Hasta la prossima elezioneLa Spagna ha finalmente un governo. Ma è ostaggio degli indipendentisti catalani

Con soli due voti di maggioranza Pedro Sanchez è diventato premier di un governo di coalizione con Unidas Podemos di Pablo Iglesias. Decisiva l’astensione dei 13 deputati dell’Erc che chiedono un nuovo referendum per non staccare la spina

Cinquantatré giorni dopo le quarte elezioni in cinque anni e dieci mesi di governo senza poteri, il socialista Pedro Sanchez è riuscito a ottenere la fiducia dal Parlamento: 167 sì, 165 no, 18 astenuti. La Spagna ha un governo, il primo di coalizione nella democrazia post Francisco Franco. L’alleanza di sinistra-sinistra tra il Partido Socialista Obrero Español e Unidas Podemos di Pablo Iglesias è una chicca per i libri di storia, ma potrebbe cadere da un momento all’altro. Perché l’elefante nella stanza della politica spagnola rimane sempre quello: la questione catalana. Da destra a sinistra partiti spagnoli fingono di non vederla ma rimane sempre lì. E basta uno starnuto politico per far cadere tutto.

A ricordarlo ci ha pensato pochi minuti dopo la fiducia Gabriel Rufián, portavoce di Esquerra Republicana de Catalunya, il partito indipendentista catalano che astenendosi ha permesso la nascita del governo. «Se non ci sarà un negoziato, non ci sarà la legislatura». E con un maggioranza di soli due voti il premier dovrà tenersi cari i 13 deputati catalani. Lo scorso febbraio fu proprio l’Erc assieme al Partit Demòcrata Europeu Català a far cadere il primo governo Sanchez non votando la legge di bilancio per punire la non apertura di un negoziato. Allora come ora i catalani chiedono due cose: convocare un nuovo referendum sull’indipendenza della Catalogna e libertà per tutti i leader condannati a ottobre dalla Corte suprema spagnola per sedizione. «Siete dei boia. Non me ne frega niente della governabilità della Spagna» ha detto ieri la deputata dell’Erc Montserrat Bassa, sorella di Dolors, ex consigliera catalana condannata a 12 anni di prigione dopo il tentato referendum. Questa è l’antifona.

Sanchez ha promesso un negoziato che «non dividerà la Spagna in due». La strada sarà stretta ma il premier non ha alternative. Gli altri grandi partiti come Ciudadanos (di centro) e il Partido Popular (di centrodestra) non hanno mai voluto allearsi per paura che potesse aprire un dialogo con Barcellona. Addirittura Pablo Abascal il leader del nazionalista Vox ha definito Sanchez «un traditore». Negli ultimi giorni soprattutto dal centrodestra sono stati tanti gli appelli ai piccoli partiti regionali che rappresentano per esempio le isole Canarie o la città di Teruel, in Aragona, di non partecipare al governo Sanchez. Il premier ne ha trovati cinque, oltre a Podemos. Una coalizione fragile che non avrà la libertà di fare grandi riforme e dovrà vivere alla giornata. Provvedimento dopo provvedimento.

Il rischio è che la Spagna non riesca a uscire dalla corrida politica che l’ha segnata negli ultimi quattro anni: governi di corto respiro, continue elezioni, negoziati estenunati, veti e contro veti. Tutto questo perché nessuno dei partiti vuole prendere il toro per le corna: trovare una soluzione politica alla questione catalana. La condanna della corte suprema è un tampone giudiziario che non ha risolto il problema di fondo e ha lacerato il conflitto tra le istituzioni nazionali e Barcellona. Così si spiega il risultato del partito di estrema destra Vox, arrivato terzo alle ultime elezioni con il 15% dei voti. Il Paese è polarizzato. Quando in Parlamento parla un esponente di Vox, i parlamentari dell’altro grande partito indipendentista, Junts per Catalunya, escono dall’Aula. Lo stesso fanno i nazionalisti quando prendono la prola di baschi di EH Bildu. Un «clima tossico» lo ha definito Sanchez nel suo discorso per ottenere la fiducia del Parlamento.

La questione non morirà col passare dei mesi. A rintuzzare la polemica ci ha pensato lunedì il Parlamento europeo che ha riconosciuto lo status di eurodeputato a Oriol Junqueras, il leader di Junst per Catalunya in carcere con una condanna di 13 anni per sedizione. Un atto dovuto dopo la decisione della Corte di giustizia europea che lo scorso dicembre aveva condannato l’arresto di Junqueras perché è stato eletto come eurodeputato alle elezioni del 26 maggio 2019 e quindi gode dell’immunità politica. Uno schiaffo politico contro Madrid che finora ha impedito la scarcerazione.

Junqueras ha chiesto martedì alla Corte suprema la decisione del Consiglio elettorale centrale spagnolo che gli impedisce di poter andare a Bruxelles a esercitare il suo mandato. Per mettere ancora più pressione al governo, il gruppo di Alleanza libera europea formato dai partiti regionalisti di Catalogna, Paesi Baschi, Fiandre e Scozia, ha nominato Junqueras suo presidente. La carica non è simbolica: l’Ale, ha numeri risicati e fa parte del quarto eurogruppo con più seggi (74 deputati) al Parlamento europeo: il Greens/Efa guidato dai Verdi. Con questa nomina Junqueras diventerà automaticamente vicepresidente dei Verdi/Ale. Sarà difficile per il governo spagnolo impedire a un vicepresidente di esercitare la sua funzione.

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