Fiorella Mannoia, una carriera diventata una farsa

Perché una grande interprete e un’icona come Fiorella Mannoia si è prestata a cantare canzoni che un tempo non avrebbe neanche ascoltato al bar?

Elisabetta Villa/Getty Images

Decidi di scrivere un articolo.

Lo senti urgente, perché credi che quello che vuoi scrivere vada detto.

Urgente, urgente come lo può essere un articolo di critica musicale, non certo la rivelazione di un verità sopita per anni, uno scoop.

Ma tu sei un critico musicale, uno scrittore, per te scrivere questo articolo è urgente.

Però sei in difficoltà. Perché sai che andrai a intaccare una figura quasi mitologica, come un piccione che caga su un monumento. Andrai in qualche modo a criticare, non nel senso di analizzare criticamente, ma proprio di criticare negativamente, scopriamo subito le carte, un personaggio che in qualche modo ha scritto pagine importanti della storia della musica italiana. E già questo fatto di parlare di lei usando la parola scrivere fa venire meno le tue remore, perché, a dispetto di una credibilità cantautorale, il personaggio di cui stai per scrivere è una interprete pura. O almeno lo è stata fino a quando la sua carriera era degna di nota, ti ripeti come in un mantra. Una che ha interpretato sempre, o quantomeno sempre fino a quel certo punto della sua carriera, canzoni d’autore, e per questo è assurta, anche legittimamente, al ruolo di regina della medesima canzone d’autore, ma che in realtà a un certo momento ha deciso di scavalcare lo steccato che separa il bello dal brutto, andando a sporcarsi, lasciatemi usare un verbo che sconfina nel moralistico, le mani nel mondo dei talent.

Fatto, questo, che in qualche modo contamina, seguitemi nel ragionamento, il concetto di interprete puro, perché se ti sporchi non è che sei poi così puro, sei interprete e basta.

Comunque decidi di scrivere questo articolo, perché non ne puoi più, è un fatto, che ogni volta che succede qualcosa in ambito sociale o politico, è a lei che vanno a chiedere qualcosa a riguardo, come se il fatto di aver cantato determinate canzoni nel corso della sua carriera la elevassero al ruolo di intellettuale, di rappresentante di una qualche intellighenzia. Cosa, per altro, che a lungo hai condiviso, perché se canti certe canzoni significa che quelle certe canzoni le hai capite, di più, che quelle certe canzoni siano state scritte apposta per te, che ti rappresentino, che in qualche modo siano le tue parole e le tue note, anche se scritte da altri.

Non è un caso, ti sei detto prima che il progetto venisse alla luce, che il suo ultimo album si intitoli Combattente, un modo come un altro di cristallizzare un dato di fatto, di rendere prodotto uno status quo. Magari, ti sei augurato, anche un modo per cancellare gli ultimi tristi anni, per reimpossessarsi della credibilità del passato.

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Anche la copertina, ti sei detto dopo averlo visto anticipato in rete, guarda in quella direzione, con quell’icona marziale, vagamente sovietica. Del resto lei è la rossa, o almeno lo è sempre stata, quella di sinistra, impegnata. Quella che non a caso ha sempre indicato in Ivano Fossati il suo autore principe, in qualche modo dimenticandosi spesso di citare Enrico Ruggeri nel novero dei suoi autori principali, quell’Enrico Ruggeri le cui idee politiche, o presunte tali, poco si addicono al suo essere la rossa di cui sopra, quell’Enrico Ruggeri la cui Quello che le donne non dicono è, fino a prova contraria, la sua canzone simbolo, il manifesto di una interprete che si trova, da poco più che ragazza a cantare un brano senza tempo, capace di diventare bandiera della maturità femminile, argomento, come abbiamo visto, per il resto assente dal nostro panorama musicale.

Combattente, quindi, con quella copertina che ce la mostra come un generale comunista. Poi però la ascolti, la canzone Combattente, e ti passa la poesia.

Ti passa del tutto, perché non è un canzone combattente Combattente. Anzi, è una canzone soccombente.

Non perché sia brutta, non lo è in termini assoluti, ma perché sia un brano ripiegato clamorosamente su questi brutti nostri tempi.

Quella copertina ce la mostra come un generale comunista. Poi però la ascolti, la canzone Combattente, e ti passa la poesia. Perché non è un canzone combattente: è una canzone soccombente, ripiegata clamorosamente su questi brutti nostri tempi

Questo del resto lei sta facendo da tempo, sta rincorrendo una giovinezza che non c’è più. E non è che non ci sia più in lei, anche, ovvio, ma non c’è più in assoluto, perché la gioventù è per sua natura guardare al bello, mentre oggi si sta sempre più rincorrendo il brutto, l’opaco, lo sciatto. Leggi anche alcune interviste, per cercare di capire, e la senti ripetere che questo suo adeguarsi agli orribili suoni che girano oggi, lei che per anni si è affidata al maestro Piero Fabrizi, sua anima gemella non solo in musica a lungo, capace di costruire quella sua credibilità autoriale cui si faceva riferimento prima, un suono, una scelta dei brani, la creazione di un universo mondo credibile, elevato, a suo modo unico, ecco, questo suo adeguarsi agli orribili suoni di oggi, e ovviamente lei non usa l’aggettivo orribili nelle interviste, è una necessità, un adeguarsi. Cioè, oggi lei che per anni è stata l’interprete della canzone d’autore in Italia si affida a suonini elettronici, come una bimbominkia qualsiasi. Perché, dice nelle interviste, se no ti senti fuori dal tempo, come se fossero i suoni fatti con protools a farti sentire contemporanea, non quello che canti e dici. Del resto, è un fatto, se riesci a passare con la stessa naturalezza dal duettare con lo stesso Fossati o Caetano Veloso al duettare con Moreno a Chiara Grispo, qualcosa deve essersi rotto per sempre.

