Addio vocazione maggioritariaEcco perché il Pd ha scritto nello statuto che è «un partito antifascista»

Nella scelta compiuta a Bologna c’è il nuovo corso di Zingaretti, anche se un partito che si chiama democratico è già antifascista per principio, a meno che non creda che l’Italia sia una democrazia incompiuta

«Il PD è un partito antifascista che ispira la sua azione al pieno sviluppo dell’Art.3 della Costituzione». Esordisce così, all’articolo 1, il nuovo statuto del Partito democratico approvato a Bologna. Questo esordio non ha trovato nei commenti della stampa uno spazio adeguato: tutti dedicati alla contendibilità delle cariche apicali, alle primarie e alla nuova vocazione digitale dell’organizzazione interna. Eppure sintetizza in maniera mirabile la cultura politica del “nuovo corso” del partito che Zingaretti e la sua maggioranza, nel silenzio inquietante delle minoranze, ha realizzato.

Innanzitutto, che senso ha oggi dichiarare che il Pd è un partito antifascista? È una novità assoluta rispetto non solo al Pd del Lingotto, ma a tutti i partiti sorti nell’ultimo trentennio dalle macerie del comunismo e dalla fine dell’unità politica dei cattolici, che non misero nella loro carta fondamentale un riferimento così esplicito. Dunque che senso ha oggi rivendicare questa appartenenza, che solo dieci anni fa i padri fondatori di questo partito non sentirono il bisogno di porre a base dell’identità del partito?

Essa è il frutto innanzitutto del rifiuto che dopo settant’anni dalla guerra di Liberazione l’antifascismo si risolva pienamente nella democrazia: una democrazia finalmente senza aggettivi, certo nata dalla Resistenza e fondata sulla Costituzione

Essa è il frutto innanzitutto del rifiuto che dopo settant’anni dalla guerra di Liberazione l’antifascismo si risolva pienamente nella democrazia: una democrazia finalmente senza aggettivi, certo nata dalla Resistenza e fondata sulla costituzione che da quella lotta era nata, ma costruita dai cittadini nel concreto operare della vita democratica, nella quale il rifiuto del fascismo ha innervato progressivamente molte e diverse sensibilità, tra le quali la tradizione comunista non può vantare nessuna superiorità morale e nessun primato nella difesa in quell’atto originario della Repubblica.

Quindi un partito che si chiama democratico è già antifascista per principio: rivendicare invece oggi questa matrice significa ritornare a una concezione dell’antifascismo come tratto identitario della sinistra, come componente fondante della sua radicalità politica, come elemento distintivo rispetto alle altre forze politiche democratiche, ma che vengono giudicate non antifasciste. Significa pensare – come l’Anpi – che l’Italia non sia una democrazia compiuta, ma che abbia bisogno del surplus etico-politico rappresentata dall’antifascismo comunista. Un errore che ci riporta indietro di anni, perché quella rivendicazione tanto stentorea, quanto inutile, significa negare all’antifascismo, proprio in virtù della sua natura di cultura fondante della democrazia italiana, il ruolo di unico soggetto storico in grado di chiudere definitivamente il lungo dopoguerra.

In realtà questo rinculo nell’antifascismo militante è figlio di un altro tragico errore – questo tutto politico – che immagina lo spazio politico dominato da uno scontro tra fascismo e antifascismo

In realtà questo rinculo nell’antifascismo militante è figlio di un altro tragico errore – questo tutto politico – che immagina lo spazio politico dominato da uno scontro tra fascismo e antifascismo, e non tra democrazia liberale e populismo illiberale, che è invece lo scenario più evidente in tutto l’Occidente. Pensare di sconfiggere Salvini e il sovranismo nazionalista con la “grande alleanza antifascista” non solo è una pia illusione, ma la garanzia quasi assoluta che si verificherà l’esatto contrario.

Ma l’articolo 1 dello statuto non finisce qui, perché aggiunge alla rivendicazione identitaria antifascista, anche quella derivante dall’art 3 della Costituzione, nel quale si afferma la necessità che la repubblica combatta le diseguaglianze sociali come impedimento al pieno dispiegamento della partecipazione politica dei lavoratori. E’ la prima volta a mia memoria che un partito scelga di identificarsi con uno solo dei principi fondamentali della carta costituzionale, come se gli altri 11 fossero meno rilevanti.

Per il Pd la sua unica connotazione è la lotta alla diseguaglianza, come se tutto il resto – la sovranità popolare, la libertà religiosa, la pace, le autonomie locali, il rifiuto del razzismo – cessasse di essere costitutivo del profilo ideale di un partito che si chiama democratico. Emerge dunque una concezione restrittiva della democrazia, dove l’eguaglianza prevale sulla libertà, e dove i riferimenti sociali a cui il partito ispira la sua azione politica sono esclusivamente i lavoratori, che nell’accezione di settant’anni fa presente nella Carta erano esclusivamente gli operai e i contadini.

In un articolo solo, al di la di tutti gli altri, si certifica che il nuovo Pd ha una vocazione minoritaria perché riduce la sua rappresentanza sociale ai lavoratori dipendenti – che oggi sono in larga maggioranza non operai di fabbrica ma impiegati pubblici – e il suo orizzonte ideale all’antifascismo militante: da un partito che vuole rappresentare la società italiana e guidarla nel cambiamento a un partito che si accontenta di rappresentare la Cgil e l’Anpi.

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