Ecco perché i soldati italiani in Niger sono la cosa giusta da fare

In quella parte dell'Africa i nostri soldati combatteranno il jihadismo (e non ci riusciranno). Ma il Niger è anche uno snodo decisivo per la questione migranti, ed è una mossa intelligente, e opportuna da parte di Gentiloni, trovarsi lì con un contingente militare

Toh, un Governo di sinistra che fa una cosa di sinistra. Perché la decisione di schierare 500 soldati con 150 mezzi militari in Niger, per chi non abbia gli occhi coperti dal timor panico delle mimetiche e dal senso di colpa post-coloniale, si rende conto che è questo il mezzo, oggi, per mostrare solidarietà a certi Paesi del mondo in via di sviluppo imprigionati in problemi che da soli non possono nemmeno pensare di affrontare.

In via ufficiale, i nostri soldati saranno in quella parte di Africa per perseguire due obiettivi. Il primo è la lotta contro il jihadismo islamista, che nelle aree di frontiera tra Niger, Libia e Algeria (a Ovest) e Niger, Libia e Ciad (a Est) ha assorbito i reduci delle lunghe battaglie algerine e ha sfruttato la frammentazione della Libia per rafforzarsi e diventare sempre più insidioso. Su questo sia consentito un po’ di sano scetticismo, In Niger sono presenti importanti contingenti americani (cominciò Obama nel 2013 con cento soldati, ora sono un migliaio con il solito apparato di droni e diavolerie varie nella base di Agadez), e francesi (4 mila uomini dal 2014 a Madama), più le truppe locali e i vari contingenti africani di peace keeping che vanno e vengono su frontiere tracciate nella sabbia.

Ma non saranno certo i soldati italiani a risolvere il problema dell’Isis africano. E infatti l’annuncio del premier Gentiloni è arrivato dal vertice convocato dal presidente francese Macron per annunciare il sostegno dell’Europa (servono almeno 500 milioni di dollari) al nascente G5 Sahel composto da Niger, Mauritania, Mali, Ciad e Burkina Faso.

Noi andiamo lì, come peraltro ribadito dal nostro presidente del Consiglio, “per la stabilità del Mediterraneo e il contrasto ai flussi irregolari dei migranti gestiti dai trafficanti di esseri umani”. Gentiloni è il premier che applica le regole dell’amore: vince chi fugge e lui si rende indispensabile appunto facendo finta di non esserci. Ma questo discreto spiegamento di forze è la logica conseguenza dell’accordo firmato nel maggio scorso con Libia, Ciad e Niger per la collaborazione nel controllo dei flussi e la costruzione di centri di accoglienza per i migranti che transitano per quei Paesi.

Questo discreto spiegamento di forze è la logica conseguenza dell’accordo firmato ne maggio scorso con Libia, Ciad e Niger per la collaborazione nel controllo dei flussi e la costruzione di centri di accoglienza per i migranti che transitano per quei Paesi

Sappiamo tutti che quei “centri” sono più spesso campi di concentramento dove i migranti vengono ammassati in condizioni poco umane o disumane. Che i traffici continuano. Che le tragedie proseguono. Ma non si vede come ai migranti si possa garantire una sorte meno crudele senza interrompere il ciclo partenze-sfruttamento-sbarchi, con le migliaia di morti intermedie che lo punteggiano. Davvero crediamo che bastino quattro navi di buona volontà nel Mediterraneo? Oppure ci diamo ai sofismi, e i miliardi versati dalla Ue alla Turchia per intercettare i migranti sanno di violetta mentre le missioni in Africa puzzano?

Il Niger, da questo punto di vista, è uno snodo decisivo. Non solo per il transito dei migranti, che da lì passano in Libia e si avviano verso il Mediterraneo e l’Europa: 120 mila nel 2015, più di 330 mila nel 2016, sotto gli occhi di quasi 400 mila profughi arrivati dalla Nigeria per sfuggire alle stragi di Boko Haram e ospitati da un Paese che è tra i più poveri al mondo (quint’ultimo posto, per la precisione). Il Niger è decisivo perché è esso stesso una fabbrica di disperati pronti a migrare. Tra i 20 milioni di abitanti l’età media è di 15,1 anni. E al confine Ovest del Niger si estende il Mali: anche qui, povertà estrema, venti milioni di abitanti e un’età media di 15,5 anni. E sono comunque tutti nell’Africa sub-sahariana i cinque Paesi del mondo con l’età media più bassa: oltre ai già citati Niger e Mali, anche l’Uganda (15,5 anni), il Malawi e lo Zambia (16 anni).

È questa l’Africa dove bisogna essere, dove devono stare Paesi come l’Italia esposti dalla geografia e dalla denatalità (da noi, età media: 45 anni). Lì bisogna andare se si vuol capire qualcosa del presente e del futuro e se si vuole esercitare una qualche influenza positiva. È questa l’Africa, infatti, che era finita sotto la lente del Migration Compact proposto dall’Italia all’Europa nel 2016, con una lista di “Paesi prioritari” (Etiopia, Mali, Niger, Nigeria e Senegal) dove intervenire con una specie di Piano Marshall dotato di un fondo da 8 miliardi di dollari da portare poi a 62.

Com’è ovvio mezza Europa si è tirata indietro e l’obiettivo finale non è stato raggiunto. In più, la presenza militare francese è stata totalmente indifferente al tema dei flussi migratori, per la solita ragione che poi tanto i barconi approdavano in Italia, mica a Marsiglia. Ma noi non siamo francesi. E se i nostri soldati servissero anche solo ad aggiornare la nostra conoscenza del mondo e a farci dismettere qualche luogo comune, avrebbero già compiuto un’impresa non da poco.

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