Emma, è arrivato il momento che ti dichiari omosessuale (anche se non lo sei)

L’accusa di essere lesbica di Io Spio alla cantante salentina merita una sola risposta: che la stessa Emma si dichiari politicamente (e orgogliosamente) omosessuale. A prescindere dal fatto che lo sia o no

“IoSpio” è un settimanale di gossip. A dargli retta, il paese dovrebbe prendere atto che Emma Marrone, cantante, sia segretamente “lesbica” (sic). Un giornale di gossip, come si intuisce facendo caso ai titoli “strillati” di giallo e di rosso. Assodato che pesca nel profondo dei luoghi e nei punti comuni neri nazionali, come già i “Bolero” di un tempo, un rotocalco, benché possa questa sembrare parola desueta, un settimanale da intuire accanto agli infelici giornali dei concorsi. “IoSpio”, accanto alla storia in bianco e nero del delitto della contessa Anna Casati datato 1970, nei giorni scorsi ha appunto “sparato” in copertina la “rivelazione” che vedrebbe la salentina Emma Marrone, appunto, addirittura, “lesbica”.
Tecnicamente parlando, quel titolo ha infatti la pretesa di svelare, sempre secondo la retorica del sensazionalismo, una verità che tutti noi sappiamo da subito essere pura forzatura, buco della serratura, finora nascosta o comunque sottaciuta, tra voci, dicerie e reticenze della diretta interessata. La reazione di Marrone giunge immediata, ma anche, almeno ai nostri occhi, errata, banale.

A rendere ancor più pizzuto l’intero caso occorre precisare che “IoSpio” è in parte frutto dell’ingegno di Fabrizio Corona, quest’ultimo ne ha battezzato il lancio, sia pure dissociandosi dal titolo in questione, ma di questo diremo più avanti. Dunque, un settimanale come ulteriore “Pravda”, sia pure in quadricromia, del gossip nazionale, che cerca di farsi strada tra i concorrenti sugli sgabello di manicure e linfodrenaggio, coì fino alle isole Lampados. “IoSpio”, una parafrasi parassitaria dell’altrove benemerito portale di Roberto D’Agostino, “Dagospia”, con la non piccola differenza che qui, con l’ombra, sia pure dissociata di Corona, perfino gli occhielli suonano come intestazioni di verbali di un’OVRA dedita alla schiuma spettacolare, più Pitigrilli che Scerbanenco, più Nicole Minetti che Marcel Proust, cui erano tuttavia cari fatti misfatti e forse perfino bossoli e peli pubici dell’aristocrazia sua contemporanea. Così la replica di Marrone: “Emma lesbica? Adesso me la dico io la verità. La verità è che fate schifo, molto schifo! La verità è che questo paese sta tornando nel Medioevo e l’omosessualità sta diventando un problema da ‘combattere’”.
E ancora, poche righe dopo: “Con questo titolo da quattro soldi frutto di un ‘giornalismo’ alla deriva non state ferendo me, che ho le spalle larghe e le vostre cazzate me le metto in tasca da 10 anni. Con questo titolo avete offeso la vostra dignità in primis e poi quella degli altri. Con questo titolo avete evidenziato il marciume di questa società ipocrita e razzista. Un bacio a tutti gli amici ‘omosessuali’. Sentitevi liberi sempre e senza nessuna riserva di vivere la vostra vita, i vostri sentimenti e la vostra libertà. Viva l’amore senza pregiudizio” (sic).

Possiamo essere sinceri fino in fondo? Non ci siamo, la risposta è banale, peggio, interamente in difesa. In questi casi, OVRA o STASI del gossip, le parole si ribaltano, si lavora di antifrasi, figura retorica che serve a nutrirsi di ironia e di liberazione da ogni ricatto lessicale.

In questi casi, in primo luogo, non si accetta l’idea stessa che essere definita “lesbica” sia un oltraggio, parola oscena, insulto alla propria “immagine”, alla propria “privacy”. In questi casi, si rivendica cantando la propria omosessualità, e lo si fa, a maggior ragione, anche se non si è omosessuali, in questi casi, legge dell’ironia pretende che si faccia proprio il presunto insulto, l’Oltraggio come fosse un blasone, di più, il proprio Santo Graal, posto che essere “lesbica” non custodisce stigma alcuno.

Ecco, fosse accaduto alla mia persona, avrei detto: “Sono ‘frocio’, e con ciò?” Orrore, subcultura o meno, in questi casi, lo ribadisco, si rivendica orgogliosamente la propria omosessualità anche se non si è tali. In breve, qualora Emma Marrone lo fosse, oppure non lo fosse – lesbica o “lella”, come dicono a Roma, intendo – avrebbe il dovere politico, ancor prima che d’amor proprio, di dichiararsi tale, subcultura del gossip o meno, quale che sia la fonte che voglia insinuare, stanare, pretendere tu debba dichiararti, dargli soddisfazione.

Al contrario, rispondere piccati, risentiti, quasi ti abbiano attribuito un delitto morale, fa prevalere l’ipocrisia di provincia piccina, dove si ha paura delle parole, dello stigma presunto, dove perfino i più ingenui mali non vengono mai pronunciati per nome. In questi miseri casi, si ha il dovere, proprio per rispondere al sub-mondo, di ribaltare il tavolo del linguaggio, del lessico da strada.

