La grande pauraTutti gli scongiuri del Pd per non perdere le elezioni in Emilia (e con l’Emilia anche il partito)

A rischio anche Zingaretti. Un paradosso, perché su richiesta del candidato Bonaccini che non voleva nazionalizzare il confronto il segretario non si è visto in campagna elettorale. Ma una disfatta sarebbe troppo simbolica. Così tutti cercano l’esorcismo

Andreas SOLARO / AFP

«Ci sarebbero ovviamente tantissime ripercussioni su tutti i fronti. Non cadrà il governo ma non potremmo di certo far finta di nulla. Se si perde ci saranno problemi». Bum! Suonano le sirene – allarme allarme – e il Nazareno non solo non ne smorza l’impatto ma anzi lo amplifica, con l’autorevole Graziano Delrio che fa rimbombare l’eco della Grande Paura di una sconfitta epocale, quale sarebbe quella di domenica in Emilia (in Calabria è scontata). Onestissimo, il capogruppo del Pd, a riconoscere che la sconfitta di Stefano Bonaccini farebbe deflagrare non il governo ma qualcos’altro che lui non precisa a voce alta ma che non è difficile indovinare: il Nazareno.

L’evenienza deve per forza essere presa in considerazione, anche perché dal maledetto too close to call non ci si schioda, e hai voglia a far mostra di ottimismo, in politica bisogna pensare al peggio. E cosa ci può essere di peggio che perdere nell’Emilia rossa che fu, nella regione dove secondo Berlinguer c’erano già «elementi di socialismo», nella terra di Dossetti e Lama, di Zangheri e Prodi? Beh, perdere lì sarebbe come un romanzo che finisce male, come un assassinio in chiesa, sarebbe vissuto come una colpa verso i padri, come un tradimento di sé.

Già sarebbe un mezzo miracolo salvare il governo, con la forza comunque di inoppugnabili argomenti costituzionali – non si è votato per il Parlamento – però sarebbe inconcepibile se nulla avvenisse nei partiti. Anzi, nel Partito. Rimasto l’unico, o quasi, a dover fare i conti con i dati reali della politica: i Cinque Stelle vivono in un mondo parallelo tutto loro, i LeU sono troppo microscopici per buttare sangue, Renzi in questa vicenda c’è e non c’é – e ognuno lo giudichi come crede – e non sarebbe lui né il carnefice né la vittima di questa grande tragedia di inizio anni Venti.

Nel day after dell’esplosione nucleare (targata Borgonzoni!) che spazzerebbe via sardine e buongoverno, dunque, cosa succederebbe lunedì dopo una sconfitta di Stefano Bonaccini, che certo non potrebbe essere additato come il capro espiatorio della disfatta? Insomma, la poltrona di Nicola Zingaretti ballerebbe? Inevitabilmente. E anzi sarebbe molto probabile che sarebbe lui stesso a fare un gesto, ad assumersi la responsabilità della più cocente delle tante Waterloo, magari per togliere dal campo il problema personale e dare avvio a qualcosa di ignoto, dove tutto è possibile, addirittura, come dice Ivan Karamazov, tutto è permesso, persino un suo ritorno o meglio una quasi unanime richiesta a gestire la terra incognita di un Congresso straordinario, sapendo peraltro che di alternative pronte in giro non se ne vedono, questa è la verità.

Il segretario d’altra parte ha obbedito a ciò che fin dall’inizio gli ha chiesto Bonaccini: la campagna elettorale la faccio io, voi statevene a Roma o se venite qui siate discreti. La linea è stata condivisa: è il candidato che deve parlare della sua regione. È Salvini che fa una impropria battaglia nazionale, noi non ci dobbiamo cadere. Giusto, corretto. Con l’inconveniente però di far capire a tutto il mondo che “i romani” meno si fanno vedere sui territorio e meglio è: non esattamente una medaglia al valore.

Quindi in un certo senso sarebbe paradossale se in caso di sconfitta dovesse pagare il segretario nazionale che, appunto, si è visto poco e niente. Come si spiegherebbe questa apparente contraddizione? Si spiegherebbe con la constatazione che il “marchio Pd” non regge. Dove per “marchio Pd”, beninteso, non si intende un problema grafico o di marketing ma la sostanza stessa del progetto-Pd per come si è sviluppato (o non sviluppato) dal Lingotto veltroniano al Nazareno zingaresco. E che quindi bisognerebbe ridiscutere tutto, in un Congresso le cui caratteristiche al momento appaiono avvolte nel buio di una notte d’inverno. Una notte che in queste ore al Nazareno si esorcizza, mentre intanto la Grande paura finisce sui giornali sottoforma di una esternazione onesta ma che forse suona anche come un avvertimento, o un monito.

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