Per lo più ridotta a L’amante (1984), per lo più nella traduzione che ne diede, nel 1992, Jean-Jacques Annaud, l’Œuvres complètes di Marguerite Duras, in realtà, è pubblicata nella ‘Pléiade’ Gallimard, dal 2011 al 2014, in quattro tomi, da un paio di migliaia di pagine ciascuno. Si potrebbe pensare a una variazione verbale sul medesimo tema musicale – sguardo obliquo di Cassandra che fiocina. L’amore, la morte, in esodo umano.
“L’amore insensato che provo per lui rimane per me un insondabile mistero. Non so perché lo amassi al punto di voler morire della sua morte. Ero lontana da lui da dieci anni quando è successo e pensavo a lui solo di rado. Come se lo amassi per sempre e niente di nuovo potesse succedere a questo amore. Avevo dimenticato la morte”. Di una fraternità allucinante racconta la donna un tempo ragazzina. L’Indocina non si sente nel liquefarsi esotico, ma in una nitidezza dello scritto.
Della Duras non va sottovalutato l’essere partigiana senza patria, in espatrio perfino dalle proprie antiche convinzioni. Vomitare vorticosamente sulla antica appartenenza politica; non distrarsi dalla dissipazione; la giovinezza defraudata. Un sentore di morte, più che di amore, nei suoi testi. “Ora so che da giovanissima, a diciotto, quindici anni, il mio viso era una premonizione del viso che mi sarebbe toccato poi, per il troppo bere, nell’età di mezzo della vita. L’alcool ha assunto le funzioni a cui Dio è mancato, inclusa quella di uccidermi, di uccidere”.