Nord-sudIl Nord si è svegliato contro i gialloverdi, ma non c’è nessuno pronto a guidarlo

No, la decrescita, i sussidi e i No non piacciono alla parte produttiva del Paese: ma Pd e Forza Italia sono in crisi e la Lega non può far cadere ora il governo. Risultato? La piazza di Torino rimarrà inascoltata

Contrariamente alle aspettative, alle previsioni, ai sondaggi, l’alleanza di governo va a sbattere contro la questione del Nord prima del previsto, non per divisioni interne su questo o quel provvedimento ma per la torsione imprevista e improvvisa dell’opinione pubblica. I cinquantamila in piazza di Torino non possono essere liquidati dalla Lega come i venti o trentamila delle manifestazioni antirazziste di Roma o dei raduni in 60 città contro il ddl Pillon sul diritto di famiglia. Lì, in Piazza Castello, c’era anche gente loro. E se lo scontro sulla Tav era l’occasione, la causa accidentale della protesta, quando tanta gente si muove è difficile che lo faccia per un tunnel merci: c’è un tipo di preoccupazione più larga e più profonda in gioco.

Ora, ci sono due modi per raccontare questa indubbia svolta. Il primo: l’area sviluppista del Paese ha intravisto il rischio che la decrescita più o meno felice non sia una chiacchiera da conferenzieri ma un progetto concreto, che salda insieme l’anima conservatrice del Carroccio – l’elogio local, la diffidenza per le culture cosmopolite, il rimpianto per l’Italia “di una volta” – con l’istinto pauperista che è tratto distintivo del M5S fin dalle origini. Lo spavento ha aperto il vaso di Pandora di un collettivo Non Ci Sto che mette insieme tutti quelli che, a destra e a sinistra, hanno un’altra idea del Nord. L’altra interpretazione è più politichese. Le filiere spodestate della Seconda Repubblica – forzisti, Pd, leghisti radicati nel centrodestra – hanno trovato il modo di fare fronte comune contro il cosiddetto Governo del Cambiamento ammainando le rispettive bandiere e accodandosi a una serie di movimenti civici che, a differenza dei vecchi partiti, conservano una reputazione e sono in grado di parlare alle persone.

Se lo scontro sulla Tav era l’occasione, la causa accidentale della protesta, quando tanta gente si muove è difficile che lo faccia per un tunnel merci: c’è un tipo di preoccupazione più larga e più profonda in gioco

Scegliere l’una o l’altra ipotesi, tuttavia, non ha molta importanza. Quel che conta sono le conseguenze politiche del risveglio del Nord e il fatto che, per la prima volta dalle elezioni europee di cinque anni fa, si intraveda un campo a disposizione del primo che saprà prenderselo, conquistandolo con un progetto e una visione. Non c’è più solo una somma di individuali mugugni, perlopiù contro i propri partiti o ex-partiti, ma persone disponibili ad alzarsi, uscire talvolta sotto la pioggia, dedicare un sabato a una qualche causa. Elettori potenziali, insomma, forse anche potenziali attivisti.

Fosse successo più avanti, fra qualche mese, come tutti prevedevano, ci saremmo trovati davanti a una vicenda già scritta: la rupture tra Lega e M5S nel nome degli interessi dello sviluppo, il ritorno a livello nazionale di un Centrodestra a trazione salviniana. Gioco, partita, incontro. Ma è successo troppo presto per i calendari della politica, e infatti ieri è stato anche il giorno della gran baruffa tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (Silvio: «Vedo rischi illiberali». Matteo: «Mi spiace, parli come Renzi, la Boldrini, Juncker»). Né sembrano pronte a cogliere l’attimo le sinistre, impicciate nei loro misteriosi giochi congressuali e ancora incerte se accodarsi al format Corbyn o al format Macron.

In molti hanno paragonato la piazza torinese a un evento storico di 38 anni fa, la Marcia dei Quarantamila contro i sindacati che avevano paralizzato la Fiat, e può anche darsi. Ma anche se fosse, al momento, manca il soggetto politico capace di cogliere quel tipo di vento. All’epoca fu un quarantenne molto svelto, Bettino Craxi, a intestarsi il cambiamento, la voglia di modernità, l’aspirazione di una parte del Paese a un nuovo tipo di relazioni sociali, e seppe farne la piattaforma della sua rivoluzione e di una ascesa al potere fulminante. Oggi non si vedono analoghe energie. O meglio: le energie che esistono si spendono nel descrivere gli eventi italiani come deriva autoritaria (che a molti starebbe pure bene, se servisse a qualcosa) piuttosto che a disegnare un progetto oltre la criminalizzazione del nemico. Anche per questo le marce del presente difficilmente entreranno nei libri come quelle di ieri: sono molto belle, confermano l’esistenza di un largo desiderio di partecipazione democratica, ma per cambiare la storia non bastano.

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