“Noise music”: il suo inventore fu un italiano, futurista e amante dei rumori

Finita l’epoca delle melodie, sono arrivati i rumori. Così almeno la pensavano all’inizio del 1900, quando la tranquillità della natura venne soppiantata dal caos dell’industria, della guerra e delle fabbriche. Che andavano celebrate

Pochi lo sanno, ma anche la noise music è nata in Italia. Per essere precisi, la inventò nel 1913 Luigi Russolo, musicista futurista da Portogruaro (non Berlino) ma stabilitosi a Milano, giusto in tempo per intercettare le idee di Filippo Tommaso Marinetti e declinarle sul versante musicale. In una parola (anzi tre): Zang Tumb Tumb, e aprire le porte della musica al rumore.

È proprio quella la cifra della sua produzione (ehm) musicale: il rumore. Russolo inventa anche una classe di strumenti appositi, gli Intonarumori, cioè degli scatoloni di legno di varie dimensioni dotati di un altoparlante in metallo e con all’interno diversi tipi di ingranaggi, con cui si poteva controllare intensità e timbro del rumore. Era il momento dell’industria (più o meno), anche in Italia. E come gli altri futuristi, anche Russolo lo celebra con un manifesto:

La vita antica fu tutta silenzio. Nel diciannovesimo secolo, coll’invenzione delle macchine, nacque il Rumore. Oggi, il Rumore trionfa e domina sovrano sulla sensibilità degli uomini. Per molti secoli la vita si svolse in silenzio o, per lo più, in sordina. I rumori più forti che interrompevano questo silenzio non erano né intensi, né prolungati, né variati. Poiché, se trascuriamo gli eccezionali movimenti tellurici, gli uragani, le tempeste, le valanghe e le cascate, la natura è silenziosa”.

Il rumore come segno dell’industriosità dell’uomo, della novità, del nuovo mondo prometeico che supera la natura, silenziosa e implacabile. Basta con i suoni, le melodie: largo alle fabbriche, ai macchinari, al rombo delle bombe e delle guerre.

Per farsi un’idea, occorre ascoltare questo:

Bello, no?

Come tutti i grandi innovatori, anche Russolo fu contestato dai “passatisti”. Ed era comprensibile, visto il periodo e il carattere esplosivo (è proprio la parola giusta) delle sue composizioni. Al punto che perfino Marinetti si sentì in dovere di difenderlo. Del resto, era solo un’altra manifestazione delle sue idee.

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