Sempre più decisivi, sempre più inaffidabili: così i Paesi dell’Est hanno messo sotto scacco l’Europa

Orfana della Gran Bretagna, l'Unione Europea è quasi costretta a un abbraccio forzato con i nuovi entrati dell'Est. Ma in Polonia, Slovacchia, Ungheria Repubblica Ceca covano nazionalismi, intolleranze, e disaccordi con Bruxelles

«Dobbiamo arginare la paura che l’immigrazione possa indebolire l’identità nazionale». È con queste parole che Robert Fico ha aperto a Strasburgo il suo discorso di presentazione del programma di presidenza europea. La prima a guida slovacca. Per quanto simbolico l’incarico di presiedere il semestre di presidenza di turno dell’Unione europea è un momento importante per gli Stati membri, che molto spesso riescono a orientare i dossier di lavoro in modo favorevole alla causa nazionale.

Ecco perché il semestre non poteva arrivare in un momento migliore per Robert Fico, che proprio sull’opposizione all’agenda sulle migrazioni della Commissione Ue ha costruito il suo successo politico, riaggiudicandosi la vittoria alle elezioni dello scorso marzo. Nonostante il caos generato dal risultato del referendum birtannico, infatti, è certo che la questione migratoria resterà alta nell’agenda di lavoro delle istituzioni comunitarie. Il punto di vista di Bratislava sulle cosiddette “quote di ridistribuzione” dei rifugiati è abbastanza chiaro: la Slovacchia non ha nessuna intenzione di accogliere nemmeno un rifugiato siriano. A meno che non si tratti di siriani di fede cristiana. Le parole del Premier slovacco hanno sollevato non poche critiche la scorsa estate quando nel pieno della crisi lungo la cosiddetta Rotta Balcanica, Fico ha dichiarato “In Slovacchia non c’è posto per l’Islam. Da noi sono benvenuti i rifugiati di fede cristiana“. Una selezione che non è piaciuta a Bruxelles.

L’incarico di presiedere il semestre di presidenza di turno dell’Unione europea è un momento importante per gli Stati membri, che molto spesso riescono a orientare i dossier di lavoro in modo favorevole alla causa nazionale

Gli ambienti comunitari, del resto, guardano con sospetto e una certa insofferenza ai prossimi mesi di lavoro. La retorica populista e anti-immigrati che soffia a Est è nota nella capitale belga. L’ondata di malcontento e con effetti potenzialmente destabilizzanti per l’intero progetto comunitario non arriva dal Sud Europeo provato da anni di recessione, ma dal gruppo di Paesi entrati nell’Ue per ultimi. Tutti, infatti, guardano con timore ai risultati che usciranno dalle urne ungheresi e austriache il prossimo 2 ottobre.

Dodici anni di convivenza da partner di serie b. È così almeno che il blocco dei Paesi dell’Est è sempre stato e si è percepito negli ambienti comunitari. Satelliti importanti per espandere l’area europea ai confini russi, ma nulla di più. Spetta da sempre al motore franco-tedesco e agli Stati fondatori orientare le politiche e compiere le scelte fondamentali dell’Ue. Il richiudersi nella logica nazionale, nella difesa agli interessi regionali e di settore come conseguenza della crisi economica e finanziaria degli ultimi anni hanno però allentato la presa e l’interesse dei Paesi fondatori nei confronti di Bruxelles. Nello stesso momento sono cresciute le richieste dei nuovi Paesi membri, che dopo aver accolto i benefici della libera circolazione dei cittadini e del dispiegamento dei fondi comunitari vogliono ora avere voce in capitolo. L’occasione è arrivata con l’emergenza migratoria.

