Tendenza Scanzi, l’ex giornalista diventato popstar

Come ogni pop star che si rispetti Andrea Scanzi ha un pubblico da assecondare: se fosse rimasto un giornalista avrebbe potuto continuare a scrivere per pensare, anziché per vaticinare, trastullare, compiacere

Dura meno di tre minuti il video in cui, durante una puntata di In Onda (La7), Andrea Scanzi, giornalista, diceva a Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato della Repubblica, di essere il Brad Pitt del centrodestra, la dimostrazione del fatto che in Italia chiunque può fare politica, la prova che Darwin aveva avuto torto, un uomo meno intelligente della sua imitazione. Gasparri, divertito, moschettava con pari eleganza, restando però in sofferenza, fino al ko definitivo: «Assomiglio più io a Indro Montanelli che lei a uno statista». Era il 2013, Scanzi aveva abbandonato da un po’ i pezzi per Il Mucchio Selvaggio (antipatica rivista indie, una di quelle dove gli artisti che vendono abbastanza da potersi permettere un deodorante, sono infedeli impuri venduti al mercato) ed era già una delle firme di punta de Il Fatto Quotidiano, nonché il salace opinionista di Otto e Mezzo (La7): spericolato e insultante («perché essere didascalici? Non vi bastano gli editoriali di Pigi Battista?» scriveva, in un pezzo su Federer del 2012 che, ovviamente, nulla aveva che fare con Pigi Battista, ma così autenticamente intransigente da lasciare uno spazio ridotto a sicumera e vanità.

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Allora, nel 2013, era ragionevole supporre che, su Montanelli, avesse fatto del sarcasmo: oggi sarebbe decisamente azzardato. Andrea Scanzi è diventato scanzissimo: graffia, scalpita, combatte e inveisce per autoesaltarsi, farsi misura di virtù, intestarsi un risultato, una previsione, un colpo di scena. Ogni suo corpo a corpo è wrestling. Per festeggiare la vittoria del No al referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre, si filma mentre balla “Another brick in the wall” dei suoi Pink Floyd (“Ciao ragazzi. Stamani ho ricevuto una telefonata dal mio vecchio amico Roger Water: sì, quello che ha fondato i Pink Floyd. Mi ha chiesto di spiegargli quel che sta accadendo a Roma”, scriveva lo scorso settembre, su Il Fatto Quotidiano) e, ancora ebbro di una vittoria che aveva escluso, sebbene «purtroppo io non sbaglio mai», fa una diretta Facebook di ventisei minuti mentre, seduto alla sua scrivania, il suo ultimo romanzo alla sua destra e il “baldacchino Roger” alla sua sinistra, risponde ai commenti dei follower, ripetendo più volte «quanti siete! Non riesco a starvi dietro!»; rispondendo a chi lo accusa di essere diventato un’imitazione di Marco Travaglio, di aver scelto di imitare il migliore («c’è chi assomiglia a Rondolino o a Mieli»); brandendo il suo ultimo libro (“I migliori di noi“, Rizzoli), che «è stato stroncato solo da Il Foglio, quindi è un capolavoro» e che «è alla seconda ristampa, alla faccia di Michela Murgia» (a Quante storie, su Rai3, la scrittrice ha dichiarato che le sole pagine belle del libro di Scanzi sono le ultime cinque, perché sono vuote). «Non ditemi che sono colto e intelligente: lo so già. Ditemi che sono un fico», «Non so decidere se in questo video sono più bello o bravo», «chi non compra il mio libro è un Renzi costituzionale, si merita Verdini».

«Non ditemi che sono colto e intelligente: lo so già. Ditemi che sono un fico», «Non so decidere se in questo video sono più bello o bravo»


Andrea Scanzi

Per David Hume, filosofo settecentesco, l’orgoglio è il motore fondamentale nella costruzione del soggetto morale. Marcel Proust, un secolo più tardi, si augurava ancora di morire “migliore e amato”.

Ma non è la mancata sinergia tra fierezza di sé e dubbio di sé a fare di Scanzi un ostaggio della sua protervia. Né il manicheismo ereditato dalle riviste indie, il narcisismo, il talento, i riflettori, il generale scadimento del dibattito pubblico in vilipendio (non c’è articolo, dichiarazione, discussione in cui Scanzi manchi di massacrare il suo bersaglio per stazza, portamento, abitudini).

«Sei il Mogol dei coccodrilli», gli ha detto il comico satirico Daniele Luttazzi, all’inizio di quest’anno, difendendosi nella diatriba a puntate con il suo ex amico che l’accusava di essersi defilato dalla vera satira, quella che «induce a fare domande e ti porta a non accettare supinamente tutto quel che decide (cioè impone) il Potere».

Il Potere.

Ma quale potere? «Che paese strano, sempre alle prese con governi autoritari che vengono giù con un soffio», ha scritto su Twitter il giornalista Mattia Feltri, a ridosso della caduta di Renzi. Scanzi lamentava l’assenza di una satira politica che tenesse «alta l’asticella dell’indignazione». L’indignazione, però, ha avuto un ruolo fondamentale nella caduta del governo Renzi (e, prima, di quello Berlusconi): il potere di contraltare è molto più robusto e influente di quello che a Scanzi convenga ammettere. I “coccodrilli” di cui è megafono, sobillatore, guru (su Facebook ha scritto che la vittoria del No è stata un merito del suo giornale, ma lo status è scomparso) sono, ormai, un potere da corteggiare. Ed è a questa corte sfacciata che Scanzi non si sottrae, confondendola (fingendo di confonderla) per puntello sistematico del sistema. È questa pratica a renderlo prigioniero della sua arroganza e, ancora più grave, del suo pubblico. Dagli insulti, i nomignoli, il cattivo gusto spacciato per reazione uguale e contraria ala decadenza politica, fino al balletto per la vittoria elettorale (che gli è valso i complimenti di Rovazzi, star di “andiamo a comandare”, il quale ha dichiarato di voler lasciare a Scanzi lo scettro di youtuber) e allo screenshot dell’sms inviato al Presidente del Consiglio: «Ciao Matteo. Sei stato il peggior presidente immaginabile della peggiore classe dirigente immaginabile. Quando esci, chiudi la porta. E – se ce la fai – non tornare».

Andrea Scanzi ha un pubblico da assecondare: se fosse rimasto un giornalista, al pubblico avrebbe semplicemente dovuto dare conto. Avrebbe potuto continuare a scrivere per pensare, anziché per vaticinare, trastullare, compiacere

L’informazione e l’opinione ragionata soccombono non tanto alla faziosità, quanto alla smania di compiacere il cannibalismo populista del lettore (dal quale, inutile negarlo, chiunque scriva subisce un condizionamento) affamato di sputtanamento e bisognoso di paladini perché allevato nella costante, irrealistica contrapposizione cittadini sottomessi/corrotti amministratori usurpatori. Come ogni pop star che si rispetti, allora, Andrea Scanzi ha un pubblico da assecondare: se fosse rimasto un giornalista, al pubblico avrebbe semplicemente (si fa per dire) dovuto dare conto. Avrebbe potuto continuare a scrivere per pensare (essendo più che bravo a farlo), anziché per vaticinare, trastullare, compiacere.

Il potere invisibile non è più quello delle masse silenziose, bensì quello dei farraginosi indignati: a loro Scanzi ha alienato una consistente parte di libertà, acquisendo il residuale, farlocco diritto di performance. E, naturalmente, un notevole venduto dei suoi libri.