Ovviamente è meglio il libro“Piccole donne” di Greta Gerwig, ovvero come trasformare un classico in una parodia del femminismo

Ossessionata dal bisogno di far emergere la protagonista come ragazza indipendente e adulta, la regista ha piegato la trama originale un po’ troppo ai suoi scopi. Forse la la presa di coscienza delle donne oggi è questa, ma preferivamo l’opera di Alcott

Da YouTube

Nell’ultima sequenza di Piccole donne, diretto da Greta Gerwig e candidato agli Oscar come miglior film, si susseguono le immagini dei nipotini March e quella della tipografia che sta dando alla luce il romanzo di Jo: pagine trafilate d’oro e un rosso scintillante per la copertina. Saoirse Ronan, già protagonista del film precedente di Gerwig, Lady Bird, candidata agli Oscar come miglior attrice protagonista, interpreta Jo. E mentre i bambini di Meg e Amy giocano felici sull’erba, lei guarda trasognata quello che si suppone essere il suo surrogato di figlio, il romanzo che ha appena dato alle stampe.

Nella mise in abyme pensata da Gerwig, che è anche sceneggiatrice del film e candidata agli Oscar come migliore sceneggiatura non originale, Jo si sovrappone alla sua autrice, Louisa May Alcott, trasformandosi in colei che consegna all’editore, prototipo di maschio ottuso e sessista, le pagine di Piccole donne. È a questo punto che ritroviamo nel film ciò che accadde per davvero alla scrittrice, ma con un omissis che è in grado di spiegare da solo il senso dell’operazione – e di mostrarne i limiti. Una protagonista senza matrimonio è inammissibile, gli accordi editoriali sono chiari e prevedono di trovare subito un marito a Jo. Ebbene: accadde questo a Louisa May Alcott, che aveva pensato a un finale senza anello al dito per la sua eroina, e accade questo al suo alter ego nel film. Del fatto che fu proprio l’editore, forse maschilista ma di certo anche capace di fiuto, a consigliare un romanzo con personaggi femminili, non v’è traccia. E tuttavia, la licenza poetica non è questione su cui si intende sindacare. Ciò che davvero stona nell’armonia del montaggio e dei costumi e delle interpretazioni ineccepibili, non è tanto il piglio femminista che tutto avvolge, ma la rabbia che sembra sottenderlo.

Nei capitoli dedicati a Jane Austen di Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf fece notare: “Ecco una donna che scriveva senza rabbia”, e quanto basterebbe questo semplice monito a proteggersi dagli inciampi! La conseguenza più innaturale dell’ardore femminista di Gerwig è quella di aver rovinato uno dei personaggi più commoventi della tetralogia di Alcott: il Professor Bhaer. Nel libro, il Professore è un uomo non più giovane, ma tenero, impacciato, colto e conciliante, sempre paziente con i bambini – il che fa supporre anche con le donne – un po’ malinconico, come spesso lo sono i profughi. Nel film, a dimostrazione di quanto il personaggio non serva alla storia ma sia della storia inutile postilla, il Professor Bhaer diventa un ragazzino insulso con la faccia di Louis Garrel e la virilità di Platinette.

Secondo la lettura di Gerwig, il cuore della vicenda risiede soprattutto in questo: nel comprendere che tipo di donna si intende essere. Ognuna delle sorelle March è chiamata a capirlo e a lottare per questo, scendendo a patti con la realtà, sì, ma stando attenta a non sciupare l’idea iniziale di sé. Eppure, nonostante la stampa abbia salutato il film come una versione moderna del romanzo, si ha l’impressione che Gerwig, schiacciata da un’istanza femminista di routine, finisca per essere molto più conservatrice di Alcott. Se è vero che il personaggio di Jo, a cui generazioni di giovani donne hanno guardato con spirito di emulazione, non avrebbe dovuto sposarsi, ma finì sull’altare sotto le pressioni di un editore poco avvezzo all’audacia, è vero anche che l’intelligenza della scrittrice permise di minare il canone dal suo interno. Grazie alla complessità dei piani e dello sguardo.

Nel romanzo di Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, Elizabeth incarna la parodia dell’eroina perfetta e, così, invece di correre dietro al principe azzurro, Mr Darcy, lei lo disprezza e invece di disprezzare il cinico avventuriere, George Wickham, lei gli corre dietro. In Piccole donne Louisa May Alcott permette a Jo una distanza in più dal modello letterario dell’epoca, quello di un angelo del focolare, una donna sempre docile e remissiva. Come Elizabeth, Jo rifiuta la proposta di matrimonio di un giovane pretendente e, con questa, l’ipotesi di una vita agiata nell’alta società; ma a differenza di Elizabeth, Jo non torna sui suoi passi. Come Elizabeth, diventa donna nel momento in cui si accorge dei propri errori. Ma, in questo caso, l’errore di Jo non coincide col rifiuto che indirizza al suo principe.

