Una, nessuna, centomila sinistreProgressisti di tutto il mondo, datevi una calmata

Da Ocasio-Cortez contro il Partito democratico a Hillary Clinton contro il socialista Sanders. E, poi, le primarie britanniche, le baruffe francesi e la solita caotica baraonda italiana

Stephen Maturen / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

La nuova stella della sinistra americana, Alexandria Ocasio-Cortez, ha detto che il Partito democratico non è di sinistra, ma di centro, anzi quasi conservatore. In fondo, la Ocasio-Cortez, detta AOC, non ha tutti i torti, perché negli Stati Uniti né il socialismo reale né quello ideale hanno mai fatto davvero presa, se non in qualche ristretto circolo intellettuale di New York e in qualche comunità hippie dell’ovest, ma certamente non a livello di partito di governo. Non è un caso che i progressisti americani si chiamino tradizionalmente liberal, cioè liberali, e non comunisti o socialisti o rossi eccetera. Al New York Magazine, qualche settimana fa, sempre la Ocasio-Cortez ha anche detto che trovava strano che lei e Joe Biden, il vicepresidente di Obama e tra i favoriti a sfidare Donald Trump alle presidenziali di novembre, si trovassero nello stesso partito, quando in qualsiasi altro posto del mondo sarebbero invece in due compagini diverse.

Hillary Clinton ha detto più o meno la stessa cosa, ma dal fronte liberal e contro l’insorgenza socialista, arrivando a mettere in dubbio il sostegno al suo partito se per la sfida a Trump le primarie democratiche premiassero Bernie Sanders. Anche Hillary non ha torto, e non solo perché il radicalismo di Sanders è stata una delle numerose cause della sua sconfitta di tre anni e rotti mesi fa contro Trump, ma anche perché Sanders è l’unico senatore socialista al Congresso e fino al 2015 non è stato nemmeno iscritto ai Democratici.

Quando, qualche mese fa, Barack Obama se l’è presa con l’idea della purezza ideologica e del non fare mai compromessi, molto cara a una certa parte del mondo progressista, sostanzialmente ha confermato la grande divisione dentro la sinistra, o meglio tra i liberali e i socialisti dentro la sinistra americana, la stessa che oggi Clinton e Biden da una parte e Sanders e Ocasio-Cortez dall’altra rappresentano molto bene.

La grande differenza tra i due orientamenti, tra l’establishment liberal e gli insorgenti socialisti, è che i primi però consentono e favoriscono la cosiddetta “grande tenda” sotto la quale accogliere tutte le anime progressiste, tanto da aver consentito a Sanders e a Ocasio-Cortez di candidarsi e di vincere, mentre i secondi esprimono il loro tradizionale tasso di massimalismo e tendono a escludere di poter avere rapporti politici con i moderati e i riformisti. È questo il senso delle parole di Alexandria Ocasio-Cortez, così come è stato questo l’atteggiamento di Sanders nel 2016 con il quale ha convinto molti dei suoi più giovani e più radicali elettori a non andare a votare per Hillary, salvo poi lamentarsi di essersi svegliati con Trump.

La partita che si gioca nel Regno Unito non è molto diversa da quella americana, ovviamente con le sue peculiarità locali, ma anche nell’isola britannica lo scontro in corso alle primarie del Labour è tra una candidata socialista e corbinista e, a questo punto, due o tre esponenti più moderati del partito. Con Corbyn, i laburisti hanno perso tre elezioni su tre in pochi anni, mentre solo il New Labour di Tony Blair è riuscito a interrompere una lunga sequenza di successi elettorali dei conservatori. Qualcosa vorrà dire.

In Francia e in Italia non c’è il problema denunciato da Ocasio-Cortez, perché a Parigi e a Roma a chiunque è consentito fare il suo partitino, specialmente a sinistra della sinistra. In Francia i socialisti sono ormai inesistenti, la sinistra radicale è ininfluente, mentre il centrosinistra liberale sta all’Eliseo. In Italia la situazione è più frazionata: c’è il Partito democratico al governo, ma ci sono anche una mezza dozzina di partitini alla sua sinistra, senza contare le sardine e quelli che non si definiscono di sinistra ma che la sinistra-sinistra considera tali, i Cinque stelle, al punto da volerli inglobare in un’alleanza strategica. Alla destra del Pd, invece, ci sono Italia Viva di Matteo Renzi, Più Europa di Emma Bonino e Azione di Carlo Calenda, che marciano separati anche se cominciano a dialogare in Puglia e alle suppletive di Roma in nome di una specie di federazione di buonsenso.

Il modello radicale inglese è perdente, quello americano della divisione tra liberal e socialisti non ha funzionato nel 2016 e non gode dei favori del pronostico in vista delle elezioni di novembre. Il modello francese della prevalenza dei liberali è al governo, anche se sotto pressione anche dei sindacati. Il modello italiano dell’alleanza tra antipopulisti e populisti da una parte e della scissione dei liberal-democratici dall’altra non sembra andare da nessuna parte, se non a sbattere contro un muro. Forse è arrivato il momento di darsi una calmata, di offrire soluzioni serie ai problemi del nostro tempo e di fermare i reazionari, i demagoghi e i populisti che, trovandosi di fronte concorrenti impegnati in battaglie intestine e ideologiche senza senso, trovano il terreno spianato. E, scusate lo spoiler, alla fine vincono.

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