Accogliere, non restituireLa vision di Milano convince gli industriali di Pavia ad entrare in Assolombarda

L’unione tra le due realtà serve al capoluogo (e alla leadership di Carlo Bonomi) ma anche alla provincia, che come uno scolaro rimasto indietro si siede in prima fila accanto al secchione per recuperare

Assolombarda, macchine avanti tutta! Saremmo miopi se prendessimo la notizia dell’aggregazione di Confindustria Pavia con Assolombarda come una semplice operazione tra imprenditori che si ostinano a dare ossigeno a un corpo intermedio col fiato corto. A Pavia l’ok del Consiglio generale, arrivato nella tarda serata di lunedì, richiede la conferma da parte dell’assemblea. Stesso canovaccio previsto in sede milanese, ma in entrambi i casi è un pro forma. Il fidanzamento è cosa fatta, il matrimonio s’ha da farsi.

Dal canto suo, la business community pavese non ha che da guadagnare da questo accorpamento. D’altra parte, non è sufficiente dire che la mossa serva a Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, per tirare la volata alla leadership nazionale di Confindustria. Primo perché il number one degli imprenditori milanesi non ha ancora detto cosa intenda fare nel 2020. Chi è interessato – siamo sempre meno – ai destini dell’aquilotto vive questo avvento davvero con pathos. Chi sarà l’impavido che raccoglierà lo scettro di Boccia? Seconda cosa, c’è da dire che Pavia conta poco in fatto di numeri. Tra le oltre seimila imprese di Assolombarda e poco più di quattrocento portate in dote dalla new entry, Bonomi comunque non riesce a far cappotto. Per sbaragliare gli avversari ha bisogno di qualcosa in più. Un qualcosa di ignoto a tutti. Alleanze extra regionali? Endorsement di imprenditori con spalle più larghe delle sue? Boh.

Detto questo, la notizia – ed è così che va vista – risponde alle accuse del ministro Provenzano di una Milano che non restituisce. Di una Milano che parte, palla al piede, e fa mangiare la polvere ad avversari come anche ai compagni di squadra. Col rischio così di trovarsi, da un momento all’altro, troppo avanti, troppo da sola, per vincere. No, questa è una Milano che apre le porte ai pavesi. È la prima della classe – come dice la classifica del Sole 24Ore, che molti snobbano, ma purtroppo non ne abbiamo altre – che, solidale e accogliente, prende per mano l’ultima tra le province lombarde.

Alt! Troppo buonismo. Rewind.

Milano apre le porte a Pavia perché ha una vision. Sa che in futuro per essere grandi, essere in tanti sarà utile. Mentre chi resta frammentato, piccolo e isolato nel proprio fortino è destinato alla dimenticanza. Se questo fosse un pezzo di geopolitica, diremmo che Pavia è la profondità strategica di Milano. Dicesi profondità strategica: la capacità di accesso strategico (militare ed economico) a spazi geograficamente circostanti, culturalmente affini e vantaggiosi per lo sviluppo. Togli “militare”, che qui non c’entra nulla, metti “produttivo”, “industriale”, o quello che ti pare, e vedi che il discorso fila. È un fatto di espansionismo: Milano cresce dove può. E certo non si può pretendere che lo faccia a Bergamo o Brescia.

Milano apre a Pavia e così mette in pratica quel concetto che si va predicando da tempo. E cioè che esiste un modello innovativo di sviluppo territoriale, esportabile – leggi, “restituibile” – al resto del Paese. Modello che ha già avuto conferma con l’ok unanime della politica meneghina (e lombarda) alle Olimpiadi invernali del 2026. Modello rintracciabile anche nel rapporto Greenitaly di Symbola – presentato anch’esso lunedì, guarda caso in sede Assolombarda – che parla di una Lombardia come epicentro italiano dell’industria green. Modello, e finiamo la carrellata celebrativa, che è palese nel mondo dei saperi e della conoscenza applicata. Politecnico, Milano-Bicocca, Human Technopole e ora Università di Pavia e Cnao. Formazione e ricerca collaborano con il manifatturiero che applica gli studi di laboratorio in progettualità e prodotti innovativi. Anche questo è restituire.

Certo, non è tutto oro quello che luccica. Frase fatta, ma di senso compiuto. Atm frena troppo, Trenord manco fa quello, taxi introvabili e strade che cominciano ad avere i loro annetti. Insomma, su trasporti e infrastrutture si potrebbe fare un po’ di più. Ma, sempre per amor di retorica, perfino la Madonnina è (soltanto) di rame dorato. Ed è bella così com’è.

Quello che va preso dal modello Milano è la centralità delle imprese. È il loro protagonismo nel rendere attrattivo questo territorio. Attrattivo in chiave europea. Attrattivo in chiave regionale, da parte di una provincia, quella pavese, che è in affanno da tanto e che, per riprendersi, si è messa al passo di chi fa meglio di lei. L’abbiamo fatto tutti: se volevi far casino in classe, stavi in fondo. Se al contrario dovevi recuperare – altrimenti passavi l’estate a marcire sui libri – ti facevi amico il secchione perché ti passasse i compiti, ti facesse copiare, o in generale ti aiutasse ad arrivare al 6.

Quello di Milano, anzi, quello della Lombardia – e qui si va oltre i colori politici di Palazzo Marino e Regione – è un modello di territorio con l’impresa al centro, regista di iniziative virtuose per tutti (investimenti, lavoro, studi), che non va dallo Stato a chiedere; e lo Stato ben se ne guarda dall’intervenire. Ogni riferimento ad altra casistica è puramente voluto. Avanti tutta, quindi, con Assolombarda, madre di un modello produttivo e occupazionale, e che, con una botta di coraggio in più, potrebbe rappresentare tutta la Confindustria lombarda, per superare le differenze territoriali – anacronistiche e provinciali – o più semplicemente per essere coerente col suo stesso nome.

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