Urge giro di valzerEsteri, abbiamo un problema: si chiama Luigi Di Maio

Il siparietto avvenuto ieri a palazzo Chigi con l’invito di Haftar e Serraj indica che il capo dei Cinque Stelle, come ministro, è un ostacolo. Ed è un errore del Pd, che avrebbe dovuto mettere una personalità più autorevole. Dopo le elezioni in Emilia sarebbe bene aprire un rimpasto

Alberto PIZZOLI / AFP

Il filosofo Giacomo Marramao, durante un dibattito che si è svolto nella sede del Pd al Nazareno sui grandi temi della crisi della democrazia, ha affermato che il Pd avrebbe dovuto portare al governo le figure migliori del Paese, gente qualificatissima, di alto livello. Accanto a Marramao c’era Dario Franceschini, che pur intendendo l’implicita critica del filosofo, non ha ovviamente mosso un muscolo.

Nelle stesse ore in cui Giacomo Marramao svolgeva la sua considerazione, a palazzo Chigi si consumava un pasticcio politico-diplomatico che nemmeno ne “La guerra lampo dei fratelli Marx”, con l’abortita “mediazione” che avrebbe riportato l’Italia al centro della contesa libica mediante il doppio invito a Roma di Haftar e Serraj, una iniziativa finita nel ridicolo con un irritato Serraj che non si capisce se fosse stato avvertito della quasi contemporanea presenza di Haftar oppure no ma che comunque ha dato buca.

La nuda cronaca dei fatti ha dato dunque ragione “in diretta” al filosofo mettendo a nudo l’imperizia (eufemismo) della classe di governo. Spiace persino tornarci su, ma ormai è evidente che esiste una questione-Di Maio. È vero che la politica estera è nelle mani del presidente del Consiglio, sotto la regia (per fortuna) del Capo dello Stato, ma contrariamente a quello che si poteva pensare qualche anno fa, in un’epoca di crisi strutturale e permanente come questa il ruolo della diplomazia è assolutamente decisivo: e dunque la Farnesina continua a rivestire, ancora più di prima, una funzione delicatissima e centrale. Che a dirigere il ministero degli Esteri sia un uomo che nulla o pochissimo sa di questioni internazionali – come tante volte è stato documentato qui su Linkiesta – è un problema da risolvere.

La verità è che nella trattativa per la formazione del Conte 2 si è pasticciato molto. Il Partito democratico ha sbagliato accettando Di Maio alla Farnesina (che era la contropartita per la sua rinuncia alla vicepresidenza, ruolo in fin dei conti di facciata). Avrebbe dovuto pretendere un ministro degli Esteri competente e/o politicamente più esperto. Poteva mettere in campo almeno quattro nomi: Nicola Zingaretti, Enzo Amendola, Roberto Gualtieri, Dario Franceschini. I primi tre hanno grande competenza in campo internazionale – il segretario del Pd e Gualtieri sono stati parlamentari europei – mentre Franceschini possiede quel know how politico che gli deriva da una lunga esperienza.

È andata diversamente. Ci si è piegati alla forza che il M5S rappresenta in Parlamento, ma ormai sempre di meno nel Paese (vediamo quanto prenderà in Emilia-Romagna). Ma adesso siamo in una situazione diversa. In piena tempesta internazionale. E, come detto, con rapporti politici diversi. La domanda è: se dopo la famosa verifica venisse avanti l’esigenza di un rimpasto, alla Farnesina dovrebbe ancora sedere Luigi Di Maio? O non sarebbe invece opportuno un giro di valzer delle poltrone per restituire credibilità alla politica estera italiana?

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