Emma Marrone giunge alla popolarità da “Amici” di Maria De Filippi, un luogo dove i diritti LGBTQ sono stati sempre difesi e affermati, tutto vero, ma forse qualche lettura non le nuocerebbe, insieme a un po’ di storia dei movimenti di liberazione, iniziando dal FUORI, Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano la prima associazione di lotta fondata nel 1971 a Torino dal libraio Angelo Pezzana. Volendo approfondire, ci sarebbe anche da leggere “Elementi di critica omosessuale”, opera di Mario Mieli apparsa nel 1977 nella prestigiosa collana dei “saggi” Einaudi. Restando a Mieli, ci sarebbe anche il sottotitolo del suo capolavoro teatrale, “La Traviata Norma. Ovvero: Vaffanculo… ebbene sì!”. Mieli così avvertiva i lettori del suo saggio: “Spero che questo libro favorisca la liberazione del desiderio gay presso coloro che lo reprimono e aiuti quegli omosessuali manifesti, che sono ancora schiavi del sentimento di colpevolezza indotto dalla persecuzione sociale, a liberarsi della falsa colpa”.
Mi state però forse dicendo che pretendere da Emma Marrone, e soprattutto dalle sue groupies che hanno gridato all’oltraggio, un simile livello di coscienza sia troppo, assodato il background culturale generale odierno?
Ribadisco, in questi casi ci si dichiara orgogliosamente, ciecamente, gratuitamente “lesbica” o “gay”, se non altro per senso di vicinanza a chi aspetta solo un cenno in questo senso, un cenno politico, liberatorio.

In questi casi ci si dichiara orgogliosamente, ciecamente, gratuitamente “lesbica” o “gay”, se non altro per senso di vicinanza a chi aspetta solo un cenno in questo senso, un cenno politico, liberatorio

Era il 2000, l’anno tondo del Gay Pride mondiale che si sarebbe svolto da lì a poco a Roma, quando chi scrive ha provato a immaginare quale potesse essere il modo politico migliore, proprio da parte di un Eterosessuale Irreprensibile, dico Irreprensibile poiché non vorrei mai essere scambiato con coloro che si definiscono, sì, eterosessuali ma poi, nottetempo, li trovi a correre tra un vespasiano e l’altro in cerca di amori da “capovolto“, così come veniva bollato Pier Paolo Pasolini, meglio il “frocio”, il “finocchio” Pasolini, negli anni Sessanta dai giornali di destra quali “Il Borghese” o “Candido”. Dicevo appunto che noi Eterosessuali Irreprensibili, in occasione del Gay Pride mondiale del 2000 escogitammo, in verità era tutta farina del mio sacco da “comunista”, un modulo di “contiguità con la manifestazione” così formulato: “Diventa gay per un giorno!”

Oh, intendiamoci, il modulo era perfetto, concepito nel migliore dei modi, si trattava di compilarlo e, per precisione estrema, farlo controfirmare ai propri familiari, un nullaosta ulteriore. Dove voglio arrivare? Lo diciamo non prima di aver riportato la dissociazione di Corona e la controreplica della testata. Disse Corona: “Ho collaborato con la rivista suddetta come testimonial, non mi occupo né dei contenuti né delle copertine. Ciò che è stato scritto appartiene al Medioevo. La risposta di Emma sarebbe stata anche la mia”. Disse “IoSpio”: “Se reagisci cosi, non è che hai la coda di paglia?”

Se fosse un racconto provenzale potrebbe così iniziare: Di come un presunto insulto avrebbe dovuto diventare un fiore all’occhiello, grazie all’antifrasi, ossia ribaltare il senso di una parola oscura rendendola infine degna di un torneo liberatorio…
Mi torna adesso in mente un meraviglioso ragazzo conosciuto molti anni fa, forse quaranta, a Palermo, mia città d’origine, lui si chiama Giuseppe Di Salvo, detto La Lirica, così per la sua passione per il “belcanto”, lo rammento in short, maglietta e berrettino bianchi, lo rammento felice, orgoglioso di sé e di quella sua mise da mattinata al mare dorato di Mondello, lo rivedo invece in testa a un corteo proprio del FUORI, quando ecco che viene bersagliato d’insulti, ridono di lui e intanto gli danno dell’ “arruso”, ossia dell’omosessuale (forse anche del “matello”, termine dialettale offensivo ulteriore dall’etimo mai pienamente accertato), e a quel punto, La Lirica, sempre più meravigliosamente se stesso, li guarda e, forte del possesso dell’antifrasi, così ribatte: “Arruso, sì, ma contro la Dc!” Così pronuncia La Lirica, ed è il suo capolavoro dialettico immediato.

Forse, però, per trovare parole perfette degne di uno smeraldo nei momenti di pioggia non basta avere vinto “Amici” di Maria De Filippi, no, magari occorre anche avere lavorato sulla propria coscienza e ancora essere un po’ “comunisti”, come dicono impropriamente certuni non senza disprezzo di chi non si accontenta del mondo così ottuso com’è.

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