Lo stato dell’arte della Brexit

E ora che si fa? Tutte le conseguenze, politiche, economiche, e sociali che si delineano dopo la Brexit. La rassegna di EuVisions

Lo stato dell’Unione. All’indomani del voto sulla Brexit George Soros dichiara che i leader europei farebbero meglio a riconoscere le proprie responsabilità riguardo al deficit democratico dell’UE , visto l’impatto che il tema ha avuto sull’esito referendario. Su Clingendael, per il futuro dell’UE si immagina un’integrazione à la carte, in cui è ogni stato membro a decidere “quanta” sovranità cedere. Su note più ottimiste, Brian M. Carney [Politico.eu] fa notare che il voto inglese offre l’occasione per un momento di introspezione politica a Bruxelles e dintorni, e di riflessione sul futuro di una UE allo stesso tempo più democratica e accountable, e più stabile e inclusiva. Condivide questa visione Mary Fitzgerald, che su OpenDemocracy richiama le istituzioni europee a non lasciare inascoltati gli appelli dei cittadini per un’Europa più democratica: solo con un deciso cambio di marcia si può rispondere alla sfida dei partiti populistici euroscettici e alle richieste di nuovi referendum (come quella di Marine Le Pen). Per questo è difficile immaginare che al Regno Unito verrà concesso molto nei negoziati a venire: come nota Juliet Samuel [The Telegraph], è imperativo evitare che la “febbre da referendum” si diffonda sul continente. Per Shayn McCallum le regole del gioco europeo sono definitivamente cambiate, e il futuro dell’integrazione non potrà non tener conto delle preoccupazioni delle popolazioni di ogni stato membro riguardo al proprio assetto sociale: l’UE non può più permettersi di essere percepita come un progetto che riguarda solo le élites. In un editoriale molto discusso l’Economist sostiene che chi difende la globalizzazione ha il dovere di riconoscere che i “tecnici” hanno commesso errori, che le persone comuni ne hanno pagato il prezzo e che quindi hanno tutte le ragioni di essere arrabbiate. Secondo Magda Stoczkiewicz [OpenDemocracy] per scongiurare spinte disgregatrici occorre promuovere una nuova visione dell’Europa come forza positiva e solidale, in grado di rispondere alle sfide globali. Vivien Schmidt, su Social Europe, specifica che l’obiettivo di una maggiore integrazione è da realizzare favorendo la libertà di movimento delle persone e mettendo in atto meccanismi di solidarietà: Schmidt propone un “Fondo Europeo per la Mobilità”, in grado di sostenere finanziariamente i paesi membri destinatari dei flussi di lavoratori in ingresso.

Lo stato del Regno Unito. Secondo il board del Guardian, la Gran Bretagna sta affrontando la sua crisi più profonda dai tempi della Seconda Guerra Mondiale: il referendum è stato un’occasione per i cittadini di contestare lo status quo senza per questo dover proporre alternative convincenti, rendendo il paese di fatto ingovernabile. Fare ipotesi sul futuro è tanto più difficile quanto più si guarda alla scena partitica. Nel Labour la divisione è netta tra quanti sostengono –come scrive Alexander Ewing su OxPol— che Corbyn debba lasciare la leadership perché non in grado di assicurare una vittoria elettorale, e quanti pensano che la sua figura sia in grado di fare da cinghia di trasmissione con sindacati, attivisti e più in generale con il “popolo” (Bruno Leipold, su OxPol). Se neanche i Conservatori se la passano troppo bene, c’è tuttavia chi sostiene –come Tim Bale su Conservativehome— che il referendum potrebbe alla fine rivelarsi positivo per i tories: possono dimostrare di essere in grado di mantenere le promesse, affrontando le questioni legate all’immigrazione e alla protezione dei servizi pubblici; in più, fuori dall’UE non avrebbero più scuse né capri espiatori e sarebbero costretti finalmente a dedicarsi alle riforme. Gordon Brown sul Guardian guarda al di là delle considerazioni tattiche, e sottolinea quanto sia cruciale per il Regno Unito trovare il proprio posto nel mondo globalizzato, e ridefinire al più presto il proprio rapporto con il continente.

Lo stato dell’economia. Dopo giorni di violenti scossoni, la reazione dei mercati al referendum sembra essersi stabilizzata. Guntram B. Wolff su Bruegel spiega questa dinamica con il fatto che molte delle promesse pre-referendum sono state smentite immediatamente, e che il Regno Unito con ogni probabilità finirà per avere uno status simile a quello della Norvegia, a tutti gli effetti nel mercato unico con piena mobilità del lavoro. Raoul Ruparel [Conservativehome] sostiene che l’opzione “norvegese” sarebbe inaccettabile per i brexiteers, perché chi ha votato Leave ha a cuore proprio i temi dell’immigrazione e della sovranità; in questo senso sarebbe meglio puntare ad accordi commerciali più ampi possibile e ad un maggior controllo sull’immigrazione. Se invece non si dovesse arrivare un esito norvegese e il Regno Unito uscisse dal mercato unico, ciò implicherebbe la perdita anche dei cosiddetti passporting rights per i servizi finanziari: un duro colpo per Londra, come sottolinea Dirk Schoenmaker [Bruegel].

Lo stato della democrazia. Sul Guardian Philip Allott propone un punto di vista interessante, secondo cui ci sarebbero argomenti per sostenere l’illegalità della decisione di uscire dall’UE. L’argomento si basa sulla legittimità: dato che la decisione di uscita avrebbe effetti su chiunque risieda nel Regno Unito (e su molti al di fuori), un tribunale interpellato potrebbe svolgere un controllo giurisdizionale per determinare se e fino a che punto un tale esercizio di potere sia da considerarsi legittimo. Ci sono inoltre molti dubbi sulla stessa natura del rapporto tra democrazia e referendum: Slavoj Zizek, intervistato su OpenDemocracy, sostiene che lo strumento referendario non sia adatto a questioni che travalicano i confini nazionali. Garvan Walshe [Conservativehome] condivide questa visione e aggiunge che il fondamentalismo democratico rischia di rivelarsi la più seria minaccia per la libertà: gli appelli alla ‘sovranità popolare’ sono in contrasto con l’idea per cui la democrazia, per funzionare, debba basarsi sull’analisi critica dei fatti, più che sul pregiudizio e sulle scelte emotive. Carol Cadwalladr esprime un punto di vista simile sul Guardian: alla base della ‘democratica’ scelta referendaria non ci sarebbero che paura, ignoranza e manipolazione.

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