Il ribelle anticonformista“Passami l’olio” e altre scortesie di un leader di carattere, ecco la versione di Claudio Martelli su Bettino Craxi

Pubblichiamo in anteprima il prologo del libro “L’antipatico” di Claudio Martelli sul leader socialista di cui l’autore è stato il delfino. Perché altri leader, con più difetti e meno visione politica, hanno goduto del favore e dell’indulgenza popolare e lui no? Oggi la presentazione a Milano

frame tratto da video Youtube

Perché era antipatico? E perché io ho passato vent’anni a difenderlo e ancora non ho smesso? Strane domande. Per rispondere alla seconda – la domanda che faccio a me stesso perché molte volte mi è stata rivolta da altri – ho scritto questo libro. Spero che contenga la risposta.

Quanto alla prima domanda – «Perché era antipatico?» – anch’essa trasforma in interrogativo un’opinione, diciamo, corrente. Un’opinione – e questa è già una circostanza singolare – in contrasto con fatti non opinabili come che Craxi è stato il leader politico più influente degli anni Ottanta e, in quegli stessi anni, gratificato da indici di gradimento largamente maggioritari. Per il resto, chiedersi perché un capo politico dotato di autorità e potere risulti antipatico può solo suscitare qualche ironia tipo: «E dov’è la novità? La novità sarebbe trovarne uno simpatico». Ma anche questa risposta non soddisfa e non è vera. Indipendentemente dal loro valore, di famosi politici non antipatici e persino simpatici – alla gente e anche alle élite – son piene la storia e le cronache.

Il primo nome che viene in mente è quello di Andreotti. Accusato delle peggiori cose – di essere il mandante dell’omicidio di un giornalista, di essere colluso con la vecchia mafia palermitana – e di quisquilie come aver protetto Sindona, tramato per far arrestare il vertice di Banca d’Italia, commentato l’assassinio di Ambrosoli con un glaciale «Se l’andava cercando» –, eppure nessuno ha mai detto che fosse antipatico, nemmeno gli avversari più accaniti. Al contrario, godette sempre del favore non solo del popolo ma dei potenti.

Era ancora sotto processo quando Ciampi, presidente della Repubblica, gli fece gli auguri e papa Wojtyła gli diede una pubblica benedizione. Merito dell’ironia, dell’arguzia, dei motti di spirito? È stato questo il suo salvacondotto per mezzo secolo? O lo fu il paradossale cinismo con cui irridendo i critici e sbarazzandosi delle contestazioni all’insopportabile durata del suo potere sentenziava: «Il potere logora chi non ce l’ha». Ma persino questa sentenza a molti – ai più? – suggeriva un sorriso complice e compiacente giusto per sentirsi all’altezza di un così ostentato cinismo. In un’altra circostanza, replicando stizzito a De Mita, che aveva accusato il suo governo di inazione, condensò la summa della stessa filosofia con accenti più vernacolari: «Meglio tirare a campare che tirare le cuoia». Ma anche questa confusione tra interesse privato e interesse pubblico, lungi dallo scandalizzare, alla gente piaceva.

Come si spiega? Alcuni osservatori congetturano che il talismano di Andreotti e il segreto della simpatia trasversale che lo accompagnò sino alla fine fu di aver agito sempre in accordo, se non per conto del Vaticano. Altri attribuiscono l’eccezionale favore all’aver guidato ben sette diversi governi alleandosi di volta in volta con tutti i partiti sicché, alla fine, se pochi gli erano davvero amici, allo stesso modo nessuno poteva dirsi davvero suo nemico.

Per capire se quello di Andreotti sia un caso unico, esaminiamo quello di Berlusconi. Il Cavaliere è stato demonizzato più e peggio di Craxi, riuscendo a sommare le inimicizie personali e le ostilità politiche, eppure nemmeno di Berlusconi si diceva che fosse antipatico. Voleva essere amato dalla gente e c’è riuscito, come riuscì anche a suscitare l’odio degli avversari, ma senza per questo diventare antipatico. Saranno state la giovialità, le barzellette, il sorriso a trentadue denti, la passione per le belle donne e la complicità maschile, le cinque vittorie in Champions League, i mirabolanti successi negli affari, l’essere un uomo di spettacolo e tv, sta di fatto che Berlusconi, al netto della politica, risultava simpatico. Craxi al netto della politica no. Anche quando la maggioranza degli italiani ne dava un giudizio più che positivo e si augurava che il suo governo durasse, Craxi – stimato e temuto, amato o odiato – non risultava simpatico.

