Febbre di crescenzaLe diseguaglianze sono pericolose, ma fisiologiche. E (volendo) si superano

Le disparità economiche sono un correlato inevitabile dell’innovazione tecnologica. Si va avanti solo aumentando il livello di competenza dei lavoratori da ricollocare in mansioni più qualificate. Questa è la grande opportunità (e il rischio abissale) dello sviluppo

Non si capisce mai bene che cosa si intenda ottenere quando si afferma che ci vuole “meno diseguaglianza”. Se si intende che “i ricchi sono troppo ricchi”, allora si dovrebbe immaginare un livello “giusto” della ricchezza. Solitamente questo livello è immaginato simile alla distribuzione del reddito che si è avuta fra la fine della Seconda Guerra e i primi anni Ottanta in Europa e negli Stati Uniti, quello che nell’immaginario collettivo è il mondo keynesiano di allora contrapposto al mondo neo liberista di oggi. Oppure se si intende, ma è ormai un caso raro, legato solo a delle minoranze politiche, che in un mondo equo “i ricchi non dovrebbero esserci”.

Da che cosa dipende oggigiorno il notevole maggior reddito di alcuni rispetto a quello di altri? Fino alla Prima Guerra Mondiale la diseguaglianza era maggiore di quella di oggi. Essa traeva origine dalla proprietà più che dal lavoro, mentre oggi vale il contrario. Ossia, oggi si ha chi guadagna molto lavorando, mentre chi vive ancora di rendita accade che abbia relativamente meno soldi.

Dalla fine della Prima Guerra, ma soprattutto dopo la Seconda, la diseguaglianza nel campo del reddito si è compressa. Poi, dagli inizi degli anni Ottanta, la diseguaglianza ha ripreso a salire, ma non è, almeno in Europa, arrivata a quella di un secolo fa. Negli Stati Uniti le differenze si avvicinano a quelle che si avevano dopo la fine della Prima Guerra. Almeno secondo alcune stime, quelle rese famose da Thomas Piketty, ma non secondo altre, tanto che il dibattito è in corso. Le differenze di reddito, infine, sono oggi nei Paesi ex comunisti, come la Russia e la Cina, simili a quelli dell’Europa di un secolo fa.

I segnali che la diseguaglianza stava crescendo si avevano da prima che iniziasse la denuncia sui mali del neo liberismo. E la diseguaglianza cresceva per ragioni di “struttura” e non per una qualche decisione di un gruppo “Savi di qualche cosa”. I protagonisti della crescita della diseguaglianza sono stati, l’“education premium” e il “mariage education premium”. Per chiarire, il maggior livello di istruzione richiesto, che alcuni hanno, figlio dell’economia della “conoscenza”, la quale ha sostituito quella “fordista”, e le donne che hanno ormai lo stesso livello di istruzione degli uomini e che non vogliono più, come ai bei tempi, “fare la calza”.

La diseguaglianza che si manifesta oggi è quindi qualcosa che ha a che fare, direbbero i francesi, con la longue durée. Osserviamo allora la dinamica nel lungo termine. Agli inizi del XX° secolo negli Stati Uniti i cavalli e i muli erano venticinque milioni, cinquant’anni dopo si sono ridotti a cinque. Chi mai avrà svolto il loro umile lavoro? I trattori. Agli inizi del XX° secolo, sempre negli Stati Uniti, le lavandaie che svolgevano il proprio lavoro fra le altrui mura domestiche erano cinque milioni, mentre oggi non ve ne sono. Chi mai avrà svolto il loro umile lavoro? Le lavatrici. L’energia animale e umana è stata in molti Paesi quasi del tutto sostituita. È innegabile che esista quel qual cosa che chiamiamo progresso, che può essere definito come liberazione dalla fatica fisica.

Il progresso tecnologico non ha creato fino ad oggi una disoccupazione di massa, tanto che i lavoratori e le lavoratrici sono oggi molto più numerosi che in passato, mentre non svolgono le stesse mansioni. Cento e passa anni fa i contadini e i colletti blu erano l’ottanta per cento della popolazione lavoratrice degli Stati Uniti, oggi l’ottanta per cento è composto dai colletti bianchi e dai dirigenti, dei proprietari, e dai professionisti. Se il futuro si presentasse come il passato, fra qualche tempo, superata con i nuovi lavori la disoccupazione legata a quelli vecchi ormai senza scopo, staremmo tutti meglio.

Sembra semplice, quasi un “”happy ending”, ma: 1) possiamo sospettare che, rispetto al passato, l’occupazione richiederà una maggiore competenza, ciò che metterebbe in seria difficoltà un gran numero di persone; 2) allo stesso tempo non sappiamo come reagirà chi ha perso o teme di perdere il lavoro, specie se ne svolge uno poco qualificato, e soprattutto se il progresso richiederà delle competenze crescenti, che al momento lui non ha e che difficilmente potrà avere. Il disoccupato si rivolgerà al potere politico per essere protetto, oppure “lascerà fare” all’economia?

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