La politica dei dirittiI progetti per le famiglie e le pari opportunità della ministra Bonetti

Cattolica, renziana, riformista, intorno al suo dicastero si giocano le grandi battaglie fra destra e sinistra. In questa intervista fa il punto sugli assegni, sul congedo, sulle madri surrogate, sulla discriminazione, sulla comunità Lgbti e sull’agenda di governo

Foto da Twitter

È a capo di un ministero senza portafoglio, eppure il suo può definirsi un dicastero cruciale. Perché proprio su famiglia e pari opportunità, al di là di tutte le considerazioni di tipo socio-culturale e giuridico, si giocano le grandi battaglie programmatiche tra destra e sinistra. Tra le questioni di cui la renziana Elena Bonetti, ministra, appunto, della Famiglia e Pari Opportunità, si sta attualmente occupando in ragione del suo incarico, ci sono i servizi alle famiglie, il contrasto alla violenza maschile contro le donne, la necessità di una legge contro l’omotransfobia.

Ministra Bonetti, assegno familiare unico e congedo di paternità. Che cosa si è concretizzato dopo le sue dichiarazioni in ottobre ad Avvenire? Fumata bianca o nera?
Nella legge di bilancio c’è il rifinanziamento completo del congedo di paternità, perché la norma era a scadenza 2019, e l’estensione a sette giorni. È dunque una fumata bianca rispetto a quello che ci eravamo prefissi nell’ambito di questa legge di bilancio, che è il primo passo di un percorso che ha una prospettiva più lunga e che nella nostra progettualità auspichiamo più efficace. Ovvero, l’estensione a più giorni fino ad arrivare, come già ho potuto dire più volte, a 15 giorni. Estensione anche al pubblico impiego, a cui ho lavorato con la ministra Dadone e che, per ragioni di bilancio, in questa manovra non è stato possibile fare. Il congedo di paternità, occorre ribadirlo, va introdotto non a semplice supporto del lavoro di cura demandato solitamente alle madri, ma nell’ottica di una presa d’atto che la responsabilità educativa va coesercitata anche dai papà.

Ma circa l’assegno familiare unico?
In realtà abbiamo cambiato la dicitura: il fondo istituito nella legge di bilancio, che si attiva dal 2021, è un “Fondo per l’assegno universale e i servizi alle famiglie”. Perché abbiamo introdotto il concetto di universalità? Perché riteniamo che questa forma di assegno, che viene dato alle famiglie per ciascun figlio, dev’essere innanzitutto rivolta al valore che quel figlio, quel bambino, rappresenta come valore sociale. Quindi un bene comune, di cui tutti ci dobbiamo fare carico. Non è dunque una semplice riorganizzazione di misure ma il riconoscimento di un valore sociale, circa la cui tutela non solo la famiglia ma tutta la società si deve mettere in campo. Abbiamo introdotto una misura che è quella dell’assegno di natalità, attiva da adesso, da gennaio 2020, rivolta a tutti i nuovi nati o adottati nel 2020 per 12 mesi con cifre significative, ovviamente calibrate in base al reddito. La fascia Isee sotto i 7.000 euro prende 160 euro al mese, quella tra i 7.000 e i 40.000 prende 120 euro al mese. E poi 80 euro al mese per chi ha redditi superiori ai 40.000. Naturalmente, questa misura non toglie le altre in essere. Il lavoro che dobbiamo fare nel corso dell’anno è valutare tutte le detrazioni e i benefici di cui oggi godono le famiglie e, su quella base, elaborare una forma di assegno universale, che ovviamente vada a maggiorare il sostegno dato alle famiglie e non a penalizzarle.

Quindi ne beneficeranno anche i figli delle coppie di persone dello stesso sesso?
È un assegno che si rivolge ai bambini, quindi indistintamente a tutti i nuovi nati. Nella domanda di richiesta all’Inps ci sarà il riferimento del nucleo familiare in cui quel bambino vive.