È chiaro a generazioni di lettrici: accanto a un uomo come Laurie, nella geometria piana del bon ton mondano, un tipo come Jo avrebbe subìto un duro colpo. Di certo, però, questo non significa caldeggiare l’equazione: donna sola uguale a donna felicemente affermata. Lo sguardo inconsueto di Alcott non permette di ridurre l’amore di Jo a semplice accessorio, un espediente obbligato per la felicità dei lettori. E invece, alla ricerca di un modello femminile che sia femminista, il film di Gerwig spazza via tutto il tormento della solitudine e ciò che da quella ferita ne consegue. Rispetto a quello delle altre sorelle, nel romanzo, il percorso di Jo è il più sfumato perché l’impedimento ai propri desideri non è esterno, ma viene da dentro di lei. È nell’accorgersi quanto sia stupido vivere solo del suo lavoro, evitando di cedere alla lusinga dell’amore, come ha predicato fin da bambina, che si consuma la sua deviazione. Quando nella solitudine della casa d’infanzia, nel silenzio della sua tana, la soffitta, le capitano fra le mani i volumi che il professor Bhaer le ha donato a New York, Jo scoppia a piangere. Ma a quanto pare, a Gerwig lo struggimento non serve. Deve trovarlo una dimostrazione di fragilità del tutto incoerente per una donna libera e, quindi, ecco che le pene d’amore vengono rimpiazzate dalla sequenza in cui Jo lavora al suo romanzo. Le notti si susseguono uguali mentre lei, china sulle pagine, passa la penna d’oca da una mano all’altra. Come se non ci fosse abbastanza spazio per entrambe, la storia d’amore si trasforma in una storia di riscatto. E invece, nel romanzo, il matrimonio di Jo non nasce da una costrizione, ma dal suo opposto: una mancanza. Risiede in questo la modernità di Alcott. La nostalgia per quell’uomo così fuori dagli schemi, senza un soldo, ma disposto a concedere a Jo una totale parità, soprattutto intellettuale, non sminuisce il suo bisogno di affermarsi come artista. Anzi. Nel capitolo che chiude Piccole donne crescono, quando la famiglia si riunisce a casa della zia March, trasformata da Jo e suo marito – anche in questo, perfetti complici – in un istituto per ragazzi, Amy chiederà divertita, «ricordi i nostri castelli in aria, Jo?» – e questo un attimo dopo che Jo le ha confessato di sentirsi una donna felicemente realizzata.

Ecco, i castelli in aria di Jo non sono quelli di una ragazzina qualunque (come me), che sognava di realizzarsi in quanto moglie e madre. Ma l’esatto opposto. Le sue fantasticherie di bambina le hanno fatto credere che una donna per essere libera deve scegliere la solitudine, ma erano appunto fantasticherie, semplificazioni destinate a stravolgersi. Da grande, mentre le ragazzine qualunque (come me) chiederanno alla vita ciò che hanno scoperto di desiderare, Jo imparerà a pretendere più o meno tutto, e cioè il lavoro e pure l’amore e se vorrà un figlio e l’amicizia fraterna con un uomo e l’affetto per la sua famiglia e una casa dove ci sia abbastanza spazio. Ma è evidente che per essere una femminista, era necessario che Jo restasse fedele agli intenti iniziali, quelli di un’adolescente ammantata da tutta la radicalità del caso.

Insomma, dopo esserci battute per avere almeno su carta pari opportunità rispetto agli uomini, ecco di nuovo la vecchia idea di donna libera, ma che è costretta a scegliere fra l’amore e il lavoro. «Ho sempre avuto un’idea ben chiara di ciò di cui il libro parlava», ha dichiarato Gerwig in un’intervista, «delle donne come artiste e del loro rapporto con il denaro». Certo, è innegabile, c’è anche questo. Ma la bellezza di Jo risiede altrove, nella complessità dei suoi desideri. Quando abbiamo iniziato a credere che per una donna libera, un’artista, l’amore fosse solo un codice, un’imposizione sociale come lo è un cappellino? Nel romanzo nessuna delle sorelle March è un modello di donna, seppure ognuna sia chiamata a plasmarsi sotto la spinta delle scelte e delle rinunce. È nel compromesso, nella distanza dalle aspirazioni infantili, che si consuma la crescita. Sotto il peso degli inciampi che la vita ha in serbo per loro, ognuna delle sorelle è costretta a tornare sui propri passi, ed è in questa scintilla che si risolve il passaggio all’età adulta. Nello scarto fra ciò che sarebbe potuto essere e quello che davvero sarà. Forse non sbagliava chi ha scritto che il film di Gerwig è una rilettura moderna di Piccole donne, a patto che si concordi su quanto la modernità sia invischiata nel manicheismo stolido di chi pensa il mondo come una semplice contrapposizione fra opposti. Un sistema binario in cui se sei carnefice non sei vittima (neanche di te stessa) e, soprattutto, se sei libera e per di più artista non puoi che considerare l’amore e il matrimonio e i figli come un ostacolo ai tuoi progetti. C’è il sospetto che “post-ideologico”, da riferirsi ai nostri tempi, sia un rigurgito di ottimismo.

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