La scuola è ancora una catena di montaggio. Cosa aspettiamo a innovare?

La scuola italiana si basa ancora su un ascolto passivo della lezione, non tenendo conto che il modo di apprendere dei giovani è cambiato. Le tecnologie sono usate poco e male. È un’istituzione basata sulla vecchia società industriale

MARTIN BUREAU / AFP

Generazione Z, millennials, nativi digitali, generazione screenagers, qualsiasi appellativo si voglia dare ai giovani nati nel pieno dell’era di internet, il comun denominare è l’uso quotidiano della tecnologia e dei social media in tutti le reti sociali in cui sono coinvolti.

Già a due anni, la maggior parte dei bambini sa usare un tablet o uno smartphone per i giochi interattivi e crescendo si troverà a interagire con schermi sempre più funzionali che offrono loro stimoli sempre diversi. La scuola e quindi l’educazione, davanti a questo flusso di dati che avanza non può che cercare di adeguarsi perché i paradigmi educativi e scolastici sono fermi al ventesimo secolo, ma ad apprendere ci sono gli studenti del ventunesimo.

A fallire è l’idea di scuola, impostata in maniera classica, accademica, che prevede un ascolto passivo della lezione e delle risposte alle domande che pone il docente, non tenendo conto che a cambiare è il modo di apprendere dei giovani che, come visto, fin dalla tenerissima età, per acquisire conoscenze sono abituati a interagire.

In molte scuole, l’idea del 2.0 coincide con l’installazione delle lavagne luminose multimediali Lim che però non vengono utilizzate per il loro effettivo uso ma solo come proiettori.

I ragazzi, quando iniziano il loro piano formativo, scolastico, educativo, si aspettano di imparare secondo il loro habitat naturale, che sono la rete e i social network ed invece, quasi sempre, si trovano ad assistere a lezioni che reputano noiose, poco coinvolgenti dove memorizzano i concetti per gli esami ma non sono messi nelle condizioni di contestualizzare quello che apprendono.

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La scuola e quindi l’educazione, davanti a questo flusso di dati che avanza non può che cercare di adeguarsi perché i paradigmi educativi e scolastici sono fermi al ventesimo secolo, ma ad apprendere ci sono gli studenti del ventunesimo

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