Violenza sulle donne: lei aveva annunciato che intendeva mettere mano al Codice Rosso per alcune modifiche. L’ha fatto?
Distinguiamo due cose. Il Codice Rosso è una parte delle politiche che il nostro Stato mette in campo nel contrasto alla violenza contro le donne. A questo riguardo c’è un Piano strategico nazionale, coordinato da una Cabina di regia in cui siedono tutti i ministeri competenti. All’interno di questa Cabina di regia, da me presieduta, si mettono in campo tutte le misure necessarie. Nell’ambito di queste politiche, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha attivato un tavolo, al quale partecipo anche io, di ascolto dei soggetti coinvolti, in particolare in merito all’attuazione del Codice Rosso. Per ora, abbiamo incontrato solo le associazioni che gestiscono le case rifugio e i centri d’accoglienza: queste associazioni hanno presentato il loro punto di vista rispetto all’applicazione “sul campo” di questa legge. Legge, che è giovane e della quale sono state evidenziate alcune potenziali criticità. Stiamo valutando se si tratta d’intervenire sotto un punto di vista normativo o semplicemente di attuare delle politiche che permettano alla legge di essere attuabile al meglio. Per capirsi, uno dei temi è la formazione dei soggetti coinvolti. Il modo, in cui la donna vittima di violenza viene accolta in tutto il percorso a partire dalla presentazione della denuncia della violenza subita fino ad arrivare alla concreta possibilità di ricominciare, richiede una formazione specifica. Chiede attenzioni, luoghi e tempi propri. Il Codice Rosso è quindi un pezzo importante sul quale stiamo lavorando con il ministero della Giustizia e s’interseca anche col tema dei minori figli di donne vittime di violenza e degli orfani di donne vittime di femminicidio. Ovviamente tutto dev’essere sempre fatto di concerto con tutte le realtà coinvolte. Solo in questo dialogo di responsabilità diverse si può trovare una sinergia d’azione.

Il 7 gennaio in Spagna è entrato in carica il Governo Sánchez II, che prevede tra le sue politiche una lotta senza quartiere alla gestazione per altri (gpa). Da qualche parte si è fatta notare una differenza tra la sinistra progressista spagnola e quella italiana, che sul tema ha assunto una posizione ondivaga quando non favorevole. Qual è il suo parere personale nel merito?
Partiamo dal presupposto che la situazione spagnola è differente da quella italiana. Su questi temi, etici e personali, rispondo personalmente e come ministra della Repubblica. Ritengo la pratica della gpa lesiva della dignità e della libertà della donna. È chiaro che è una posizione che so essere molto forte. Oggi il nostro Paese ha, in particolare nel femminismo e anche in alcune forze politiche, posizioni differenti. Credo che qualsiasi decisione su queste materie debba essere non di parte ideologica: ribadisco, come detto all’inizio del mio ministero, che farà mai di questi temi un terreno di scontro politico. Essi devono essere affrontati in una visione che davvero raccolga una conciliazione e una connessione sociale, mai di una parte contro l’altra. Altrimenti, paradossalmente, anche la battaglia giusta è strumentalizzata e ottiene effetti sbagliati. Credo sia importante continuare a dibattere, raccogliere gli argomenti, trovare uno spazio di dialogo e di confronto. In questo caso il soggetto potenzialmente più debole – ciò non vuol dire che le donne siano deboli –, in alcuni contesti sociali, è la figura femminile. Quindi, è la figura che sento debba essere maggiormente tutelata. Detto da una ministra delle Pari Opportunità, penso che questo possa essere ampiamente compreso.

E per quanto riguarda i bambini nati da gpa?
Senza entrare nel merito di tutto il dibattito precedente, credo ci debba ispirare la dichiarazione Onu: il diritto primario è il bene del bambino. Questo è il punto di partenza di qualsiasi politica a sostegno dell’infanzia e dell’adolescenza che noi metteremo in campo.

Tema omotransfobia: è stato avviato l’iter in Commissione Giustizia alla Camera con l’incardinazione del pdl Zan. Lei ha dichiarato che il suo ministero seguirà con attenzione quanto avviene in Parlamento. In che senso?
Ritengo che oggi il nostro Stato debba dotarsi di uno strumento giuridico che permetta di definire come reato anche l’omotransfobia e le forme di discriminazione e di violenza basate sull’orientamento sessuale e identità di genere. È una battaglia importante, rispetto alla quale c’è di fatto un consenso nel Paese. Anche per quella maturità cui il nostro Paese deve arrivare, di rispetto profondo del valore di ogni persona umana, di rispetto pieno delle diversità. C’è un iter parlamentare che è stato già avviato alla Camera con l’incardinazione del progetto di legge presentato da Alessandro Zan. Ma è stato disposto l’abbinamento di altri testi depositati sulla materia. Immagino che si arriverà a un testo unico che raccolga le istanze e le sollecitazioni dei vari punti di vista. Per quanto mi compete, accompagnerò nel rispetto del Parlamento l’eventuale formulazione di un testo unico: sono in contatto, in prima persona, con Zan ma anche con Scalfarotto, Boldrini, Majorino, Cirinnà, che hanno appunto presentato progetti di legge specifici. Rispetto a questa materia si sta davvero configurando una visione unitaria, che credo sia la cosa auspicabile.

