Storia della sua vagina“The Goop Lab”, ecco come Gwyneth Paltrow si è trasformata in una specie di Wanna Marchi hollywoodiana

Una serie Netflix in sei puntate racconta l’azienda dell’attrice che spaccia rimedi d’antan come fossero terapie innovative. Gli esercizi di sofferenza fantozziana che sottopone ai suoi clienti sollevano temi importanti, ma nel peggior modo possibile

Agosto 2019. Una 62enne canadese si procura ustioni di secondo grado in seguito a una sauna vaginale, pratica promossa alacremente da star e starlette hollywoodiane ma caldamente sconsigliata da qualunque ginecologo del globo.

A sentir le prime, il calore laggiù aumenterebbe il desiderio sessuale oltre a bonificare la zona. Per i secondi, invece, tale attività non avrebbe influssi benefici, limitandosi semplicemente a bruciare come l’inferno. E c’è di più: oltre ai kit per la sauna vaginale e per i suffumigi alle parti intime femminili, negli ultimi anni, una bizzarra miriade di piccoli o grandi oggetti di uso quotidiano ha cominciato a essere disponibile online: spray scaccia vampiri emotivi, uova vaginali al quarzo, confezioni da 60 dollari cadauna di 10 cerotti in sedicente fibra di carbonio (la NASA ha rilasciato un comunicato per prenderne le distanze: contrariamente a quanto indicato dalla didascalia commerciale, questa non è roba da astronauti) e così via.

Tutti i sopracitati indispensabili utensili, insieme a suggerimenti di skincare semplici e veloci come l’apiterapia, che consiste nel farsi pungere ripetutamente il viso dalle api «come facevano gli egizi», sono disponibili (e acquistabili) sul blog di Gwyneth Paltrow, Goop.

Il sito, lanciato nel 2008, vanta 12 anni di vita e un codazzo di polemiche e cause legali già in età da dottorato. Da ultimo, la Paltrow e il suo blog delle meraviglie sono protagonisti di una docu-serie Netflix che approfondisce, grazie all’ausilio di esperti più o meno bislacchi, come vivere al massimo del proprio potenziale. Un compendio di rimedi della nonna sì, ma dell’epoca in cui lei, la nonna, stava speriementando l’Lsd nel caravan multicolor dei suoi compagni hippie.

Ormai il vero mainstream – sì, Netflix – spaccia pura controcultura, ciò che una volta si sarebbe chiamata nicchia, se non freak, e lo fa guardandosi indietro, andando a ripescare mode d’antan, sulla bocca di tutti abbastanza tempo fa da poter essere ricicciate oggi, e suonare quasi nuove alle orecchie di millenials hipster, gen z, terrapiattisti e compagnia.

Più che di io futuribile, sostenibile e tutta la relativa serie di aggettivi che termininano in “bile”, le sei puntate di The Goop Lab hanno per convitato di pietra i fluorescenti anni ’60, riconfezionando in rassicuranti colori pastello gli aspetti più bizzarri del wellness di nostra nonna da nubile.

Comunque le abbiamo viste. E vorremmo parlarne.

Nel 2017, quando il suo Goop vantava già un’ottantina di dipendenti, la Paltrow si è trovata coinvolta in una causa legale terminata con una multa da 145mila dollari per pubblicità ingannevole relativa a ben 51 prodotti dalle proprietà “miracolose” in vendita sul sito. Una specie di Wanna Marchi hollywoodiana, quantomeno per le effettive proprietà, praticamente nulle, dei sieri e delle polverine che aveva messo in commercio a cifre stellari, molto prima delle celebri candele aromatizzate alla vagina. C’è chi è riuscito a portarsi a casa del succo di luna (sic) a un prezzo che sfiora le tre cifre. Ora, alla luce di queste doverose premesse, una domanda sorge spontanea: cosa avrebbe la pretesa di insegnarci The Goop Lab?

Niente. Il disclaimer che apre ogni episodio è piuttosto chiaro: esorta, nero su bianco, a recarsi dal buon caro vecchio medico per qualunque tipo di malattia e disturbo e, in buona sostanza, ricorda di non prendere per oro colato ogni goccia di Goop che Netflix sta per spruzzarci sul muso. Se non fosse che nel corso delle puntate sono moltissime le bislacche pratiche che non vengono analizzate da un punto di vista strettamente scientifico e più o meno tutto, ben lontano da una minima attività di fact-checking, sia preso per buono in virtù della reazione emotiva che genera in chi vi si sottopone. Già, ma chi vi si sottopone?

La stessa Paltrow, qualche volta. Ma soprattutto il suo staff. I dipendenti di Gwyneth vengono mandati in avanscoperta a provare sulla propria pelle le pratiche che, stando alla loro boss, permetterebbero di «ottimizzare il proprio io». È così che li vediamo assumere funghetti allucinogeni in Giamaica per elaborare traumi passati, tuffarsi in laghi ghiacciati e praticare yoga sotto la neve, procurarsi apparenti piccole crisi epilettiche purificatrici sotto l’imposizione delle mani di un chiropratico e molto altro ancora.

