Piazza Affari, il declino è servito

Negli anni Ottanta il boom della Borsa fu visto come il modo per spingere l’internazionalizzazione delle imprese e per superare la finanza dei salotti buoni. Ora di Borsa si parla soprattutto per le aziende che lasciano il listino

Pirelli, Benetton, Bulgari, Edison, Italcementi, Fideuram e presto Luxottica: la lista dei pezzi pregiati che Piazza Affari sta perdendo è lunga. Sono casi specifici, ma che raccontano anche delle difficoltà della Borsa milanese, che negli anni è scivolata alla periferia del sistema finanziario globale. Nel 2000, nel capoluogo lombardo era quotata più del 2,7% della capitalizzazione mondiale. Nel 2016 solamente lo 0,8%, una tendenza negativa comune a tutte le borse europee. La notoria difficoltà delle Pmi italiane a quotarsi è solo parte della spiegazione. La piazza è inoltre in balia di problemi specifici, come per esempio quello legato ai titoli bancari che ha segnato il 2016.

Per quanto la nostalgia non sia mai una buona compagna in economia, c’è da rimpiangere lo spirito degli anni Ottanta. Non solo perché il 1986 è stato l’anno migliore nella storia di Piazza Affari. Ma perché proprio in quel periodo, per la prima volta, la Borsa è diventata qualcosa di più di un luogo geografico di Milano: sul listino si consumavano i successi delle grandi holding private che reperivano capitali con facilità per provare la sfida internazionale. Il boom del mercato, che garantiva risorse a basso costo, incoraggiava i gruppi industriali verso sfide audaci (cui la storia successiva assegnerà sorti alterne), dando l’impressione che fosse possibile fare a meno dei “salotti buoni” e meno buoni del potere politico-finanziario italiano.

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