Cambiamento di regime Gli eroi iraniani contro gli Ayatollah e l’indifferenza meschina dell’occidente (tranne Trump)

Teheran in piazza contro la teocrazia sciita, schivando i proiettili dei pasdaran, ma le proteste contro i mullah terroristi, corrotti e inefficienti non scaldano i cuori europei, al contrario del dispiacere provato per l’uccisione del sanguinario Soleimani

Hussein FALEH / AFP

Non c’è nessuna mobilitazione popolare né elitaria né social, niente di niente, a favore dei coraggiosi iraniani che sfidano a migliaia i proiettili dei pasdaran e scendono in piazza contro il regime degli Ayatollah. Nessuno si fila i giovani e i meno giovani che da due giorni protestano contro un sistema corrotto e assassino, che rifiutano di calpestare le bandiere americana e israeliana, che considerano Qassem Soleimani uno dei peggiori criminali del medioriente, che strappano i poster che celebrano il suo martirio preparati dal regime per mostrare una compattezza che non c’è. Niente. Zero assoluto, nonostante in queste ore gli aguzzini islamici al potere a Teheran dal 1979 continuino a sparare sulla folla, dopo aver ucciso quasi mille concittadini nelle scorse settimane.

Al contrario, si nota una diffusa costernazione per l’uccisione del generale Qassem Soleimani, raccontato come un semidio da analisti, politici e influencer e da quella caricatura di tutte e tre le categorie che inopinatamente ricopre il ruolo pro tempore di nostro ministro degli Esteri. Si notano anche avvilimento e dispiacere per la salute della dittatura teocratica sciita di Teheran nonostante sia abituata a torturare i dissidenti, impiccare gli omosessuali e ridurre a parodia il sistema democratico.
Sulle prime pagine, salvo le note eccezioni, non si legge una parola contro un sistema dispotico e fanatico che uccide i suoi concittadini, esporta il terrorismo, conduce guerre clandestine, minaccia di cancellare Israele, si vuole dotare dell’atomica e che negli ultimi anni è stato responsabile di milioni di morti e soltanto nell’ultimo mese di aver ucciso quasi mille concittadini iraniani e di aver attaccato i campi petroliferi sauditi, le basi della coalizione internazionale in Iraq, l’ambasciata statunitense a Baghdad e, infine, di aver abbattuto un aereo di linea ucraino sbriciolando 180 persone.

Dopo aver negato l’evidenza, i mullah hanno riconosciuto di aver colpito per errore l’aereo ucraino, cosa che ha convinto il Corriere della Sera a sostenere la stravagante tesi secondo cui, avendo infine ammesso che sono stati loro ad abbattere il Boeing ucraino, gli Ayatollah sono per questo gli interlocutori credibili e privilegiati con cui l’Europa e l’Italia devono fare comunella per evitare che lo scontro con Donald Trump deflagri in una guerra mondiale.

Trump sarà orrendo, e lo è, ma a suo modo ieri ha twittato in difesa del popolo iraniano, consigliando a Teheran di non uccidere chi scende in piazza a protestare. Trump non sarà simpatico, e non lo è, e avrà ucciso Soleimani senza pensare nemmeno un attimo alle conseguenze mentre giocava a golf in a Mar-a-Lago, in Florida, ma – se dureranno, e non è detto che dureranno – al momento le conseguenze sono che gli iraniani hanno fallito il contrattacco, che sono morte una settantina di persone ai funerali del generale, che un aereo di linea ucraino è stato abbattuto da un regime al collasso e che la reazione popolare è contro gli Ayatollah, non contro l’America o Israele.

Anche la tesi secondo cui l’uccisione di Soleimani avrebbe radicalizzato i cattivi di Teheran per ora è smentita dall’attualità, visto che – come riporta il New York Times – i falchi del regime a sorpresa stanno criticando sui loro organi di stampa la gestione della crisi fino addirittura essere arrivati a chiedere le dimissioni del nuovo capo delle Guardie rivoluzionarie, una cosa impensabile fino a poco tempo fa. Vedremo a breve se gli Ayatollah saranno sul punto di crollare come i comunisti sovietici dopo il 1989, come da vecchio adagio secondo cui una rivoluzione il giorno prima sembra sempre impossibile mentre il giorno dopo pare sempre inevitabile, oppure se è solo un fuoco di paglia.
Ma, intanto, gli interlocutori dell’Europa e delle nazioni democratiche non possono essere i destabilizzatori del medioriente, i savi della setta sciita, gli sterminatori di iracheni, curdi, siriani, yemeniti, israeliani e pure di iraniani. Gli interlocutori sono gli iraniani che scendono in piazza per chiedere libertà, democrazia e giustizia. Gli eroi sono i persiani che ripudiano le guerre razziste e di religione combattute dal regime e che in queste ore ribaltano il vecchio indottrinamento “Morte all’America” e “Morte a Israele” con un altrettanto torvo “Morte agli Ayatollah” che, però, è la più grande speranza per l’Iran, per il mondo islamico e per noi.