Conti in tascaBrexit, l’impatto sui mercati del futuro divorzio inglese

Bisogna considerare i seguenti fattori di rischio: tasso di cambio Dollaro-Sterlina; rendimenti (nominali) dei titoli Britannici; credito; azionario, Europa. Ecco cosa potrebbe accadere

L’accordo e le parti in gioco

A più di due anni dal referendum con cui i cittadini britannici hanno espresso la volontà di lasciare l’Unione Europea, Ue e Gran Bretagna hanno raggiunto un accordo sulle condizioni della Brexit. Al di là di ogni giudizio sull’esito del referendum, che riflette la volontà inalienabile dei cittadini britannici, è curioso notare come il voto del 23 giugno 2016 si sia fidato di idee e promesse di ogni genere piuttosto che di un accordo preciso, la cui stipula risulta oggi a conti fatti molto più complessa del previsto. L’accordo di 585 pagine, che forse guiderà il Regno Unito fuori dall’Unione Europea il 29 marzo 2019, è stato presentato martedì scorso dopo un susseguirsi di bozze, dichiarazioni e smentite, e passerà presto al vaglio del Consiglio Europeo.

La causa principale di questa odissea risiede ovviamente nella disparità degli interessi dei vari attori in gioco, che sono molteplici: Ue, Gran Bretagna, Governo, Leavers, Remainers, Irlanda del Nord. All’interno dei partiti del Parlamento e all’interno dello stesso partito di maggioranza convivono Leavers e Remainers. Abbiamo provato a fare un po’ di chiarezza dentro gli schieramenti principali.

Opposizione
All’opposizione troviamo il partito laburista guidato da Jeremy Corbyn, i cui membri, indipendentemente dal fatto di essere Leavers o Remainers, molto probabilmente non voteranno a favore di questo accordo siglato dalla maggioranza.

Maggioranza
Il Primo Ministro inglese Theresa May fa parte della coalizione conservatrice inglese, i Tories; nel suo partito ci sono sia Leavers, che considerano l’accordo un tradimento della volontà dei cittadini, sia molti Remainers, che temono che il Paese rimanga bloccato in un limbo soggetto alle regole della Ue. Non manca poi chi già pensa a nuove elezioni e denigra l’accordo solo per far cadere il Governo, mentre i Tories dell’Irlanda del Nord non concordano su alcuni punti ben precisi, che trattano il loro Paese in maniera diversa dalla Gran Bretagna. Non dimentichiamo infine quei Tories che sono disponibili a scendere a qualunque compromesso purché il Governo non cada e ne risulti favorita l’opposizione.

Comunque sia, per validare l’accordo il governo inglese ha bisogno di 320 voti in parlamento. Senza considerare tutte le divisioni interne, attualmente i Tories possiedono 316 seggi: insufficienti se non arrivano voti dai Labour.

Per validare l’accordo il governo inglese ha bisogno di 320 voti in parlamento. Senza considerare tutte le divisioni interne, attualmente i Tories possiedono 316 seggi

Cosa succede e quali scenari si prefigurano

I Tories pro-Brexit stanno promuovendo una mozione di sfiducia nei confronti del Governo, il quale secondo loro avrebbe “tradito le promesse fatte alla nazione”. Per mettere ai voti la mozione contro Theresa May serve la sottoscrizione di 48 parlamentari ma sembra che per ora il numero non si riesca a raggiungere. La May ha ribadito di voler andare avanti per la sua strada dopo aver ricevuto il supporto degli ambasciatori dei 27 Paesi membri della Ue.

Nel frattempo i ministri del governo May stanno cadendo come mosche: quattro di essi, tra i quali il ministro della Brexit Dominic Raab (succeduto a David Davis), hanno abbandonato la nave e Michael Gove, ministro dell’ambiente, ha rifiutato di succedere a Raab.

Date le tempistiche ristrette imposte dalla deadline di marzo 2019, se l’accordo non dovesse essere approvato, gli scenari potrebbero essere questi:

  • una Hard Brexit (o No-deal Brexit che dir si voglia), che vedrebbe il Regno Unito escluso immediatamente da qualsiasi accordo con la Ue e dunque impossibilitato a commerciare e a fornire servizi;
  • nuove elezioni per il governo inglese, il cui partito vincitore avrebbe l’onere di proporre un nuovo accordo da far approvare a tutte le parti;
  • un secondo referendum, in cui non è affatto scontato che vincano i Remainers.

Nessuno dei risultati sopra citati sarebbe dunque una soluzione al problema, e probabilmente il Paese rimarrebbe nella situazione di stallo attuale che continua ad allontanare capitali, pesando sulla crescita e sulle tasche dei cittadini britannici.

CONTINUA A LEGGERE