Prendiamo infine un terzo esempio, quello di Alcide De Gasperi. La sua personalità contò e contarono la sua coscienza politica, la sua costanza e serietà, il suo tratto austero e la sua educazione asburgica, nondimeno si rese strumento – un duttile, affilato, efficiente strumento – adeguato a quella determinata contingenza storica: il tempo della riconciliazione con gli Usa e l’Europa, potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale e della ricostruzione di un’Italia devastata. Anche a De Gasperi non fu risparmiata un’accusa atroce: quella, scagliatagli contro da Giovannino Guareschi, di aver chiesto agli americani di bombardare Roma per far crollare il regime fascista. L’accusa fu giudicata falsa e calunniosa sulla base della sdegnata smentita dell’accusato, all’epoca capo del governo. Le due lettere e le firme che dovevano comprovarne l’autenticità non furono ammesse in dibattimento, il tribunale non consentì la perizia grafica richiesta dalla difesa di Guareschi e si ordinò la distruzione del corpo del reato, falso o vero che fosse. Così il popolarissimo autore di Peppone e Don Camillo – best-seller in patria e tra i libri italiani più tradotti al mondo – fu condannato per diffamazione e, unico caso tra i giornalisti italiani, scontò per intero i quattrocento giorni di carcere inflittigli.

E siccome al peggio non c’è fine, quando uscì dal carcere democristiani e sinistre – cioè la grande maggioranza della gente – continuarono a trattarlo come un appestato, un fascista recidivo, sebbene in gioventù fosse stato arrestato per oltraggio al Duce e avesse patito anni di concentramento nei lager nazisti per essersi rifiutato di servire come ufficiale nella repubblica di Salò. Viceversa, la reputazione di De Gasperi restò immacolata, e nessuno si sognò di condannare né l’alleanza giovanile col primo fascismo e nemmeno di giudicare antipatico il suo commento alla condanna di Guareschi: «Sono stato in galera anch’io e ci può andare anche Guareschi». A parte il resto, nella foga vendicativa, De Gasperi non si rese conto di equiparare la giustizia del regime democratico appena instaurato a quella del fascismo appena finito.

Dunque, dobbiamo continuare a interrogarci: perché, a differenza di altri leader, di Craxi si diceva che fosse antipatico? Quale impulso o quale ragione suscitava l’avversione e alimentava la cattiva fama? Chi pensa che il motivo fosse l’arroganza o la prepotenza descrive, aggiunge, ma non spiega, anzi confonde, due cose diverse. L’antipatia non è un profumo, un effluvio che emana da una persona non gradita, è la sensazione che noi nutriamo verso quella persona e i motivi possono essere tantissimi. Molti di questi motivi possono derivare da una malevolenza diffusa, da dicerie propalate da untori professionisti – oppure possono avere un fondamento e allora meritano di essere discusse. Ma una qualche cautela va osservata, diffidando dei riflessi automatici come di nostri stessi pregiudizi. Pensare che l’antipatico sia la causa e il colpevole del nostro antipatizzare è all’origine di molte discriminazioni e di altrettante persecuzioni. In effetti, se l’antipatia ci dice qualcosa dell’antipatico, di solito dice molto di più degli antipatizzanti.

Forse l’antipatia assegnata a Craxi è uno di quei casi in cui si attribuisce a un uomo un cattivo carattere semplicemente perché ha carattere? Ma il carattere forte e determinato di un uomo che va per la sua strada, che non si piega agli ostacoli né si arrende alle avversità, dovrebbe suscitare ammirazione, non antipatia.

No, l’antipatia attribuita a Craxi non appartiene al genere delle conclusioni paradossali. Dovremo allora trovarne spiegazione in qualcosa di più immediato, forse in una sensazione superficiale, epidermica, in una “questione di feeling” come diceva una vecchia canzone? Vediamo.

Ci sono impressioni suscitate da immagini, magari catturate da un obiettivo, impressioni senza filtri che quando vivi una vita in pubblico trasmetti senza rendertene conto e si depositano e si cristallizzano nei circuiti neuronali. La memoria, prima di essere cognitiva, è emotiva e affettiva; se poi è sorretta da immagini può diventare indelebile, come se fosse scolpita nel marmo. Nel repertorio anti-craxiano che ha accompagnato la vita straordinaria di un leader è fin troppo facile trovare gli indizi, poi le tracce, infine le prove – e anche i producer – di un altro tipo di antipatia: un’antipatia passionale e fredda, cerebrale e viscerale, che sfrutta elementi reali e li manipola.