E proprio questo fatto qui ti fa cadere ogni briciolo di remora. Perché una che ha cantato canzoni come quelle che ha cantato lei, facendosi musa di gente, appunto, come Ruggeri, Fossati, Bubola, De Gregori, Daniele Silvestri, Samuele Bersani, lo stesso Piero Fabrizi, non può duettare con Moreno.

No, non può proprio, perché quello non significa essere contemporanei, significa vendersi a un sistema che è per sua natura corrotto e corruttibile. Questo sarebbe essere combattente, ti dici, schierarsi dalla parte giusta, rinunciare a passare per certe radio, una mica duetta con Chiara Grispo a caso, essere ospite fissa in certi programmi tv, vedi Moreno, vedi Noemi, prima, vedi l’arroganza di essersi fatta produttrice per Loredana Bertè, senza aver lo sguardo del produttore, il know how del produttore, vedi i duetti, sempre quelli, con gente che in un mondo normale neanche dovrebbe permettersi di definirsi suo collega, ma che invece diventa, rendiamoci conto, suo pari, se non suo superiore. Sì, perché quei duetti le servono, sei deve essere convinta, come cantare canzoni inutili come Combattente, scritta da una delle autrici del momento, Federica Abbate, nota per aver regalato al mondo perle come quelle cantate da Giusi Ferreri e Baby K, o dalla Michielin all’ultimo Sanremo.

Se riesci a passare con la stessa naturalezza dal duettare con lo stesso Fossati o Caetano Veloso al duettare con Moreno a Chiara Grispo, qualcosa deve essersi rotto per sempre

Cioè, sei stato lì a tentennare se affondare o meno la lama su quella carne che per anni hai amato, da lontano, inconsapevole, il subconscio serve anche a quello, che lei ha sorpassato lo steccato, ha regalato la sua credibilità ai ragazzi dei talent, quelli che hanno fatto assurgere il karaoke al ruolo di presunta arte, quelli che hanno contribuito a abbassare sensibilmente il livello già bassino della nostra canzone d’autore, e non paga si è anche prestata a interpretare in prima persona canzoni che un tempo non avrebbe neanche ascoltato al bar, per di più con quegli orribili suoni electropop, Santo Iddio, affidarsi a Carlo Di Francesco dopo Fabrizi è stato uno suicidio che manco Mishima al parco, roba che solo nella testa di chi cerca di rimanere giovane può essere considerata contemporanea, perché sono suoni di qualche anno fa, e pure suoni brutti. Carlo Di Francesco il professore di Amici, tanto per rendere chiara l’idea.

E nel disco in questione, lo ascolti e non ci puoi credere, non paga di aver cantato la canzone della Abbate ha anche cantato brani di Giuliano Sangiorgi, uno che continua a essere considerato un grande autore nonostante non azzecchi un brano decente ormai da anni, e di Fabrizio Moro, che di quel mondo lì, quello dei talent, è ormai ingranaggio perfetto, l’autore finto-maledetto in realtà molto più integrato che apocalittico.

Sentire le tracce di questo lavoro, e poi sentire la conclusiva La terra da lontano, l’orchestra sinfonica a accompagnare la voce nuda, Ivano Fossati alla scrittura, rende tutto questo incomprensibile. Perché non è questione della vita che ti smussa gli angoli, come canta nei primi versi del singolo eponimo, è questione di aver fatto di una carriera una farsa, di essersi inginocchiata di fronte a un sistema che, per di più, non esiste, l’andamento in classifica e i numeri parlano chiari.

Non è questione della vita che ti smussa gli angoli, come canta nei primi versi del singolo eponimo: è questione di aver fatto di una carriera una farsa, di essersi inginocchiata di fronte a un sistema che, per di più, non esiste, l’andamento in classifica e i numeri parlano chiari

Perché se sei Fiorella Mannoia, la rossa, non ha senso compromettersi. Continui a riempire teatri, nonostante le nuove produzione, nonostante abbia a fianco Carlo Di Francesco e ti faccia scrivere i testi da Cheope o Sangiorgi, e nonostante il tuo parlare su tutto stia sminuendo anche il tuo profilo di intellettuale, giovanilistica anche nei commenti da tuttologa, andare a rincorrere Moreno o Emma Marrone non fa di te una artista al passo coi tempi, fa semmai una che vuole rimanere giovane anche se giovane non è.

Guarda proprio al Fossati degli ultimi anni della carriera, guarda a Ruggeri, loro non si sono adeguati, perché non ne avevano bisogno.

Non ne avresti avuto bisogno neanche tu cara Fiorella, e, spiace dirlo, non ne avevamo bisogno soprattutto noi, che oggi ci ritroviamo qui a sentire le tue brutte nuove canzoni, tentati di rigare i vecchi cd con un chiodo arrugginito, per non farle stare in uno stesso mondo in cui vivono anche le nuove canzoni. Canzoni che poi, a dirla tutta, non sarebbero neanche così brutte, tutte scritte benino e interpretate benino, ma che messe in bocca a te suonano finte, e che con quei suoni lì, suonano fastidiose, molto fastidiose.

Poi, è un fatto, fra un paio di mesi andrai a Sanremo, lo vincerai con la canzone di Amara, e magari il disco Combattente comincerà a vendere, così che qualcuno potrà venire a dirmi che mi sbaglio, che hai fatto bene tu.

Ma al momento in cui scrivo in testa alle classifiche dei singoli c’è Rovazzi, questo è lo spirito dei tempi, e tu, cara Fiorella, no, non dovresti far parte di questi tempi qui.

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