Vasto programmaConte, Di Maio, Zingaretti e Speranza, le cronache di Narni purtroppo non sono una saga fantasy ma un’alleanza strategica

Un comizio congiunto in un paesino dell’Umbria che domenica elegge il Presidente della Regione rappresenta il cedimento strutturale del Pd di fronte alle istanze dei populisti e dei demagoghi

Le cronache di Narni riescono a far rimpiangere la famigerata foto di Vasto. Nell’Umbria che domenica elegge il presidente della Regione, questa mattina Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Nicola Zingaretti e Bob Speranza, tutti insieme appassionatamente, salgono su un palco e citano l’analoga combriccola immortalata a Vasto nel 2011, con Pierluigi Bersani, Tonino Di Pietro e Nicky Vendola.

Sono passati otto anni da quel “vasto programma”, ma siamo sempre lì, anzi siamo scesi più in basso, all’alleanza tra gli ex-post comunisti e i giustizialisti di più galera per tutti, grandi amici dal 1993, più l’immancabile spruzzata di nostalgia massimalista a cura della sinistra-sinistra. A Narni, rispetto a Vasto, assieme alla trimurti de paura c’è anche “il nuovo Prodi”, scusate la battuta casaliniana, oppure il vecchio “Chance il giardiniere” a seconda di come si giudica la traiettoria politica del premier Conte.

Le cronache di Narni, così come il prequel ambientato a Vasto, purtroppo non sono un saga fantasy, ma la realtà quotidiana di un’alleanza ibrida tra due forze politiche che pensano vicendevolmente il peggio l’una dell’altra

Le cronache di Narni, così come il prequel ambientato a Vasto, purtroppo non sono un saga fantasy, ma la realtà quotidiana di un’alleanza ibrida che comincia davvero a essere strategica tra due forze politiche che pensano vicendevolmente il peggio l’una dell’altra, ma che si illudono l’una di fagocitare l’altra e la seconda di annientare la prima, col risultato che i due contraenti si somigliano sul serio e fino al punto d condividere il programma di governo, dai decreti sicurezza alle manette per gli evasori, da quota 100 al reddito di cittadinanza.

Matteo Renzi, che è il padre fondatore del nuovo governo, ma anche l’unico a prenderne le distanze, perlomeno è rimasto a casa, non solo per sottolineare la sua distanza dagli alleati strategici ma presumibilmente anche compiaciuto dal cedimento strutturale del suo ex partito.

Il progetto del Pd è quello di costruire un fronte unico con i cinque stelle contro la sguaiata destra salviniana, cosa che avrebbe anche un senso politico se il partito di Zingaretti e di Franceschini provasse a esercitare una forma di egemonia culturale sulla maggioranza, invece di capitolare di fronte a qualsiasi cafonata grillina, compresa adesso anche l’identificazione con la leadership dell’avvocato e professore Giuseppe Conte. E poi che cos’altro, la riconferma della Raggi a Roma? L’ho scritto, della Raggi sostenuta dal Pd, e ho una gran voglia di tornare indietro, di cancellare e di gettare nel cestino l’intero articolo per l’apprensione che i voti del Partito democratico alla Raggi da paradosso inverosimile diventino anch’essi cronaca di Narni.

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