun paesi quale la Finlandia e i Paesi Bassi hanno già annunciato che presto metteranno in atto esperimenti di reddito di cittadinanza. Insomma, la lunga marcia è cominciata e non mi meraviglierei affatto che fra qualche anno, il reddito di cittadinanza sarà una misura comune in molti Paesi.

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