MonologrammiIl fascino sensuale della microfonazione

La rubrica neopassatista e veterofuturista di Pasquale Panella

Photo by Ed Rojas on Unsplash

Si dovrebbero fare più programmi così, più talk show, programmi di chiacchiera, perché s’usa il microfono. E si dovrebbero fare così, con più retro studio, con più dietrologia ossia retro del discorso che invece fa i suoi numeri da pista in studio e quasi un po’ disturba. Ce n’è uno di martedì che fa un po’ così ma solo un po’, siamo ancora agli inizi. Oh, che goduria, che retro gusto del retro scena, sta tutto lì il piacere: nella microfonazione. Ce la fanno vedere, un po’ spiare, ma poco poco per non turbare troppo, però quel poco basta per chi ha gli occhi palpeggianti. Da non aspettare altro che l’inquadratura dell’ospite bardato di finimenti per la presa diretta della voce, uno spettacolo, altro che talk, è tutto show, i valori tattili dell’arte in mostra a vista. Si diventa cultori, e il microfonaggio diventa un genere.

Vedi visi d’ospiti e colli e il mezzo busto, e mani estranee in volo, vuoi coi peli sulle falangi vuoi lisce e soffici con l’unghie a colori, mani alianti che sistemano il microfono sul risvolto della giacca, sulla cravatta, talora con la pinza al taschino e, addirittura, con l’adesivo tondo in pieno petto nudo, che sembra l’impronta del polpastrello di Cary Grant sul mapilario occipitale di Joan Fontaine, alti livelli.

Ora non prendiamoci in giro perché su queste cose serissime non ci si prende in giro, si va al punto, sappiamo tutti cosa accade tra quel trafficare di dita e la sensibilità erogena dell’ospite, si sa ma soprattutto si vede: è il deliquio ma rimanendo in piedi, è il mancamento ma col mantenimento del contegno. Vedi le dita della specialista o dello specialista alla fonia, le senti perché te le raccontano quei volti. Sai com’è: la stoffa si fa mezzana tra polpastrelli e carni, e il tatto si trasmette per via di colletto, di taschino, di cravatta, anche d’asola e poi, addirittura, per adesione direttamente sulla pelle, perché ogni nostro vestimento è malizioso, la pelle specialmente.

Un po’ come in un trailer della vita sensuale, c’è tutto e dura poco, non si allunga il brodo

Ci vuole occhio però, l’occhio con la carezza nello sguardo, l’occhio che sulla superficie di quei visi calmi e incantati, rapiti, anche istupiditi, pesca a vista i pinneggiamenti affioranti del solletico e del diletico, e li attira a sé. È la fruizione sulla propria pelle, è quel che significa essere utente, finale finalmente. Oh, piacere formicolante, oh, tremolare della marina epidermica. Tu sai cosa provano le ospiti e gli ospiti, e lo provi anche tu, è una cosa toccante, senti il tatto, la faccenda è palpabile, ti pare di aver colto un bianco d’occhi, la pupilla ribaltata in alto, un tremito di ciglia. Bellissimo spettacolo, fatto, poi, con niente, con due mani e un volto, ma noi già lo sappiamo che così si fa. Di là, in studio, si cicaleccia e anche si formicheggia portando avanti e indietro il discorso a sommo di rombanti bighe anche falcianti, ma qui, dietro la scena, le chiacchiere stanno a zero, qui tutto è torpente, tutto è rapimento, quasi estasi, intima ebbrezza, sensibile visione.

Un po’ come in un trailer della vita sensuale, c’è tutto e dura poco, non si allunga il brodo, tutto è convulso dietro un marmoreo viso teresino (forse Bernini microfonò Teresa, intesa la modella, microfono la freccia?), è tutta roba neuromuscolare culminante, è l’acme, è una vetta, è un toccar la cima di anelanti pori, poi il titolo esplosivo, cubitale, sarebbe: oh sì oh sì così. Però tutto in silenzio con il corpo che sale in superficie sul nudo della faccia. Il resto è chiacchiera e approfondimento, anzi sprofondamento nella vita come astio e quistione in studio, là dove la sensualità si angustia e vira in un certa quale sensatezza (quale?), e addio boudoir.

Non parliamo dell’insinuante cavo che, surrettizio e intiepidito dal calore umano, percorre corpi d’ospiti, talune e taluni in camicetta e basta, quindi serpeggiando tra stoffa e carne viva (cruda!). No, non ne parliamo. Immaginiamo, è meglio, la carezza strisciante di quel cavo. Ci sfiora il dubbio, forse il sospetto (sempre Cary Grant e Joan Fontaine), anzi la certezza che forse esiste un retromondo al mondo, nel quale noi, ospiti sfiorati, tra il dire e il fare sceglieremmo il fare, il toccar con mano e il farsi un po’ toccare, però ci tocca andare nel mondo a parlottare. Si esprime per parabole, forse, la televisione mentre crediamo faccia solo chiacchiere? Televisione astuta, romanzesca, momenti di immedesimazione ottocentesca. Non è importante che qualcosa di nuovo accada sotto il sole o sotto i riflettori, l’importante è che qualcosa accada forse d’antico, quanto è antico il corpo e quanto è antico un brivido. Che programmi, certe sere, che programmi, che ologrammatici programmi a ben guardare, ché a ben guardare, poi, si vede tutto.

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