Non solo TarantoIlva, Alitalia, Whirlpool e le altre: i venti di crisi di un governo senza un progetto

Toppa dopo toppa, annuncio elettorale dopo annuncio elettorale, giravolte sull’immunità penale comprese, i nodi della crisi del tessuto industriale italiano tornano a galla. Entro fine anno, per 250mila lavoratori andranno rifinanziati gli ammortizzatori sociali

Le 48 ore che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dato ad ArcelorMittal per presentarsi con una nuova proposta per il rilancio dell’ex Ilva sono scadute. Martedì dovrebbe tenersi un secondo incontro. Ma il silenzio del colosso dell’acciaio franco-indiano non lascia ben sperare. Con la “bomba” degli 11mila di lavoratori a rischio e il naufragio definitivo della siderurgia nazionale pronta a esplodere nelle mani dei giallorossi. Proprio nelle stesse ore in cui da Palazzo Chigi sentono sempre più forte il ticchettio del detonatore di Alitalia, un evergreen delle crisi aziendali italiane, che si trascina da mesi di proroga in proroga, senza che Ferrovie e ministero dell’Economia riescano a convincere i partner privati a formalizzare il salvataggio. E per non farsi mancare nulla, è arrivato pure il promemoria dei sindacati al governo: «Whirlpool è ancora in bilico, è necessario riprendere subito il confronto al Ministero dello Sviluppo economico». Il tris è servito.

Ed è solo la punta dell’iceberg delle 160 procedure di crisi aziendali apertecome ha ricordato il segretario generale aggiunto della Cisl Luigi Sbarra nel corso de Linkiesta Festival – sulle quali pure il presidente Sergio Mattarella ha chiesto una rapida risoluzione a Conte nel faccia a faccia della scorsa settimana. E se la soluzione tampone resta sempre e solo la cassa integrazione, per evitare la perdita di posti di lavoro, e di voti, all’orizzonte ora si staglia il rischio di una grossa bolla. «Molte delle aziende coinvolte nei 160 tavoli di crisi aperti al Mise stanno utilizzando le durate massime degli ammortizzatori sociali. Questo significa che già con l’attuale legge di bilancio, che sarà approvata tra qualche mese, o il governo fa un investimento per assicurare le proroghe e il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, oppure i primi mesi del prossimo anno noi cominceremo ad avere i primi licenziamenti», spiega Sbarra. «Sono quasi 250mila i lavoratori e le lavoratrici italiane interessate nei prossimi mesi dalle proroghe degli ammortizzatori sociali».

O il governo fa un investimento per assicurare le proroghe e il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, oppure i primi mesi del prossimo anno noi cominceremo ad avere i primi licenziamenti


Luigi Sbarra, segretario generale aggiunto Cisl

Toppa dopo toppa, annuncio elettorale dopo annuncio elettorale, giravolte sull’immunità penale comprese, i nodi della crisi del tessuto industriale italiano tornano a galla. E mostrano l’assenza di ogni progetto, se non quello di evitare la perdita di posti di lavoro per non perdere consenso, mostrando un esecutivo orfano di qualsiasi politica industriale. Con le diverse anime del governo che, proprio mentre Mittal prepara le valigie, ancora si dividono e litigano sullo scudo penale dell’Ilva, dopo aver già dato all’azienda franco-indiana l’asso nella manica per stralciare un accordo che li obbligherebbe a investire miliardi per il risanamento ambientale di uno stabilimento che perde due milioni di euro al giorno.

Conte ora corre ai ripari, va a Taranto tra gli operai, usa toni duri con l’azienda in conferenza stampa, promettendo di tutelare i posti di lavoro in una eterna campagna elettorale che di politica industriale non ha nulla. Il presidente del Consiglio mette sul tavolo della trattativa un nuovo salvacondotto, dopo averlo cancellato due volte nel giro di pochi mesi. E contro i 5mila esuberi proposti dai franco-indiani, ipotizza la classica soluzione dell’allargamento della cassa integrazione (oltre i 1.400 attuali), eterna cura palliativa all’italiana per aziende moribonde. Ma senza fare neanche cenno a un piano di rilancio dell’acciaio nazionale.