Ma anche il Governo presenterà un suo testo?
Non vedo perché dovremmo presentare un nostro testo laddove ce n’è uno che raccoglie le istanze, in particolare, delle forze di maggioranza, che sicuramente troveranno, in un tavolo di condivisione, un’azione altrettanto unitaria. Sul tema poi di quale sia il testo, verrà valutato dal relatore all’interno della Commissione e dai capigruppo di maggioranza. Il tema principale è quello dell’estensione degli effetti dei recenti articoli 604 bis e ter del Codice penale, che hanno recepito il disposto della legge Mancino, anche alle violenze e discriminazioni per motivi di orientamento sessuale o identità di genere. È chiaro poi che competerà, non so se all’interno di questa legge o nell’ambito delle politiche dell’esecutivo, attuare anche politiche di contrasto, di protezione, di sostegno alle vittime rispetto ai fenomeni di violenza.

Il ministro Spadafora, quando era sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità, parlò della disponibilità di 8.000.000 di euro per finanziare specifici progetti per attività a tutela della minoranza Lgbti. Non si può pensare a destinarne parte per fondi specifici a supporto delle vittime di violenza omotransfobica e dei centri d’accoglienza?
L’Unar ha un capitolo di bilancio e sta già lavorando su bandi specifici da questo punto di vista, l’attivazione di un percorso di sostegno per le vittime di violenza subita per l’identità di genere e l’orientamento sessuale. È evidente che è importante dotarsi di percorsi e luoghi che possano sostenere le persone, aiutarle a ricostruirsi una vita, un’integrazione. Spesso le persone vittime di omotransfobia e le vittime di violenza sono persone che alla fine possono ritrovarsi davvero sole. E lì una comunità, una società tutta intera, ci devono essere. Al di là del quantitativo, la possibilità di creare percorsi di accoglienza, di sostegno, di protezione delle vittime mi sembra sia assolutamente un elemento necessario.

Tre anni fa il cardinal Matteo Zuppi disse di ritenere prioritaria, anche per la Chiesa, la lotta all’omotransfobia e alla violenza contro le donne. Papa Francesco il 15 novembre scorso ha menzionato, per la prima volta nello storia del pontificato, anche le persone omosessuali tra le vittime della follia nazista, invitando a reagire contro le risorgenti forme di questa cultura dello scarto e dell’odio. Come valuta, da cattolica, questa apertura del Papa e questa sensibilità che sicuramente sarebbe stata un po’ impensabile in altri Pontificati?
Da cattolica riconosco il magistero papale e non credo che stia a noi dover valutare. Io riconosco in Papa Francesco una guida oggi importante, a cui guardare con grande positività per la sua capacità d’incarnare, nelle scelte e nella sua visione pastorale, la dimensione evangelica. Rispetto al tema chiesto, mi sento però di dire che l’attenzione alla persona, la dimensione del valore primario della persona umana, nasce esattamente nella dimensione evangelica. La possibilità di andare a curare le ferite, sanare le ingiustizie, è in realtà un messaggio che ci appartiene. Quindi, accolgo le parole menzionate come un invito a portare avanti questo principio. Detto questo, io ho giurato sulla Costituzione all’inizio del mio ministero e la Costituzione mi consegna esattamente la stessa visione: il primato della dignità umana, il valore e la tolleranza rispetto a qualsiasi diversità. Solo nel riconoscimento delle diversità e nel valore della diversità di ciascuno, che è unico e irripetibile – questo è chiaro che mi viene anche dalla mia formazione cattolica – lì, proprio in quel riconoscimento, potremo garantire un’universalità di diritti.

Ministra, che idea si è fatta delle associazioni Lgbti in Italia?
In generale il mondo dell’associazionismo nel nostro Paese ha arricchito l’esperienza civile in modo significativo. Vengo dal mondo delle associazioni, è un mondo che ho imparato a conoscere per esperienza personale. Devo dire che sa essere capace di produrre valore sociale nel momento in cui sa aprirsi a un legame di connessione sociale e di dialogo ampio e non si colloca a difesa di una parte contro un’altra. Poi deve esserci anche un valore per la società civile che le istituzioni devono saper raccogliere e fare diventare, in una sintesi più ampia, patrimonio di tutti. Credo che in questo dialogo proficuo il mondo dell’associazionismo, anche Lgbti, sia un elemento di grande valore. Per quanto riguarda il tema Lgbti, uno dei primi appuntamenti che metterò in agenda nel nuovo anno è la riconvocazione del tavolo con tutte le associazioni. Abbiamo incontrato le associazioni nell’ambito della violenza contro le donne. Analogamente, riconvocheremo il tavolo dell’associazionismo in ambito lgbt e dovremo rinnovare un piano operativo in tal senso. Un discorso simile faremo anche per il contrasto della tratta, che è un’altra delle deleghe che fanno capo alle Pari Opportunità.

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