Italia-Olanda, un pareggio diplomatico che vale un posto fra i grandi dell’Onu

Una mezza vittoria all'elezione al seggio non permanente del Consiglio di Sicurezza conclude una campagna partita nel 2005 e spinta dal discorso di Renzi all'Assemble generale nel 2015. Graglia: «Il “sacro egoismo” in un mondo globalizzato non serve a molto»

Per la settima volta l’Italia si siede al tavolo dei grandi. Stavolta, però, solo per un anno. Nel 2017, quando assumerà la guida del G7 e del gruppo di coordinamento sui Balcani, sarà il nostro Paese a prendere parte al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. L’anno successivo toccherà all’Olanda. Una soluzione di compromesso arrivata dopo la quarta votazione (il terzo ballotaggio ristretto) per il rinnovo biennale di cinque dei dieci seggi non permanenti in cui Olanda e Italia avevano entrambe collezionato 95 voti sui 129 necessari. Un pareggio sbloccato da Bruxelles, dove il presidente del consiglio Matteo Renzi e il premier olandese Mark Rutte stavano discutendo di Brexit e futuro dell’Unione europea. Un segnale di unità che tradisce la competizione a suon di incontri diplomatici, meeting, summit, feste (e pure regali, come la moka tricolore che lo staff italiano ha fatto trovare sugli scranni delle altre delegazioni) per il seggio non-permanete lasciato libero dalla Spagna. L’altro posto, in sostituzione della Nuova Zelanda, se lo aggiudica la Svezia che al primo turno riesce a racimolare 158 preferenze puntando tutto sull’1% di Pil destinato annualmente alla cooperazione internazionale.

Dopo quasi dieci anni dall’ultima volta, 2007-08, l’Italia torna al Palazzo di vetro di New York forte di un’azione diplomatica diffusa e partita da lontano. Nel 2005, il gruppo europeo si era infatti già accordato per l’elezione di Svezia e Olanda nel biennio 2017-18. Furono l’allora ministro degli Esteri Frattini e il governo Berlusconi ad avanzare la propria candidatura e dare avvio a una gara continuata con il discorso di Renzi all’Assemblea generale del settemre 2015 e con il lavoro del ministro Gentiloni. Sottotraccia, il titolare della Farnesina ha cercato di far valere la posizione italiana soprattutto nei confronti dei paesi africani (che rappresentano il bacino più grande di voti con 54 delegati) durante la prima Conferenza ministeriale Italia-Africa tenutasi il 18 maggio a Roma in cui si erano affrontate principalmente due qestioni: Libia ed emergenza migranti nel Mediterraneo. A questo meeting era poi seguito quello di Venezia dove Gentiloni aveva incontrato i colleghi dei paesi caraibici e del Pacifico portando avanti l’impegno italiano sul cambiamento climatico.

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Un risultato parziale sì, ma che racconta dello sforzo dell’Italia per recuperare posizioni a livello nazionale e internazionale. «Credo che la diplomazia italiana sia molto sottovalutata in Italia e sia in un certo senso vittima dei luoghi comuni che vogliono che i diplomatici siano ancora visti come personaggi da operetta, dediti alla valutazione di cioccolatini e liquori», afferma Piero Graglia, professore di Storia della politica estera italiana alla Statale di Milano. «In realtà – continua Graglia – il nostro servizio diplomatico è culturalmente preparato, politicamente ben attrezzato, molto competente e attento. All’estero si sa benissimo che la Farnesina propone personale all’altezza delle diverse situazioni. Semmai il problema sorge quando la politica cede alla tentazione di fare spettacolo con le cariche internazionali, come in un certo senso è successo con la nomina di Carlo Calenda a capo della delegazione permanente dell’Italia a Bruxelles: una nomina “politica” assolutamente inadeguata che per fortuna è rientrata in breve tempo».

Possiamo dire che questo è un risultato di Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri entrato nel governo un po’ in sordina ma che è riuscito a ritagliarsi un ruolo importante fra Marò, migranti e Libia? Quanto peserà il risultato della votazione sulla sua carriera da ministro?

Certamente Gentiloni risentirà del risultato della votazione, ma va chiarito che queste nomine sono decise e portate avanti da tutto il governo, non da un solo ministro. In questo caso, Gentiloni può vantare un buon risultato che porterà a un impegno maggiore dell’Italia per creare un “concerto europeo” nel Consiglio di Sicurezza.

Oltre a questo, quali potranno essere gli altri obiettivi dell’Italia in seno al Consiglio di Sicurezza?

Il “sacro egoismo” in un mondo globalizzato non serve a molto. L’Italia potrebbe giocare un ruolo importante all’interno dell’Onu per promuovere una modifica del suo statuto, legato ancora a una dimensione tendenzialmente bipolare: primo mondo e secondo modo – i paesi socialisti – che decidono gli equilibri nel Consiglio di sicurezza e il terzo mondo che domina l’assemblea. Si tratta di uno schema obsoleto, che risponde a una logica superata dai fatti e dall’esperienza. L’Italia dovrebbe promuovere in primis una modifica di questo sistema, una sua attualizzazione, e usare i meccanismi esistenti per promuovere tale cambiamento che deve muoversi per aggregazioni continentali, non per rispondere agli interessi dei singoli stati.

Nel frattempo, la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva invitato Renzi e Hollande a Berlino per un vertice sulla Brexit. Come influirà questo risultato italiano a livello geopolitico?

Il Brexit è un processo in evoluzione. Credo che si tratti di un danno netto sia per gli interessi britannici sia per quelli dei paesi già membri dell’Unione. Se l’Italia come membro del Consiglio di Sicurezza saprà promuovere il ruolo dell’Unione europea come soggetto autonomo a livello dell’Onu questo potrebbe aiutare molto. Un’aggregazione di mezzo miliardo di cittadini e con il primo PIL al mondo può certo contare di più di un paese di 55 milioni di abitanti, per quanto ricco di storia e di tradizioni esso possa essere (la Gran Bretagna è uno dei cinque membri permanenti con diritto di veto, ndr).

Il “sacro egoismo” in un mondo globalizzato non serve a molto. L’Italia potrebbe giocare un ruolo importante all’interno dell’Onu per promuovere una modifica del suo statuto, legato ancora a una dimensione tendenzialmente bipolare: primo mondo e secondo modo – i paesi socialisti – che decidono gli equilibri nel Consiglio di sicurezza e il terzo mondo che domina l’assemblea


Piero Graglia

Storicamente, quali sono i legami più stretti, profondi e solidi a livello globale che adesso l’Italia può sfruttare?

È una storia dura a morire quella che l’Italia, dopo la seconda guerra mondiale, non abbia più avuto una politica estera se non a livello di Comunità europea. Essa ha mantenuto e creato legami a livello mediterraneo, mediorientale, balcanico e tali legami sono ancora esistenti oltre a quelli in essere a livello Ue. L’Italia gioca un ruolo importante su molti campi, basti ricordare che nel 1969 il ministro degli Esteri Pietro Nenni propose il riconoscimento diplomatico della Cina comunista, una cosa che aveva il sapore, in quel momento di una bestemmia laica, visto che gli Usa non volevano tale riconoscimento e lo osteggiavano da parte dei loro alleati. L’Italia ha molte relazioni in essere ma la sua fiorza non è quella che può epsrimere come singolo paese, bensì come animatore di aggregazioni più vaste. Lo ha fatto con De Gasperi, con Nenni, con Berlinguer e Craxi/Andreotti. Dovrebbe ritornare a proporsi come attore non globale, bensì globalizzato.

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