Guida pratica alle parolacce dell’antica Roma (seconda parte)

Anche gli antichi si insultavano, si schernivano, si umiliavano a vicenda. E il lessico utilizzato era sempre all’altezza dell’offesa (o della volgarità) che intendevano esprimere

Come si è già scritto, anche gli antichi romani (non solo quelli moderni) avevano un lessico per le volgarità molto ricco e colorito. E anche loro, come quasi tutte le culture, consideravano parolacce quelle riferite alla sfera sessuale. Nella prima parte di questo articolo si sono considerati i sostantivi usati per descrivere, in modo volgare, le parti intime. Stavolta si guarda ai verbi.

Senza dubbio “Futuō”, cioè “avere un rapporto sessuale”, è tra i più utilizzati. È del tutto chiaro, poi, quale sia la sua continuazione romanza. Attestato in prosa, in poesia, nelle iscrizioni sui muri, indicava nello specifico l’atto sessuale attivo, in generale compiuto dal maschio. Quando toccava a una donna – ma era rarissimo – ci si riferiva a un rapporto omosessuale. Così, almeno, diceva Marziale: Ipsārum tribadum tribas, Philaeni / rēctē, quam futuis, vocās amīcam (lesbica tra tutte le lesbiche, o Filena / giustamente chiami “fidanzata” quella che ti scopi”). Il futūtor è colui che compie l’azione ed, è il più delle volte, quasi un complimento: ne esalta, anche se in modo rozzo, le abilità sessuali. Anche per questa sua connotazione tutto sommato machista “futuō”, a differenza dell’italiano, non ha anche il senso di “fregare”.

Segue “pēdīcāre”: dal tono più aggressivo e violento, indica il rapporto sessuale anale. Veniva usato, più che per denigrare o offedere, quasi come una minaccia. Ad esempio Priapo, nei Priapeia, così si riferiva agli eventuali ladri: “pēdīcābere, fūr, semel; sed īdem / sī dēprēnsus eris bis, irrumābō” (verrai sodomizzato, delinquente; e se sarai preso di nuovo mentre ci riprovi, te lo caccerò in bocca). Non andavano per il sottile all’epoca.

Anche qui, il termine “pēdīcātor” o “pēdīco” indicano chi svolge questa attività. Veniva usato a modo di irrisione (ad esempio nei confronti di Giulio Cesare). Va notato che futūtor e pēdīcātor erano considerati, dal punto di vista dell’onore sociale, più o meno equivalenti.

Molto diverso invece è il caso di “irrumāre” e “fellāre”, che sono riferiti all’atto sessuale orale. Nel primo caso si indica l’azione di chi costringe qualcun altro a praticare sesso orale nei suoi confronti. Il secondo, invece, è l’azione di chi lo pratica. Celebre, per violenza e aggressività, il verso di Catullo nei confronti di Aurelio e Furio: “Pēdīcābō ego vōs et irrumābō / Aurēlī pathice et cinaede Fūrī” la cui traduzione, alla luce delle indicazioni fin qui fornita, non risulta necessaria. In generale, irrumāre era un’azione fatta per umiliare qualcuno: spesso appariva nelle iscrizioni relative alla guerra e alla lotta. Visti i suoi specifici effetti, era anche sostituito, come per una forma di censura ironica, con espressioni quali “far tacere”, o “zittire”.

Fellāre”, di conseguenza, era un’azione considerata degradante, soprattutto per gli uomini. Nelle iscrizioni rimaste, comunque, il fellātor ricorre meno spesso della fellātrīx. Ma quando accade è molto offensivo, come dice Marziale: “nōn fellat – putat hoc parum virīle – / sed plānē mediās vorat puellās” (Non succhia, lo ritiene troppo poco da uomo, ma senza dubbio si pappa le parti intime delle fanciulle). E il verso riecheggia una classifica del disonore negli atti sessuali, secondo cui il sesso orale praticato sulle donne costituiva una delle peggiori umiliazioni per un uomo.

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