Il candidato del centrosinistra?Salvini stai sereno, il Pd pensa a Enrico Letta candidato premier

Zingaretti considera il predecessore di Renzi a Palazzo Chigi l’uomo giusto per accrescere il prestigio e l’influenza dei Democratici nell’Italia che conta

Alberto PIZZOLI / AFP

Enrico Letta, perché no? Potrebbe essere lui il centravanti di sfondamento del Partito democratico, un ruolo decisivo per ogni squadra, tanto più per una destinata prima o poi (più prima che poi?) a giocare il match impossibile contro la destra. Il pensiero alberga da qualche tempo al Nazareno, nel quartier generale dove Nicola Zingaretti avverte ogni giorno che passa che lì manca qualcosa, qualcuno.

Partito per Bruxelles Paolo Gentiloni, potrebbe arrivare da Parigi Enrico Letta. Con il segretario del Pd ha eccellenti rapporti: Letta fu fra i grandi sponsor pubblici di Zingaretti, andò in tv da Zoro per annunciare il suo voto alle primarie. In questi mesi i due si sono sentiti. Ma si può dire che non c’è nemmeno bisogno di telefonarsi, tanto il comune sentire è solido. Basta qualche whatsapp. Diciamo semmai che la sintonia si è stabilita nella fase caldissima successiva alla pazza crisi di agosto e soprattutto nei giorni della nascita del governo Conte. Andiamo a rileggere cosa disse Letta il 4 ottobre perché coincide esattamente con il pensiero di Zingaretti (e Conte) di oggi: «Renzi ha cominciato a trollare il governo come fece con me. Consiglio caldamente a ⁦Conte e Zingaretti, a differenza di quanto feci io, di non essere pazienti all’infinito. Un patto e, se lo rompe, si vota». Non è l’antenato della “verifica di gennaio”?

Dal suo “esilio” dorato di Parigi il professor Letta non ha smesso un attimo di occuparsi delle vicende italiane.

Tre giorni dopo – il 7 ottobre – al ristorante parigino Auberge Bressane, a due passi dagli Invalides dove troneggia la tomba di Napoleone, l’ex premier confidava al neo presidente dell’Europarlamento e vecchio amico margheritino David Sassoli tutta la sua contrarietà all’operazione del vecchio nemico Renzi ma non tanto, o non solo, per l’antica ruggine quanto per la preoccupazione per la stabilità del governo.

D’altra parte, dal suo “esilio” dorato di Parigi il professor Letta non ha smesso un attimo di occuparsi delle vicende italiane. Solo di recente si è fatto sentire un po’ di meno, impegnatissimo com’è stato nel suo lavoro, nei suoi viaggi (da ultimo a Tokyo dove ha parlato al mega convegno “Shaping the future”: “Ho imparato un sacco di cose interessanti”, ha twittato), nei suoi molteplici contatti. Ma la presenza sui social è stata costante, a tratti persino polemica – cosa strana per uno mite come lui – a dimostrazione di una voglia di riprendere il combattimento ufficialmente interrotto ormai quasi 6 anni fa, ai tempi dell’epico “Enrico stai sereno” e successiva defenestrazione.

Già, da un po’ di tempo Letta si è messo a graffiare con unghie affilate. Pane al pane a vino al vino. Serve anche questo per preparare il gran ritorno. Per rinsaldare una tela che in questi anni non si è mai sfilacciata. Ogni tanto lancia una proposta, anche se non gli va sempre bene, come quella sul voto ai sedicenni. Ma è tutta iniziativa politica. I riflettori sempre accesi.

Già, da un po’ di tempo Letta si è messo a graffiare con unghie affilate. Pane al pane a vino al vino. Serve anche questo per preparare il gran ritorno

Può essere che dopo tanti anni all’ex presidente del Consiglio Parigi sia diventata stretta. Una bellissima esperienza, una tappa magnifica, ma la malattia della politica a uno come Letta non passa mai. Non si è capito se realmente pensasse a un’alta carica europea per sé – ci fu in questo senso una circostanziata indiscrezione di Repubblica, e il perfido rivale fiorentino disse «Letta è molto forte…nelle redazioni»- e tuttavia è certo che fra una comparsata da Zoro e un profluvio di tweet, un nuovo libro e una proposta-bomba, Enrico Letta vada assomigliando sempre più a un Prodi junior, il giovane professore e il vecchio Professore, l’allievo e il maestro, giocolieri del ci sono-non ci sono. La strategia luciobattistiana dell’assenza paga ma alla fine, in politica, cede.

Zingaretti lo considera l’uomo giusto per accrescere il prestigio e l’influenza del Pd nell’Italia che conta. Una carta fortissima per guidare un partito che mostra di tenere ma che non riesce a svincolarsi da una percentuale assolutamente insufficiente per sperare di governare il Paese, quel “quasi 20%” (complici le scissioni di Renzi prima e Calenda poi che però sono due fatti politici), cui il Pd resta inchiodato nei sondaggi. E che ci fai, con una bella tenuta? Serve qualcosa in più.

Tocca a “Enrico”, dunque. Non oggi, probabilmente. Ci sono anche da superare vari problemi interni, as usual. C’è soprattutto da capire cosa intenda fare concretamente Zingaretti, che in ogni caso avverte il bisogno di un rafforzamento al vertice del Pd. Una certa stanchezza il segretario, che più di tutti porta la croce di un governo che non incanta il Paese, comincia a sentirla. Come sempre, al Nazareno tutto è possibile, o quasi. Anche che torni Enrico Letta, novello Edmond Dantès.

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