Conte ora corre ai ripari, va a Taranto tra gli operai, usa toni duri con l’azienda in conferenza stampa, promettendo di tutelare i posti di lavoro in una eterna campagna elettorale che di politica industriale non ha nulla

L’ennesima soluzione tampone. Un deja-vu, che rimanda la rincorsa per la migliore offerta nella atavica crisi di Alitalia. Bloccata in un limbo di proroghe continue e prestiti ponte. Anche qui il nodo della trattativa sono gli esuberi. Per il piano Delta si parla di 2.500, per quello Lufthansa si arriva a 3mila. Luigi Di Maio, da capo del ministero del Lavoro e del Mise, attento ai sondaggi e agli appuntamenti elettorali, si era spinto a promettere che non ci sarebbero stati tagli di posti di lavoro. E i sindacati, ora, sono sul piede di guerra. Ma in tutti questi mesi di commissariamento, con le scadenze che slittano di volta in volta, non si è ancora capito quale debba essere il futuro dell’azienda – una volta salvata – nel mercato europeo dominato da colossi pronti a schiacciare gli aerei con il tricolore sulla coda. Il governo fa da spettatore, ma la regia è affidata al balletto degli investitori. Mentre con la manovra si è messa nuova benzina con l’ennesimo prestito. Quando, sempre Di Maio, aveva solennemente promesso che gli italiani non avrebbero più dovuto mettere soldi in Alitalia. In una gestione della crisi più elettorale che industriale.

E ora, dopo aver fatto marcia indietro sulla cessione dello stabilimento di Napoli, torna a bussare alla porta pure Whirlpool. Nel pieno della crisi del settore del bianco, l’azienda ha scelto di non avviare la procedura di licenziamento collettivo dopo il 31 otobre, ma a patto che si cerchi «una soluzione condivisa, a fronte di una situazione di mercato che rende insostenibile il sito e che necessita di una soluzione a lungo termine». Per il sindacato, in attesa della convocazione al Mise, vanno trovate le soluzioni entro la finestra della prossima legge di stabilità. Una partita aperta che lascia nell’incertezza anche le imprese collegate dell’indotto campano. Con la Whirlpool ancora in bilico, il rischio sui territori è aggravato dalla impossibilità di programmare la produzione.

Il più delle volte, dopo mesi di convocazioni e incontri, la soluzione dei tavoli di crisi resta la cassa integrazione, che prolunga l’agonia di aziende moribonde, poi pronte a tornare a bussare alla porta del ministero per ottenere altro ossigeno

Una seconda chance che rischia di essere sprecata, se è vero che le trattative di crisi aziendali al Mise – conti alla mano – alla fine si risolvono solo in un caso ogni tre. Il più delle volte, dopo mesi di convocazioni e incontri, la soluzione resta sempre la misura tampone della cassa integrazione, che prolunga l’agonia di aziende moribonde, poi pronte a tornare a bussare alla porta del ministero per ottenere altro ossigeno. Come è successo per i lavoratori della Candy, e come sta accadendo in queste ore per l’azienda di elettrodomestici Jp, a cui il governo potrebbe concedere un altro anno di cassa integrazione straordinaria per tutto il 2020, per il tredicesimo consecutivo (!).

E non è un caso che le richieste di cassa integrazione a settembre risultassero aumentate del 51,9% rispetto a un anno fa. Con le ore di cassa che nei primi cinque mesi dell’anno sono quadruplicate. Le aziende in crisi che sono coinvolte dalla cig sono 575 per oltre 1.000 siti produttivi. Con la cassa in deroga aumentata del 32%. Una fetta della nostra forza lavoro che non viene conteggiata nei dati ufficiali sulla disoccupazione: se cominciassimo a farlo, le percentuali crescerebbero e leggeremmo molti meno tweet entusiasti a ogni rilascio di dati Istat.

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