Una collaboratrice della Paltrow si ritrova con 100 aghi in faccia per sottoporsi a un trattamento che unisce skincare e agopuntura dai risultati che definiremmo a una prima occhiata, rossastri. L’aura fantozziana dell’intera operazione è forse uno dei più macroscopici, per quanto involontari, fil rouge del documentario: in ogni momento si potrebbe mettere in pausa il video e concentrarsi sulle pupille dei dipendenti coinvolti leggendovi puro terrore misto alla celeberrima massima «Com’è umana lei». Ma al play, quasi tutti appaiono felici, sorridenti e pronti ad abbracciare nuove esperienze sensoriali vestiti in rassicuranti colori pastello che li fanno somigliare a un piccolo battaglione di macarons.

Non tutto il Goop vien per nuocere, però. A prescindere dalle risposte suggerite dal doc, le domande poste sono condivisibili quando non urgenti: che ne è della nostra salute mentale? Meglio due pasticche di Xanax o una seduta di meditazione introspettiva? Di più: perché così tante persone, oggi, avvertono la necessità di assumere psicofarmaci? L’ansia, lo stress, i piccoli o grandi traumi che abbiamo subito possono renderci migliori, se affrontati nel modo corretto. Così incontriamo l’ex soldato americano che si è sparato in testa due volte di ritorno dall’Iraq ed è vivo solo grazie a una pistola inceppata e, a suo dire, all’MDMA assunto in regime terapeutico (in alcuni Stati americani si tratta di una pratica da qualche tempo perfettamente legale, si legge in sovraimpressione). C’è anche il life coach che ha superato il suicidio della moglie grazie all’amore dei loro quattro figli, poco più che bambini all’epoca del fatto, e allo snowyoga. Whatever works, direbbe Woody Allen. E su esperienze così personali, non si possono certo esprimere giudizi.

Poi c’è il sesso. Se qualche tempo fa aveva destato scalpore la guida al sesso anale pubblicata dalla Paltrow su Goop, la terza puntata del documentario ci porta a fare la conoscenza di Betty Dodson, 90 anni compiuti e una vita passata a insegnare alle donne il piacere femminile con tecniche di respirazione e strumenti di suo conio, come il movimento rock’n’roll e un dildo in metallo zigrinato per adattarsi alle esigenze del pavimento pelvico di ognuna di noi.

Nell’episodio, Betty irride la Paltrow che confonde vulva con vagina e viceversa, per poi accompagnare le Goopers in un viaggio alla scoperta delle proprie parti intime con tanto di apposito specchio che ricorda l’incipit del famigerato 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire ma anche e soprattutto lo speculum delle femministe anni ’60. La puntata si rivela una specie di Sex Education rivolta però a un pubblico di adulte. Nulla di estremamente innovativo ma dopotutto utile considerando anche le testimonianze raccolte sul campo: c’è chi a 30 anni non si era mai vista prima laggiù oppure si considerava deforme per una semplice mancanza di informazione: mentre le battute sulle dimensioni del pene partono bene o male dall’asilo, il fatto che ogni vagina sia diversa dall’altra non è entrato nel linguaggio comune o comunque nessuno ne parla apertamente. E sì, per imprimere il concetto c’è una bella parata fotografica di vulve in primissimo piano. Le vulve in questione appartengono alle Goopers che, cosa non si fa per campare, se le fanno immortalare da Netflix. Perché lo dice Gwyneth. E forse anche, dopotutto, per una buona causa.

Da parte sua la Paltrow che, come recentemente emerso preferisce farsi annusare, afferma di aver creato Goop «per dimostrare di poter fare qualcosa di più oltre a darci dentro con Matt Damon a favor di telecamera» e si presta in prima persona a un paio di trattamenti: cinque giorni di digiuno simulato in cui può mangiare solo una barretta alle noci più un paio di zuppe liofilizzate e una pratica di skincare che consiste nel farsi reiniettare in faccia il proprio medesimo sangue centrifugato.

Forse ci stiamo facendo guidare dal corrispettivo hollywoodiano di Flavia Vento ma, allo stesso tempo, il doc, preso per quello che è, ovvero un lungo e bizzarro spot pubblicitario, intrattiene quanto basta e lascia emergere tematiche da non sottovalutare. Nonché una certa esigenza di tornare al passato, ai già citati anni ’60, tra sostanze psichedeliche assunte per aumentare l’autopercezione di se stessi e il ruggente femminismo che per una volta torna a essere tattile e non solo instagrammabile.

Bellezza, insicurezza, lutti, ansie, invecchiamento, salute mentale. Un minestrone di istanze affrontate forse non sempre con i migliori interlocutori possibili (vi lasceremo scoprire da soli l’ultimo episodio in cui spicca una sedicente medium che parla al telefono coi cari estinti altrui), ma che, al netto della confusione hippie e facendo la tara di cosa sia advertising e cosa no, forse valgono un pensiero superficiale che renda la pelle splendida. Api permettendo.

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