Il petrolio non riparte, il grande dubbio si chiama inflazione

Da marzo il prezzo del petrolio sta attraversando un momento molto volatile e questo non fa che rafforzare i dubbi delle banche centrali sulla piega che prenderà l’inflazione

AHIKAM SERI / AFP

Considerato uno degli indicatori più importanti della crescita globale, il prezzo del petrolio è tornato ad essere uno degli argomenti più gettonati di questa estate. La quotazione del greggio è caduta sotto i 45 dollari al barile, ribasso probabilmente influenzato dall’incremento dei tassi di interesse americani e dalla paura che il taglio dei livelli di produzione da parte dei paesi Opec non sia sufficiente a ridurre il surplus.

Ma andiamo con ordine. Al fine di ridurre la sovrapproduzione, l’Opec (Organization of the Petroleum Exporting Countries), l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, ha dichiarato alla fine del 2016 di aver trovato un’intesa per tagliare la produzione del greggio di 1,2 milioni di barili al giorno. In accordo anche con la Russia che ha annunciato una riduzione di 600.000 barili al giorno. Questo taglio di 1,8 milioni della produzione giornaliera è stato esteso fino a marzo 2018.

Molti operatori finanziari però non sono del tutto convinti che l’Opec riuscirà a mantenere le sue promesse nei tempi prestabiliti.

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Influenzato dalla decisione dell’Opec di estendere il taglio della produzione del greggio fino agli inizi del 2018, da marzo il prezzo del petrolio sta attraversando un momento molto volatile. Questo dato potrebbe indicarci come la crescita globale non sia così forte come avevamo sperato

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