Poiché era alto e robusto, imponente e ingombrante; poiché non curava il suo aspetto fisico, l’abbigliamento e l’etichetta; poiché aveva modi diretti e bruschi e detestava la falsità, l’ipocrisia, la boria degli intellettuali; poiché era affascinato dalla bellezza, ma bello non era; perché disprezzava il lusso che tanti bramano; perché nella familiarità gli piaceva prendere il cibo con le dita come aveva imparato dagli arabi; perché comiziando sudava e in trasparenza si vedeva la canottiera; perché a tavola si tergeva la fronte col tovagliolo e si rifocillava di corsa ingurgitando i bocconi… E potremmo continuare.

Ricordo un caso, effettivamente sgradevole, nei repertori dei fustigatori che avevano in uggia anche le sue pause, le famose pause con cui Craxi, nel bel mezzo di un’intervista, sospendeva la risposta. Di solito, l’indugiare teneva le domande dell’intervistatore appese nell’aria e nel silenzio. Questione di una manciata di secondi, sufficienti però a produrre, in un crescendo di attesa e di tensione, un effetto teatrale di straniamento che coinvolgeva gli attori e il pubblico. In realtà, le pause erano del tutto naturali, testimoniavano la serietà di chi riflette prima di parlare, ma era anche facile fraintenderle come un segno di sufficienza, se non di arroganza o, al meglio, come uno studiato artificio retorico.

Craxi era un politico, dunque, se necessario sapeva anche dissimulare e recitare, ma non viveva in presa diretta sotto i riflettori, né si faceva selfie tutti i momenti come i politici di oggi. Era un politico moderno, consapevole che l’immagine – «Viviamo nella civiltà dell’immagine» – anche quella della politica, dei partiti e dei loro simboli, era diventata un mezzo di comunicazione più potente della parola. Ne diede prova con tante felici invenzioni, a cominciare dal garofano rosso che sostituì la falce e il martello come simbolo del partito, lanciando un messaggio più potente e duraturo di un congresso. Con quel cambio d’immagine di cui fu l’unico autore Craxi annunciava la fine della lunga, convulsa storia del PSI massimalista, confusionario e perciò subalterno all’egemonia ideologica del comunismo internazionale – così subalterno da adottarne i simboli e spesso il linguaggio. «Chi non ha idee prende a prestito quelle degli altri», soleva dire, e ce l’aveva coi massimalisti di ieri e i superstiti di oggi. Con i primi perché avevano “copiato” i comunisti, con i secondi perché si erano affezionati all’imitazione.

Craxi di idee nuove ne sfornò davvero parecchie, sempre cercando di connetterle alla storia autonoma, originale, creativa del socialismo delle origini. Così, tolti i simboli e l’iconografia sovietizzanti, ecco riemergere dalla storia del PSI quel garofano rosso già presente nelle iconografie liberty d’inizio secolo e usato come coccarda infilata nell’asola della giacca dai lavoratori di varie nazioni nella festa del Primo Maggio. Quel simbolo floreale, gentile e primaverile, lontano dagli estremismi e dai duri connotati di classe, era a un tempo mezzo e messaggio. «Dillo con un fiore» furono le parole che accompagnavano il gesto di un Craxi sorridente nell’atto di porgere un garofano nel corso di una famosa intervista tv con Giovanni Minoli.

Dunque sapeva essere gentile, e anche simpatico. Da un leader così moderno e così esperto nella comunicazione e nell’arte della persuasione non ti aspetteresti gaffe, scivoloni, gesti maldestri.

Semplicemente, essendo un politico serio, prima di parlare si concentrava, rifletteva, come in quel momento a pranzo, seduto sotto il sole di Caprera al centro di una lunga, bianca tavolata di compagni intenti a rifocillarsi dopo il comizio. Così, quando Onofrio Pirrotta, il più devoto dei giornalisti socialisti del TG2 e il più familiare in quanto sposo della sua segretaria, Serenella Carloni, senza ulteriore preavviso gli piazzò il microfono tra il piatto e il mento interrogandolo, accadde l’inevitabile: «Presidente, qual è l’attualità politica di Garibaldi?»

