L’Europa finisce il 2 ottobre?

Ballottaggio austriaco e referendum ungherese sui migranti si terranno in quella data. A seguire referendum in Italia, ed elezioni in Francia e Germania. La sopravvivenza dell'Europa si giocherà in buona parte nel prossimo ottobre

Il prossimo 2 ottobre rischia di essere per l’Unione europea – dopo la Brexit – un’altra Caporetto, metafora suggerita anche dal fatto che che il pericolo arriva da quello che fu il cuore dell’Impero Asburgico. In quella data infatti l’Austria dovrà ripetere il ballottaggio per le elezioni presidenziali (il voto del 22 maggio che aveva visto prevalere di appena 30mila voti Alexander Van der Bellen, candidato ecologista ed europeista, è stato annullato dalla Corte Costituzionale per irregolarità diffuse) e l’estrema destra euro-scettica del candidato sconfitto in precedenza, Norbert Hofer, spera di ribaltare il risultato a proprio vantaggio. Non solo. Sempre il 2 ottobre si voterà anche in Ungheria, un referendum sul piano Ue di accoglienza per i migranti che sembra essere una mina appositamente piazzata per far esplodere la crisi tra Budapest e Bruxelles.

Partendo da Vienna, nelle prossime elezioni presidenziali si potrà valutare l’impatto psicologico della Brexit, se avrà galvanizzato i nemici dell’Unione europea o se invece quanto sta succedendo in Gran Bretagna all’indomani del voto avrà ricondotto i critici (molti dei quali spaventati dalla crisi dei migranti) a più miti consigli.
Se dovesse vincere Hofer sarebbe la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale che in Europa occidentale sale al potere un esponente dell’estrema destra, e le ripercussioni sull’Unione sarebbero quasi certamente inevitabili. Commentando la Brexit, infatti, Hofer ha dichiarato che se la Ue procederà sul sentiero dell’integrazione politica – non limitandosi ad essere una mera unione economica – lui proporrà che anche i cittadini austriaci vengano chiamati a pronunciarsi sulla permanenza nell’Europa unita in un referendum.
Un’eventuale uscita di Vienna dall’Unione – di cui è parte dal 1995 – avrebbe un impatto molto più forte di quello dell’Inghilterra, sia perché storicamente l’Austria ha tenuto una linea meno divergente da Bruxelles sia, soprattutto, perché è parte della zona Euro e le ripercussioni anche a livello di stabilità monetaria sarebbero imprevedibili.

Se dovesse vincere Hofer sarebbe la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale che in Europa occidentale sale al potere un esponente dell’estrema destra

Per quanto riguarda l’Ungheria la situazione è ancora più grave. Se infatti Vienna finora ha solo minacciato di costruire muri anti-immigrati ai propri confini, Budapest l’ha già fatto. Se a Vienna rischia ora di prendere il potere l’estrema destra, a Budapest l’ha già preso. Non basta. Il maggior partito di opposizione ungherese è ancora più di estrema destra di quello di governo (il Jobbik), e la sua base elettorale è stata spesso tacciata di razzismo, antisemitismo e odio per gli zingari. In questo contesto il testo del referendum che viene proposto ai cittadini ungheresi recita: “Volete che l’Unione Europea decida una ricollocazione obbligatoria dei cittadini non ungheresi in Ungheria senza l’approvazione del Parlamento ungherese?”. Dando quasi per scontata la vittoria del “no” al piano di ricollocamento dei migranti Ue ci si deve interrogare sulle conseguenze di un simile voto.

La decisione circa la redistribuzione dei migranti tra Stati membri è stata presa a Bruxelles con un voto a maggioranza qualificata – avevano votato contro oltre l’Ungheria anche Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia – ma agli Stati rimasti in minoranza non è consentito né un diritto di veto (e infatti la decisione è stata adottata) né un opt-out (cioè rifiutare di applicarla). Se Orban, una volta vinto il referendum dal sapore populista, dovesse andare allo scontro con Bruxelles rifiutando di accogliere la quota di migranti che spetta all’Ungheria rischia di provocare le sanzioni dell’Unione europea, in particolare la più grave cioè la sospensione del diritto di voto per il suo Paese in seno al Consiglio. Un gradino questo che, se disceso, avvierebbe probabilmente a un’uscita del Paese dall’Unione.

Se Vienna finora ha solo minacciato di costruire muri anti-immigrati ai propri confini, Budapest l’ha già fatto. Se a Vienna rischia ora di prendere il potere l’estrema destra, a Budapest l’ha già preso

Austria e Ungheria non sono membri fondatori della Ue, né vi appartengono da tanto quanto ad esempio vi apparteneva l’Inghilterra (Vienna entrò nel 1995, Budapest nel 2004). Una loro eventuale uscita – con la grave incognita dell’impatto sull’Euro se un suo Stato lo abbandonasse –, in particolare quella ungherese, sarebbe probabilmente gestibile per il resto del Continente.
Tuttavia sarebbe grave il segnale, dopo l’abbandono dell’Inghilterra, che la valanga non si arresta e che anzi gli attacchi all’Unione europea sono destinati a intensificarsi. Dopo il 2 ottobre infatti altre importanti scadenze nazionali, ma con forti ripercussioni a livello europeo, sono attese: nello stesso mese l’Italia andrà alle urne sul referendum costituzionale e, se non dovesse passare, il governo cadrebbe e alle successive elezioni non si può escludere un’ulteriore avanzata di formazioni euro-fobiche come la Lega Nord o euro-scettiche come il Movimento 5 Stelle. Nel 2017 saranno poi chiamati a votare i cittadini francesi e tedeschi, e un eventuale successo di formazioni populiste come il Front National di Marine le Pen o come l’Alternativa per la Germania determinerebbe probabilmente la morte dell’Unione europea.
Per ora non si tratta di scenari probabili – in Francia “l’arco costituzionale” composto da socialisti e gaullisti dovrebbe impedire, al ballottaggio, una vittoria della Le Pen e in Germania la Merkel sembra godere di ancora sufficiente consenso – ma se la marcia di avvicinamento al voto fosse scandita dalle sconfitte del fronte europeista il rischio di un’implosione della Ue diverrebbe ancora più concreto.

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