Due cose sono sicure al mondo: il cambiamento climatico e la disinformazione di chi lo nega. E sulla seconda la scienza non ha dubbi. Per i negazionisti del climate change Greta Thunberg è una bambina manovrata dai poteri forti, e chi sciopera con lei per denunciare i rischi dell’intervento dell’uomo sull’ambiente è un gretino. Con uno stoicismo e un senso della realtà degni dei terrapiattisti (spesso sono le stesse persone, i climascettici minimizzano gli effetti sempre più visibili negli ultimi anni. Lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari, le condizioni meteorologiche estreme, l’aumento della temperatura media globale? Secondo loro, semplici variazioni naturali che si sarebbero già verificate in passato senza conseguenze gravi. Un milione di specie di animali e piante rischia l’estinzione? Una presunta esagerazione usata – dicono – per giustificare tasse o politiche restrittive, ignorando del tutto i dati raccolti in decenni di monitoraggio dalla comunità scientifica.
Il più famoso tra i negazionisti è stato Donald Trump, che ha definito il climate change una fake news e ha portato gli Stati Uniti fuori dall’accordo di Parigi sul clima. Altri esempi recenti arrivano dai titoli di giornali come Libero e Il Tempo, che il sei maggio hanno deriso l’idea del riscaldamento globale in concomitanza con un’ondata di freddo anomalo: «Riscaldamento climatico? Ma se fa freddo» oppure «Anche il tempo si è rotto di Greta». Ma confondere clima e meteo è un errore di base: le nevicate tardive o le anomalie a breve termine non smentiscono le tendenze globali di lungo periodo. Anzi, alcuni fenomeni estremi – come appunto nevicate insolite o sbalzi termici intensi – sono in parte amplificati proprio dall’instabilità climatica causata dal riscaldamento.
Lo stesso Trump ha ironizzato su questo punto con un tweet che menzionava i meno cinquantuno gradi registrati in alcuni Stati del Midwest. Ma se nemmeno il presidente degli Stati Uniti distingue tra meteo e clima, che speranze hanno gli scienziati di convincere tutti gli altri? Una metafora efficace potrebbe essere quella universitaria: il meteo è il voto a un singolo esame, il clima è la media di tutti i voti nel tempo. Un singolo episodio di gelo non cambia la tendenza generale. E non dimentichiamo che il 2018 è stato uno degli anni più caldi mai registrati in Italia dal 1800, quando sono iniziate le misurazioni sistematiche.
Negli ultimi mesi, anche grazie all’ascesa del movimento Fridays for Future guidato da Greta, sono tornate a circolare online vecchie teorie che vorrebbero smascherare un presunto «complotto ambientalista». Il video più citato dai negazionisti italiani è un discorso pronunciato dal premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia in Senato nel 2014, oggi a oltre ottocentomila visualizzazioni. Il ragionamento è spesso: «Se lo dice un premio Nobel, dev’esserci qualcosa di vero». Ma occorre chiarire che Rubbia ha vinto il Nobel per ricerche in fisica delle particelle, non in climatologia, e che lui stesso afferma nel discorso che «la situazione è assolutamente drammatica: le emissioni di CO₂ stanno aumentando in maniera esponenziale».
Il problema sono alcune affermazioni che, seppur non intenzionalmente fuorvianti, sono state interpretate male o decontestualizzate. Per esempio, Rubbia afferma che negli ultimi duemila anni la temperatura della Terra è cambiata profondamente, ed è corretto. Ma poi sostiene che ai tempi degli antichi romani era un grado e mezzo più calda di oggi e che durante il Medioevo ci fu una piccola glaciazione seguita da un nuovo aumento simile.
In realtà, i dati paleoclimatici più recenti mostrano che le temperature europee attuali sono superiori di almeno due gradi rispetto all’epoca romana, e che il cosiddetto «periodo caldo medievale» non fu un fenomeno globale: alcune regioni furono più calde, ma molte altre furono più fredde. Inoltre, la Terra era diretta verso una nuova glaciazione – come accade ciclicamente – ma l’aumento dei gas serra a partire dalla rivoluzione industriale ha invertito questa tendenza naturale. Quindi sì, l’uomo ha modificato pesantemente il proprio ecosistema.