E Craxi senza guardarlo – «senza degnarlo di uno sguardo», avrebbero poi infierito i colleghi cronisti –, scansò il microfono, si girò verso il commensale alla sua destra e, sollevando il braccio, gli intimò: «Passami l’olio». Eccola, l’arroganza del politico servita in tavola, in diretta tv, per milioni di spettatori. Manco un reality-show.

Con la sua stazza, la sua fisicità massiccia esibita, un giorno mi confessò: «Claudio, io nemmeno me ne accorgo, ma certe volte, senza volere urto, schiaccio qualcuno e quando me ne rendo conto è tardi, e il male è fatto».

Era così, ribelle e anticonformista, autoritario e arrogante un po’ per natura, un po’ perché era cresciuto misurandosi con interlocutori – nemici, avversari, alleati, concorrenti – dotati di ben altri eserciti alle spalle e di ben altra consuetudine al potere. Per non soccombere doveva mostrare più grinta, più durezza, più cattiveria, e condire con quei sapori il suo ragionare solido, coerente, convincente. Ma, ammettiamolo, era fatto così, e anche se cercava la pace e sorrideva, ti restava come l’impressione che all’improvviso digrignasse i denti. Poiché diceva quel che pensava e faceva quel che diceva, pure le cose spiacevoli: sul volto gli si potevano leggere tutti i sentimenti e i turbamenti che lo attraversavano – l’allegria, che si annuncia e poi scoppia irrefrenabile come la commozione; l’ira, ma anche lo scatto rabbioso, il ghigno sprezzante.

In pubblico mostrava tutta la sua sicurezza scolpendo concetti con immagini, esempi, raffronti intelligenti e alla portata dei più. In privato poteva sconcertare, scuotere ma anche gelare l’uditorio prendendolo di punta. Altre volte stupiva o irritava coi suoi proverbi popolari, o mostrandoti i dietro le quinte e l’altra faccia della luna – quella che tu nemmeno immaginavi che esistesse – e allora ti faceva sentire cieco o ottuso. Sospettoso e coraggioso, razionale fino all’idealismo e realista fino al cinismo, dietro le sue spalle larghe cercavano protezione non solo amici e compagni, ma anche tanta gente comune e, come spesso accade, non tutti la meritavano.

Se l’accusavano di essere un Mussolini, un capo autoritario, si schermiva: «Ma no, io non sono autoritario»; per poi concedere compiaciuto: «O, almeno, non quanto dicono». Poi, a scanso di equivoci, tornava a marcare la distanza: «Io non sono mai stato un estremista, tantomeno un violento, io odio la violenza». E diceva il vero. Se qualcun altro, con altre parole, riproponeva il tema – «Ma ti rendi conto che fai paura?» –, estraeva dalla faretra una citazione erudita: «È molto più sicuro essere temuti che amati e il principe dev’essere metà volpe metà leone».

Scaltro e aggressivo. E chi mai, prima e anche dopo Craxi, nella repubblica dei partiti e dei loro segretari – i nuovi principati e i nuovi principi – con i loro riti lenti, i loro bizantinismi, il low profile, aveva strappato il velo d’ipocrisia e mostrato con tanta veridicità ciò che gli altri dissimulavano? E cioè che al di là di tutti gli infingimenti, le contorsioni, gli omaggi alla correttezza, la politica è lotta: una continua, inesausta lotta per il potere e per il primato. I nemici possono cambiare, ma almeno uno davvero pericoloso c’è sempre, e se non c’è nel fronte avverso allora è infiltrato e sta per emergere tra le linee del tuo schieramento. Pensarla così, vivere così, comporta doversi armare di diffidenza e stare sempre all’erta, sempre in guardia.

Non so se queste lezioni Craxi le abbia tratte dalle prime esperienze, quelle che più formano e restano indelebili, o se le abbia apprese da qualcuno.

Ma da chi?

Prologo da L’antipatico. Bettino Craxi e la Grande Coalizione, di Claudio Martelli, La Nave di Teseo (2020). In libreria dal 16 gennaio.

Il libro sarà presentato mercoledì 15 gennaio alla Feltrinelli di piazza Piemonte, Milano, alle 18, 30. Con l’autore dialogheranno il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, e il sindaco Giuseppe Sala.

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