La nostra lingua è stata abusata?

Un verbo intransitivo che viene usato transitivamente. È possibile? È corretto? Lo spiega l’Accademia della Crusca

Tratto dall’Accademia della Crusca

Il verbo abusare nel significato di ‘fare un uso improprio o eccessivo di qualcosa, approfittare della disponibilità di qualcuno o di qualcuno (che si trova in condizioni di debolezza)’ è intransitivo e, come l’antenato latino abutor che reggeva l’ablativo, ha reggenza indiretta (introdotta da di: abusare di qualcosa o di qualcuno). Tuttavia nel significato di ‘usare qualcosa a fini non onesti’ (Sabatini-Coletti) è da tempo attestato anche col complemento diretto, costrutto del resto previsto anche in latino quando il verbo aveva il valore di ‘sprecare’ (abutor aurum, sprecare soldi, una grossa somma). Quest’uso transitivo era in passato più diffuso di oggi ed è ben documentato alla voce del GDLI. Tra i significati col costrutto diretto c’era proprio anche “abusare una donna”, violentarla, già attestato nel Seicento dal Segneri (“Lo necessitarono a dar loro in preda la moglie per abusarla”). Il passivo conseguente al costrutto transitivo era dunque possibile in italiano e si notava soprattutto nell’ uso del participio passato (“la pazienza lungamente abusata divien furore” ancora Segneri), impiegato non solo nel senso di ‘usato male o troppo’ ma anche in quello di ‘fatto abusivamente, riempito, pieno di abusi’ (“un concilio abusato per guadagni, per utilità o per confermar errori” Sarpi). Oggi, come attestano i nostri lettori, il valore passivo di abusare è frequente nel senso di ‘essere vittima di abusi sessuali’, ‘essere violentato/a’ ecc., con un’estensione a persona di un costrutto usato soprattutto per cose concrete o astratte. Una breve indagine su Google ci mostra che “persona abusata” ricorre due volte “persona vittima di abusi”, “donna abusata” ricorre più di 90.000 volte, mentre “vittima di abuso o di abusi” poco più di 6.000. La lingua dunque non ha dubbi. L’uso di questo costrutto e significato si affaccia nell’Ottocento, si concretizza nel Novecento, ma dilaga nel XXI secolo. Se si fa un’indagine in Google libri su “minori abusati” si vedrà che l’espressione è assente prima del 1900, rara nel XX secolo e diffusissima in questi anni del XXI. Ci troviamo dunque di fronte al rilancio di un costrutto diretto previsto e possibile, suscettibile perciò anche di essere volto al passivo. Questo rilancio si manifesta nel significato per cui “essere abusato/a” vale “essere stato/a vittima di abusi soprattutto sessuali”, argomento oggi purtroppo molto di attualità. In realtà lo era anche una volta, ma il fatto che mancasse la parola per dirlo con brevità o non se ne sfruttasse, in quella che già c’era, tutta la potenzialità sintattica e semantica, dimostra quanto la lingua risenta della cultura corrente, di cui rispecchia gli atteggiamenti, ora tacendo ora nominando certe cose. Non solo non si diceva “donna abusata” ma neppure “vittima di abusi” (del resto la famosa e povera Griselda del Decameron, vittima di ogni genere di abusi morali, era lodata per la sua pazienza…).

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