Cinquanta meno dueQuella volta che un cattolico insolito, un comunista rifiutato e un’ebrea atipica si inventarono il gran palcoscenico di Milano

Quarantotto anni fa Andrée Ruth Shammah, con Franco Parenti e Giovanni Testori, ha dato vita al Pier Lombardo, ora teatro Parenti, che non cessa di provocare, inventare e creare. In modo ribelle e innovativo

Immagine tratta dal sito del Teatro Franco Parenti

Sono 48 anni. O, come preferisce dire Andrée Ruth Shammah, regista e fondatrice del teatro Franco Parenti, «cinquanta meno due. Poi saranno cinquanta meno uno. Il cinquantesimo esatto sarà nel 2022, ma vorrei che le celebrazioni cominciassero prima». Perché, in effetti, da celebrare, per uno dei teatri più innovativi, vivaci, luogo reale di cultura reale milanese – e non solo – c’è molto. «In questo periodo, nei prossimi mesi, ci saranno tanti anniversari, tanti cinquantenari. Perché quell’epoca, quello che va dal ’68 al ’72, è stata unica nella storia di Milano». E il Franco Parenti ne è il simbolo, il segno più evidente.

E cosa gli ha dato questo rilievo?
Forse perché è il frutto dell’incontro di un trio insolito: un cattolico che non era accettato dai cattolici, ma dalla profonda religiosità come Giovanni Testori. Un comunista che non era accettato dal suo partito, sempre coerente con le sue idee, come Franco Parenti. E poi c’ero io, ebrea ma non inserita nella comunità, con cultura francese. A questo trio, che già in sé era una provocazione, va aggiunto Dante Isella, che con Testori ha creato, anzi ricreato quella lingua lombarda – da Porta a Ruzante – che si è rivelata un esperimento unico per teatralità, e profondo per “lombardicità”.

Ma non è l’unica provocazione, immagino.
È sempre stato tutto un mix. Abbiamo preso un posto sgangherato, un ex cinema, lo abbiamo riadattato, anche scoprendo mezzo palco dietro alcuni muri. Era fuori dalla cerchia dei Navigli, che all’epoca era da considerare periferia, e anche questa era una provocazione. E poi c’era l’ambiente, che accoglieva in sé le ribellioni: tutte quelle possibili arrivarono da noi. Era una zona di libertà, qualcosa di inspiegabile.

Ma proviamo a spiegarlo.
Saranno stati quegli anni, sarà stato il posto stesso, che aveva gli “spiritelli”, come diceva Eduardo De Fliippo, per riferirsi a quelle strane proprietà creative. Sta di fatto che tutto ciò che di nuovo accadeva in città, ecco: accadeva prima al Franco Parenti. Qui ci sono state, con Nando Dalla Chiesa, le prime manifestazioni in cui si parlava di mafia, quando “mafia” era ancora una parola astratta. Qui, con Severino, ci sono stati i primi “processi alla cultura” (adesso è di moda discutere di queste cose con gli intellettuali, all’epoca era una novità). I concerti con gli strumenti musicali originari dell’epoca. Le rassegne di cinema. Tutte cose nuove, anche se allora non ce ne accorgevamo nemmeno, tanto presi eravamo dalla voglia di inventare, creare, fare cultura davvero.

Anche perché gli altri non lo riconoscono di sicuro.
Esatto. Per me, ad esempio, è un grande rammarico pensare che Franco Parenti è morto [nel 1989] senza che gli venisse riconosciuto quanto grande fosse il suo valore. È morto nell’incertezza, in questo senso. Dopo 10 anni, a Roma, c’è voluto Gian Maria Volonté che, guardando in una retrospettiva i suoi lavori, ha chiesto a tutta la sala di alzarsi in piedi per tributargli gli onori che merita.

Tornando al teatro. Si riesce ancora, al giorno d’oggi, a innovare, inventare, con la stessa creatività di sempre?
Anche oggi il teatro è variegato. Per me, me lo lasci dire, l’idea di “fare cultura” chiamando sul palco Sgarbi o Daverio, con tutto il rispetto, non è fare cultura. È altro. Il punto centrale, a mio avviso, è la creazione. Il gesto creativo, quello che fa nascere qualcosa che prima non c’era e che dopo non può non esserci. Comprare uno spettacolo visto all’estero e importarlo in Italia è senza dubbio interessante, ma anche qui: non è creazione.

Adesso c’è anche la piscina.
Se ci si pensa bene, anche quello è un fatto innovativo. Dei privati che hanno rimesso a posto uno spazio e lo hanno ceduto, senza chiedere soldi, al pubblico. Di solito è il contrario. Quindi anche questa è una provocazione. E perché lo abbiamo fatto? Tante ragioni. È nella sensibilità delle persone, io sono sempre cresciuta socialista, non potevo essere comunista per come era il comunismo italiano e di sicuro non della DC. È tutta una storia che fa sì che qui, al Parenti, non puoi identificarti con un gruppo di potere.

E ci sono anche gli eventi.
Sì, ma attenzione. Il Parenti è un caso raro di teatro senza locandine. Perché noi siamo fieri della nostra storia, ma non esibiamo il nostro passato. Vogliamo che la creazione continui anche ora, che sia sempre la casa degli artisti, degli intellettuali. Per questo tengo a sottolineare – lo scriva! – che il teatro non è “una location”. Per favore, non chiamatelo così, mi fa male ogni volta che lo sento o lo leggo. Ospitiamo incontri, eventi, idee, dove deve essere primario lo spunto intellettuale, il dibattito. È un teatro, non un luogo qualsiasi. Noi vi portiamo dentro la nostra storia e voi ci fate le serata? No grazie. Vorrei aggiungere anche un’ultima cosa.

Dica.
Riguarda il mio essere ebrea, su cui ho riflettuto. È un concetto difficile, sul cui significato nessuno riesce a darsi una risposta. Cosa accomuna Rothschild, Einstein, il rabbi Menahem e Liliana Segre? Cosa definisce l’essere ebrei? È difficile, è complesso. È qualcosa che non è possibile semplificare in poche formule. Richiede fatica, interpretazioni, e il fastidio di sapere che, comunque, non si potrà arrivare a una soluzione. Ecco, il teatro è la stessa cosa: pone questioni non semplici né semplificabili. E se non ti accontenti, allora sì, stai facendo cultura. Ed è una cosa importante, ma molto faticosa. Ecco: di questi 50 anni meno due, niente ci è stato regalato. Tutto è stato faticoso, difficile. Perché non sei mai come ti vogliono.

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