È quanto successo in Ungheria. Budapest è stata tra le prime capitali a reintrodurre le frontiere interne con gli altri Stati membri. L’esecutivo di Viktor Orban ha, inoltre, approvato una serie di leggi contro l’immigrazione clandestina, oggi sotto l’osservazione della Corte Ue dei diritti dell’uomo. Orban, insieme agli altri leader dei Paesi parte del Gruppo Visegrad (Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia) rappresenta oggi per Bruxelles uno dei leader politici più difficili da gestire. Insieme a Robert Fico anche il capo dell’esecutivo di Budapest si è espresso contro il sistema di ripartizione dei rifugiati proposto dalla Commissione Juncker. Le cosiddette quote approvate, per la prima volta nella storia Ue, a maggioranza qualificata dal Consiglio Ue saranno al centro del controverso referendum del prossimo 2 ottobre.Una nuova consultazione contro l’Ue che nel denunciare il pericolo di un’invasione culturale da parte degli immigrati dimentica di presentare le cifre reali. Stando al piano presentato dall’esecutivo Juncker, infatti, al Paese spetterebbero circa 2300 rifugiati. Per non perdere tempo Budapest si è unita a Bratislava nel presentare ricorso contro le quote alla Corte Ue di Giustizia.

Creato negli anni ’90 il Gruppo Visegrad ha ripreso slancio proprio grazie al fronte di opposizione dei Paesi fondatori all’agenda per le migrazioni presentata lo scorso anno. Varsavia, Bratislava, Budapest e Praga sono più unite che mai contro la squadra di Juncker.
In una riunione del gruppo Visegrad tenutasi a poche ore di distanza dai risultati del referendum britannico gli attacchi ai vertici delle istituzioni Ue sono diventati formali. Il ministro degli esteri ceco Lubomir Zaoralek ha chiesto ufficialmente le dimissioni dell’ex Primo Ministro lussemburghese definito “non più l’uomo giusto al posto giusto”, mentre il polacco Jaroslaw Kaczynski ha chiesto la testa del Presidente del Consiglio Ue, l’ex Premier della Polonia Donald Tusk.

Con la crisi nell’Est dell’Ucraina, inoltre, i Paesi entrati per ultimi nell’Ue si sono anche trovati a ricoprire una posizione strategica

L’avversione contro Bruxelles ha diverse cause e nasconde altri problemi. Per la Polonia di Beata Szidlo lo scontro sull’immigrazione serve a spostare l’attenzione sulle critiche della Commissione Ue nei confronti delle riforme costituzionali. Bruxelles ha avviato l’inverno scorso per la prima volta nella storia comunitaria una procedura contro Varsavia per violazione dello Stato di diritto. Gli esiti dovrebbero essere noti entro la fine dell’estate. Ecco perché non stupisce che sia stata propria Beata Szidlo a lanciare la proposta di riformare l’assetto istituzionale comunitario. L’obiettivo di Varsavia è intaccare il peso politico della Commissione Ue, ma anche spostare l’asse dal motore franco-tedesco a una guida dell’Ue multilaterale. Il caso ungherese è leggermente diverso, Orban sente in questi mesi montare la pressione dall’estrema destra anti-immigrati di Jobbik, verso cui aumentano i consensi. Il Premier ungherese spera con il referendum sulle quote di superare a destra Jobbik mettendo a tacere critiche e insinuazioni. Slovacchia a Repubblica Ceca restano nel mezzo, strette tra pulsioni nazionaliste e voglia di migliorare le condizioni economiche dei propri cittadini.

Con la crisi nell’Est dell’Ucraina, inoltre, i Paesi entrati per ultimi nell’Ue si sono anche trovati a ricoprire una posizione strategica. Come dimostra la decisione della Nato di dispiegare nei Baltici e in Romania quattro contingenti permamenti. La mossa, che sarà ufficializzata nel week end durante il summit di Varsavia, serve come misura di deterrenza nei confronti di Mosca. Proprio l’incognita russa ha avuto un’influenza non indifferente sulla nomina a fine 2014 di Donald Tusk alla Presidenza del Consiglio europeo. L’ex Premier polacco è stato preferito agli altri candidati per la sua conoscenza del vicino russo. Le nuove tensioni con Mosca, destinate a durare almeno per un altro anno- ovvero per la durata della proroga delle sanzioni- impediscono a Bruxelles di liquidare le ostilità politiche degli Stati dell’Est con un’alzata di sopracciglio. La sfida che questi Paesi hanno lanciato a Bruxelles potrebbe rivelarsi ben più difficile e decisiva per le sorti del progetto comunitario dei negoziati per la Brexit con Londra .

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