Citofonare giornalismoIl problema non è Salvini, ma chi non spegne la telecamera e non fa le domande che servirebbero

Nessun giornalista ha criticato in diretta il leader della Lega mentre a Bologna citofonava a casa del 17enne tunisino accusato da una signora di spacciare. Il rischio è trasformare i microfoni in megafoni, senza mediazione

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Il problema non è Salvini. Non è neanche la diffamazione o lo show davanti al citofono. Nemmeno la superficialità della donna che a Bologna, quartiere Pilastro, ha indicato al leader della Lega l’abitazione di un 17enne tunisino accusandolo di spacciare perché altrimenti «come fa il figlio di un corriere a indossare i vestiti della Nike e ad andare in vacanza in Sardegna per un mese e mezzo?» (Sì, ha detto proprio così). Il problema è che i microfoni e le telecamere erano accesi per riprendere l’ennesima volta la politica che diventa show. E nessuno dei giornalisti presenti ha messo in dubbio il gesto del leader della Lega. Anzi: «Che cosa sta facendo? Faccia la telecronaca». Tutto normale, è una notizia. Lo spettacolo deve continuare. Ma dopo? Nessuna domanda. Perché lo ha fatto? Su quali basi ha dato a qualcuno dello spacciatore? Come fa a fidarsi di una parola di una residente? Perché ha pronunciato il nome, violando la sua privacy? Non pensa che le persone debbano essere giudicate dalla giustizia? Niente.

Salvini ci è riuscito ancora: il colpo a effetto che fa parlare di lui per due giorni su tutti i media. Nelle colonne destre dei quotidiani online, nelle prime pagine dei giornali di carta, nei servizi dei tg e dei giornali radio. Il meccanismo lo conosciamo. Lo ha spiegato benissimo su Linkiesta Matteo Flora. Salvini sceglie un tema di interesse: in questo caso il sempreverde tema della “sicurezza”. Fa un gesto eclatante o pronuncia una frase provocatoria ad effetto. Si crea la polemica, il tema divide, il Paese ne parla e Salvini ottiene il risultato che voleva: far parlare di sé e far aumentare le interazioni nei social network. Un effetto decisivo per spingere la candidata della Lega Lucia Borgonzoni a tre giorni dalle elezioni regionali Emilia Romagna. Come con le nocciole turche della Nutella, il Mes che ruba i risparmi degli italiani o il «raderemo al suolo la casa della fottutissima zingara».

Il problema non è il messaggio ma chi lo veicola senza filtri. Nessuna lezione, perché manca il pulpito da cui farla, ma bisogna chiederci se siamo arrivati a questo punto anche perché manca una mediazione intellettuale tra il fatto e la sua diffusione. Senza, diventiamo solo dei reggi microfoni. Tutti riportano la stessa dichiarazione che rimbalzerà in video tutti uguali con lo stesso titolo. Cambia solo l’angolazione del video. E chi l’ha sparata grossa ha ottenuto il suo scopo. Nessun idealismo, per carità. Quando un politico è in campagna elettorale e visita un mercato, un’azienda, un gruppo di persone, non può concedere 150 interviste singole. Ma almeno si potrebbe evitare di trattare come un appestato il giornalista che fa una domanda meno comoda delle altre. È successo lo scorso giugno, quando una collega di Sky ha incalzato il leader della Lega sulla definizione del porto sicuro di Tripoli per la nave Sea Watch che si trovava a 15 miglia dall’isola di Lampedusa. «Scusi lei fa politica o fa domande? Se lei fa politica si candida nella sinistra». E nessuno a difendere la collega e a fare per lei le stesse domande fin quando non si riceve una risposta compiuta all’obiezione fatta.

Lo stesso è successo a novembre con il giornalista di Fanpage che ha avuto l’ardire di contestare la frase sibillina di Salvini sulla morte di Stefano Cucchi, pestato a morte da dei poliziotti, secondo la Corte d’Assise: «Se qualcuno ha usato violenza ha sbagliato e pagherà. Questo testimonia che la droga fa male sempre e comunque». Alla terza richiesta di spiegare il perché di unire due cose che non c’entrano niente il giornalista è stato subissato da ululati. Addirittura, quando il giornalista di Report ad agosto ha fatto notare a Salvini di aver mentito sul fatto che il suo collaboratore Savoini fosse con lui a Mosca, Salvini ha risposto: «Hai fatto la tua domanda. Sei un maleducato». Poi? Nessuno lo ha incalzato e al leader della Lega sono arrivate domande comode comode su salario minimo ed elezioni regionali. «Fossimo tutti giornalisti qui faremmo tutti la stessa domanda», ha chiosato il cronista di Report. E ha ragione, perché se il giornalista che fa una domanda è trattato come uno che urla a un concerto da camera c’è qualcosa che non va nel meccanismo dell’informazione. E i microfoni diventano solo megafoni.

E così, per paradosso, negli ultimi tempi a Salvini le domande scomode le fanno solo i politici. Avversari, naturalmente. Per esempio Elly Schlein ex deputata del Parlamento europeo, una delle più preparate a Strasburgo, oggi candidata alle Regionali con la lista Emilia-Romagna coraggiosa, ha fermato Salvini alla fine di un comizio a San Giovanni in Persiceto per chiedergli: «Perché non siete mai venuti alle 22 riunioni sui negoziati di Dublino?». Ovvero la riforma migratoria più importante per l’Italia? Salvini è rimasto a guardare per un minuto e mezzo il cellulare. Una pausa sconosciuta al leader della Lega, sempre loquace davanti alle telecamere. «Aspetta un secondo, amica mia», ha detto prendendo tempo, prima di chiudersi in un: «Le riunioni che servivano io le seguivo», e andare via.

Un’altra domanda scomoda e diretta al leader della Lega è arrivata da Luigi Marattin, deputato di Italia Viva che a L’aria che tira su La7 ha chiesto a Salvini di commentare i dati di Banca d’Italia che ha stabilito l’impatto negativo di Quota 100 sull’occupazione, mentre il leader della Lega aveva promesso tre assunzioni per ogni pensionato. «Sui bollettini di Bankitalia che è pagata per vigilare sulle banche e intanto non vigilava a sufficienza perché le banche saltavano, mi permetto di avere dubbi». Urca, un ex vicepresidente del Consiglio mette in dubbio i dati di una istituzione italiana, indipendente per definizione e nessuno dice nulla? Eh, no perché è una schermaglia tra politici. Qualcuno accuserebbe di partigianeria.

Nessuno si aspetta che da ora in poi si faccia il terzo grado a Salvini su qualsiasi dichiarazione. Ma quelle poche volte in cui il leader della Lega romperà la barriera del buon senso o farà un gesto scorretto di cui ogni politico, ogni essere umano, dovrebbe rendere conto, si potrebbe cercare di contestare e almeno chiedere spiegazioni. Oppure supportare il cronista kamikaze che lo incalzerà, anche rischiando di non averlo più ospite in un suo programma o di non poterlo più intervistare. Altrimenti a forza di non contestare i politici punto su punto qualcun altro dovrà alzare ancora l’odioso dito e tirare fuori dalla soffitta quell’antipatica massima di giornalismo: «Se una persona dice che piove e un’altra che c’è il sole, il compito del giornalista non è registrare le dichiarazioni di entrambi, ma guardare fuori dalla finestra e scoprire che tempo che fa». Non servono maestrini, tutti lo sappiamo. Allora facciamolo.

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