Clima e politicaEuropeo, pratico, e non populista. Ecco l’unica strada per l’ambientalismo (se ci tenete al pianeta)

Non bisogna affidarsi a miti di purezza antiscientifici e impolitici. L’ambientalismo contemporaneo non può che essere parte di un’agenda industriale ed economica trasversale, che coniughi gli incentivi allo sviluppo di nuove competenze e tecnologie con la tutela dell’ambiente

Caro direttore,

Abbiamo letto con attenzione la sua proposta di un governo con una piattaforma programmatica ambientalista e ne cogliamo l’urgenza e la necessità. Siamo però scettici sulla possibilità che questa svolta ambientalista per il governo dell’Italia (necessaria, anzi urgente) possa davvero affermarsi in un contesto in cui la precondizione per far partire un nuovo governo sarebbe – da parte del M5S e di Di Maio – il “taglio delle poltrone”. Anche peggio se si guarda l’approccio anti-scientifico e anti-tecnologico avuto dal M5S rispetto ai temi ambientali. In fondo, tra taglio delle poltrone e sindrome del No a tutto c’è un legame profondo: la sfiducia tanto nelle istituzioni della politica che nella scienza, intesa come istituzione di fondo del progresso umano.

D’altro canto, mentre i grillini strizzano l’occhio ai movimenti del No a tutto, gli altri principali partiti del Parlamento italiano invocano generiche agende “green”, poco dettagliate, prive di contenuti specifici e riferite a un ecologismo tradizionale inteso più come freno che come incentivo allo sviluppo. Chiunque abbia una visione ambientalista contemporanea, invece, sa che è urgente occuparci del concreto prima che dell’ideale e che per farlo non si può che affidarsi alla tecnologia e a un approccio liberale al tema dell’ambiente, non a uno conservazionista.

È esattamente questo atteggiamento che rompe l’equazione “ecologismo uguale sinistra” e che deve portare gli ecologisti nostrani a guardare e a costruire al centro dello spettro politico, soprattutto per sfatare le paure di chi, da un lato, crede che la riconversione ecologica affligga le classi più deboli e, dall’altro, ritiene che l’ambiente sia un costo per lo sviluppo. L’ambientalismo contemporaneo non può che essere parte di un’agenda industriale ed economica trasversale, che coniughi gli incentivi allo sviluppo di nuove competenze e tecnologie, anche nei settori tradizionali, con la tutela dell’ambiente.

L’ambientalismo contemporaneo non può che essere parte di un’agenda industriale ed economica trasversale, che coniughi gli incentivi allo sviluppo di nuove competenze e tecnologie, anche nei settori tradizionali, con la tutela dell’ambiente

Non ce lo dimostrano solo gli altri paesi europei, come la Germania, dove i Grünen hanno preso il volo da quando i “Realos”, ossia la corrente pragmatica del partito, ha prevalso sui “Fundis”, breve per “fondamentalisti”.
Ce lo dimostra anche il paradosso che buona parte del settore produttivo innovativo, persino in Italia, sembra correre verso la conversione ecologica con passi ben più decisi di quanti non ne faccia la politica. Secondo Unioncamere, almeno un’impresa italiana su quattro dell’industria e dei servizi (extra-settore agricolo) ha deciso di investire in prodotti e tecnologie green nell’ultimo quinquennio (GreenItaly, 2018). Con i giusti incentivi potrebbero essere molte di più, ma secondo il Catalogo dei sussidi dannosi all’ambiente pubblicato pochi giorni fa dall’omonimo Ministero, il sistema di sussidi pubblici diretti avvantaggia attività dannose all’ambiente per oltre 19 miliardi di euro l’anno, e attività che salvaguardano l’ambiente solo per 15.

Noi ci sentiamo ambientalisti perché riteniamo che il TAV aiuti a sostituire traffico su gomma con traffico ferroviario, che il gas naturale è alleato della transizione da fonti fossili a rinnovabili (e dunque abbiamo detto sì al Tap), che la Xylella e non un complotto delle multinazionali abbia causato la devastazione degli ulivi in Puglia, che le biotecnologie agroalimentari non vadano demonizzate con l’etichetta OGM ma promosse perché favoriscono la riduzione dei prodotti chimici in agricoltura e migliorano la quantità e la qualità del cibo per ettaro.

In queste convulse giornate estive incentrate sulla possibile risoluzione di una crisi di governo ancora non conclamata, la discussione ruota attorno al “con chi” piuttosto che su “per che cosa” dare un nuovo governo al paese. Anzi, il riferimento ai contenuti è stato strategicamente relegato a espressioni come esecutivo “di scopo”, “istituzionale” o “di legislatura,” lasciando per un indefinito “dopo” la definizione di un qualsiasi programma o addirittura di un nuovo “contratto” di governo.

Mentre Germania e Norvegia iniziano a modulare persino la propria politica estera in virtù dell’emergenza ambientale, la questione ambientale continua a rimanere fuori da quella italiana.

Di ambiente non si parla, nonostante i nostri wishfulthinking. E così, mentre Germania e Norvegia iniziano a modulare persino la propria politica estera in virtù dell’emergenza ambientale (si veda lo stop dei rispettivi finanziamenti milionari per la riforestazione dell’Amazzonia al Brasile di Bolsonaro) e 29 tra Stati e città americane ricorrono in giudizio contro la politica energetica di Trump che riabilita il carbone, la questione ambientale continua a rimanere fuori da quella italiana.

Urge promuovere (ed è quello che stiamo provando a fare con Più Europa, anche con l’iniziativa Figli Costituenti cui Linkiesta ha aderito) il fronte italiano degli ambientalisti “realos”, quelli che, come in Germania e nel resto d’Europa, vogliono che la crescita sostenibile (non il “taglio delle poltrone” e men che meno il No a tutto) sia il primo punto dell’agenda di un futuro governo del Paese.

*vice segretaria di Più Europa