Storie di integrazioneAmin Wahidi, il regista afghano preso per spagnolo: "Milano mi ha adottato, qui il razzismo non esiste"

Arrivato in città come rifugiato, Milano gli ha consentito di studiare. Il suo film più importante? È ancora a metà in Afghanistan. Intanto, qui ha aperto un ristorante che offre "cibo per l'anima e il dialogo".

Amin Wahidi è nato a Kabul in Afghanistan 36 anni fa. Nel 2007 durante le riprese del suo primo film Le chiavi per il Paradiso sugli attentati suicidi, il suo piccolo set è stato attaccato a Hudkhel dai fondamentalisti pashtun. Alla fine ha preferito lasciare il Paese e chiedere asilo politico in Italia. Adesso vive a Milano dove continua a fare film e insieme ad alcuni amici a luglio di quest’anno ha aperto il primo ristorante afghano in città, dove lo abbiamo incontrato. Racconta Amin Wahidi: «Si chiama Samarkand e offriamo cibo per l’anima non solo per lo stomaco. Il menù ha le suggestioni dei cibi della via della seta ma qui si viene anche per dialogare e per conoscersi. In fondo alla sala tengo la bandiera blu bianca e gialla dell’Hazaristan. Io e i miei soci siamo tutti hazara. Un tempo eravamo l’etnia più grande dell’Afghanistan, oggi dopo secoli di persecuzioni siamo solo il 20% della popolazione attuale del Paese, anche se nei documenti ufficiali il governo afghano dice che siamo solo il 9% per limitare i nostri diritti e le risorse che ci spettano.

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