Un’altra parte del discorso di Rubbia spesso citata è quella secondo cui «dal 2000 al 2014 la temperatura della Terra non è aumentata: è diminuita di 0,2 gradi». Ma quell’affermazione si basa su una lettura incompleta dei dati: parte dal 1998, un anno eccezionalmente caldo per via di un forte El Niño, e si ferma al 2013. Se invece si considerano i dati dal 2000 al 2018, emerge chiaramente un trend di riscaldamento: quegli anni includono quasi tutti i più caldi dal 1860, e il 2018 è stato l’anno più caldo in Italia da quando esistono rilevazioni sistematiche.
Anche il sito Skeptical Science ha pubblicato una lista aggiornata delle bufale più diffuse sul cambiamento climatico. Una delle più comuni è che non esista un consenso scientifico sul fatto che gli esseri umani siano responsabili. In realtà, analizzando tutta la letteratura scientifica sottoposta a revisione tra pari, risulta che tra il novantasette e il novantotto per cento degli esperti concorda sul ruolo umano come causa principale del riscaldamento globale degli ultimi cento anni. E gli studi dimostrano che maggiore è la competenza scientifica dei ricercatori intervistati, maggiore è il loro grado di accordo su questo punto.
Altra falsa credenza: il clima è sempre cambiato, quindi non c’è nulla di nuovo. È vero che il clima della Terra è cambiato molte volte, ma i cambiamenti passati avvenivano su scale temporali di migliaia o decine di migliaia di anni. Oggi invece il riscaldamento sta avvenendo in meno di un secolo, un ritmo troppo veloce perché gli ecosistemi – e le società umane – possano adattarsi. La civiltà come la conosciamo si è sviluppata negli ultimi dodicimila anni, in un periodo di relativa stabilità climatica. Le variazioni odierne vanno ben oltre quelle fisiologiche di quell’intervallo.
Un’altra tesi ricorrente è che l’aumento di CO₂ sia naturale. Falso: da circa ottocentomila anni la concentrazione di CO₂ nell’atmosfera è rimasta entro un intervallo stabile, oscillando naturalmente tra i centottanta e i trecento ppm. Oggi abbiamo superato i quattrocentoventi ppm, a causa delle emissioni dovute alla combustione di carbone, petrolio e gas. Ogni anno, l’umanità immette nell’atmosfera circa trentasei miliardi di tonnellate di CO₂, una quantità impossibile da spiegare con processi naturali.
C’è anche chi sostiene che il riscaldamento non sia iniziato durante la rivoluzione industriale, ma più tardi, quando le emissioni erano molto maggiori. Ma non è così. Le emissioni nel diciottesimo e diciannovesimo secolo erano certo inferiori a quelle odierne, ma hanno comunque segnato l’inizio di una crescita costante della CO₂ atmosferica. Nel Settecento si emettevano tra i tre e i sette milioni di tonnellate l’anno; oggi siamo oltre le trentasei miliardi. L’effetto cumulativo nel tempo è fondamentale: i gas serra restano nell’atmosfera per secoli.
Infine, il mito che la Groenlandia fosse tutta verde mille anni fa. Il nome dato dai vichinghi – «terra verde» – si riferiva a piccole aree costiere prive di ghiaccio, dove era effettivamente possibile pascolare animali. Ma l’idea che l’intera isola fosse rigogliosa è infondata. I ghiacci della Groenlandia hanno centinaia di migliaia di anni e ricoprono ancora oggi la gran parte dell’isola. Inoltre, il cosiddetto «caldo medievale» non fu globale, e in ogni caso non paragonabile all’odierno riscaldamento che riguarda l’intero pianeta e che avanza a una velocità mai vista nelle ere geologiche recenti.