L’analisiNon “quanto”, ma “come”. La spesa pubblica non è nulla senza il controllo

Anziché incoraggiare gli investimenti, si limita a finanziare l’esistente, tagliando qua e là. Ma quale è il ruolo giusto dello Stato? Può essere maggiore o semplicemente migliore? Da Joseph Stiglitz a Sergio Steve, si va a ritroso nella storia degli ultimi 40 anni per trovare una risposta

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Vincenzo PINTO / AFP

Lo scorso 7 novembre, su Repubblica, c’è una bella intervista di Francesco Manacorda a Joseph Stiglitz, nella quale il premio Nobel parla della necessità di «aggiustare il capitalismo» . Alla domanda su quali possano essere gli strumenti per farlo e su chi debba farlo, risponde che «devono farlo gli Stati, e dalla cassetta degli attrezzi devono tirare fuori norme forti che limitino lo strapotere delle aziende; investimenti pubblici per le infrastrutture e che in generale aumentino l’efficienza e la produttività dell’economia».

Una risposta che è al tempo stesso una domanda: di un ruolo “forte” per lo Stato, come regolatore, investitore e redistributore, ponendo l’accento sugli investimenti pubblici, per le infrastrutture e per l’aumento dell’efficienza dell’economia. In altri termini un ruolo chiave per la spesa pubblica “buona”, stimolo per lo sviluppo di un Paese.

Se guardiamo alla Legge di Bilancio, alla ricerca di interventi su questo punto, le proposte di revisione della spesa si sostanziano in riduzioni degli stanziamenti per i Ministeri, parametrizzate ai livelli di spesa degli anni precedenti, senza accenni a progetti di riforma strutturale né ad azioni di monitoraggio dell’evoluzione delle diverse voci di spesa, volte ad individuarne i punti di forza e le eventuali sacche di inefficienza, in ottica di valutazione degli interventi e del loro successivo miglioramento.

A questo proposito tornano alla mente i lavori della Commissione per la verifica dell’efficienza e della produttività della spesa pubblica, meglio nota come commissione Steve che, già nel 1982, evidenziava con forza il ruolo di stimolo alla crescita e allo sviluppo proprio della spesa pubblica, quale elemento positivo e preponderante rispetto agli aspetti negativi ad essa collegati, enfatizzando al contempo la necessità di mettere in campo, da parte del governo, interventi volti alla razionalizzazione e all’efficientamento della stessa.

Gli investimenti pubblici , ancor più in tempi di vacche magre, richiedono processi di riforma seri dell’intero processo di spesa

Diceva Sergio Steve che «Più che il livello della spesa pubblica deve preoccupare il fatto che essa è fuori controllo. E le ragioni sono in parte tecniche con risvolti politici e in parte pienamente politiche». E questa ingovernabilità della spesa «ha soltanto aspetti negativi quali l’impossibilità di mettere in atto politiche congiunturali (come farle se non si è in grado di governare le dimensioni della spesa?), politiche di redistribuzione del reddito (come farle se la spesa dissemina benefici a pioggia con effetti contradditori e imprevedibili?) e infine politiche strutturali (infrastrutture, istruzione, difesa dell’ambiente, trasporti, gestione del territorio)».

Infrastrutture, istruzione, difesa dell’ambiente e governo del territorio, nulla di più attuale: in due parole “investimenti pubblici” che, ancor più in tempi di vacche magre, richiedono processi di riforma seri dell’intero processo di spesa.

Tornando all’attualità, è di un paio di settimane fa l’annuncio da parte di una delle forze di governo dell’intenzione di presentare il cosiddetto “Programma Shock”, volto a sbloccare circa 120 miliardi di investimenti in opere pubbliche già stanziati ma in gran parte fermi per problemi procedurali. La proposta sembra suggerire il ricorso ad un modello “emergenziale”, sulla falsariga di quello sperimentato in occasione di Expo 2015 che, seppure potenzialmente efficace, rappresenterebbe comunque una soluzione di breve periodo difficilmente accompagnabile da adeguati processi di progettazione e monitoraggio.

Durante il precedente governo abbiamo assistito ad un acceso dibattito sull’avvio della Struttura per la progettazione di beni ed edifici pubblici, una centrale unica di competenze per la progettazione tecnico – economica che avrebbe dovuto essere lo strumento per realizzare “bene” gli investimenti in opere pubbliche. Una struttura che porterebbe con sé un beneficio enorme, un importantissimo investimento in qualità, un investimento necessario ad assicurare elevate competenze, atte a garantire un processo di spesa ben progettato, attuato e monitorato. Uno stanziamento non “sulle” opere pubbliche ma “per” le opere pubbliche. Sarebbe un ragionamento importante da riprendere in considerazione.

* Professore Associato di Scienza delle Finanze Università di Cassino e del Lazio Meridionale

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