Emergenza globaleNon solo coronavirus: la libertà di ricerca scientifica è sotto attacco (ma è più importante che mai)

Non si tratta solo di una questione di sicurezza sanitaria: la circolazione dell’informazione e gli investimenti nel settore aiutano la stessa democrazia. Eppure l’Italia è al 23esimo posto nel mondo. Il 25 e 26 febbraio ad Addis Abeba il Congresso mondiale sul tema

YONHAP / AFP

Il governo cinese sembra sapesse del COVID-19 già dal 7 gennaio. Il medico cinese che per primo ha sollevato il problema e reso nota la minaccia è stato falsamente accusato dal regime, e poi è morto proprio a causa del virus. Un altro numero di medici sono stati incarcerati sulla base delle stesse accuse. La Cina a un certo punto ha annunciato di aver trovato la combinazione di farmaci efficace per combattere la malattia, ma l’Organizzazione mondiale della Sanità l’ha smentita. Nelle ore in cui viene confermata la diffusione del coronavirus anche in Lombardia, dopo i due turisti cinesi già individuati a Roma, la questione della libertà della ricerca scientifica e dell’accesso all’informazione ritornano sotto gli occhi di tutti. E, in questo senso, il caso dell’epidemia cinese è emblematico. Da un lato, perché le restrizioni del regime asiatico alla circolazione dell’informazione hanno aggravato la situazione, mentre si sarebbero potuti prendere provvedimenti molto prima per arginare il contagio (i casi in Cina sono attualmente oltre 74mila, con 2236 morti; a fine gennaio l’OMS ha dichiarato l’emergenza globale), dall’altro perché la scarsità di notizie ha fatto sì che circolasse facilmente anche un gran numero di fake news sul tema, portando, se non al panico, comunque a prendere misure sbagliate per evitare il contagio.

«In piena emergenza coronavirus, la pronta risposta legata alla chiusura di aeroporti e costruzioni di ospedali non è coincisa con un’adeguata circolazione di articoli e pubblicazioni scientifiche disponibili al pubblico tecnico solo a pagamento. Solo settimane dall’inizio dell’epidemia e solo dopo che un gruppo di attivisti online aveva creato un archivio “pirata” aperto a tutti con più di 5000 articoli, i grandi editori commerciali, spinti dalla pressione internazionale, hanno quindi deciso di abbattere – limitatamente a questo tema – i muri che impedivano la libera diffusione degli studi fatti dagli scienziati di tutto il mondo»: così Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, ha commentato la questione a margine della conferenza stampa di presentazione del VI Congresso Mondiale per la libertà della ricerca scientifica, che si terrà il 25 e 26 febbraio ad Addis Abeba, in Etiopia. Un’occasione per riunire alcuni tra gli esponenti più autorevoli della comunità scientifica mondiale per discutere di temi che spaziano dallo sviluppo sostenibile alle cellule staminali ed editing del genoma, diritti sessuali e riproduttivi, libero accesso ai dati e intelligenza artificiale, e un evento più che appropriato per fare il punto sulla libertà a livello mondiale, considerata l’emergenza del virus.

In un mondo dove la circolazione dell’informazione scientifica è sempre più una questione globale, le problematiche relative a censura e limitazioni economiche di vario genere si riflettono infatti non solo all’interno di uno stesso paese, ma in tutto il mondo. Questo è evidente naturalmente in un caso come quello del coronavirus, ma non solo. È, ovunque, una questione di democrazia, spiegano dalla Luca Coscioni. Nella stessa Italia, ad esempio, i divieti e le limitazioni culturali posti alla ricerca su temi come eutanasia, testamento biologico, aborto, liberalizzazione delle droghe, cellule staminali e non solo (la Luca Coscioni li ha raccolti tutti in un libro, “Proibisco ergo sum”) costituiscono un limite non solo al progresso scientifico, ma allo stesso esercizio dei diritti. Basti dire che in una speciale classifica sulla libertà di ricerca elaborata per la Luca Coscioni dal professor Andrea Boggio della Bryan University di Boston sulla base di dati della Banca Mondiale, Unesco, Oecd e World Economic Forum, il nostro Paese figura appena 23esimo per libertà di ricerca. Sul podio, tutti gli altri Paesi occidentali: Belgio, Stati Uniti e Olanda, seguiti da Canada, Sud Africa, Svezia, Cina, Australia, Spagna, India, Francia, Danimarca, Nuova Zelanda, Islanda e Grecia.

Non a caso l’Associazione parla di un vero e proprio “diritto alla scienza”, che l’Onu ora punta a includere tra i diritti fondamentali attraverso un “commento generale” che include la libertà per gli scienziati di condurre ricerche e il diritto per i cittadini di goderne i benefici. «Non si tratta di un nuovo diritto, ma dell’applicazione concreta di decisioni prese dall’ONU mezzo secolo fa, e da allora rimaste inapplicate. Una volta approvato questo testo, gli Stati nazionali di tutto il mondo saranno obbligati a rendicontare le politiche adottate in materia di scienza e tecnologia», ha puntualizzato Marco Perduca, presidente di Science for Democracy, la piattaforma internazionale promossa dall’Associazione Luca Coscioni, e coordinatore del congresso. «Si potrà dunque discutere a Ginevra – come attualmente accade per i diritti umani classici – di creazione e libera circolazione di conoscenza scientifica e di uguaglianza nell’accesso ai risultati tecnologici della ricerca stessa».

«Non è detto che la scienza abbia sempre da subire dei danni da un potere dittatoriale, o dei benefici da un potere democratico. La nostra ambizione è che la democrazia sia in prima fila a difendere le ragioni della scienza, anche per rafforzare se stessa», prosegue Cappato. «Mentre noi abbiamo il problema di investimenti nella ricerca che sono poco più dell’1% del Pil, con un obiettivo europeo al 3%, la Cina investe più del 4%, su una popolazione e una realtà economica di sempre maggiore crescita, quindi c’è persino il rischio che se le democrazie non si danno una svegliata su questo tema, il futuro dello sviluppo tecnologico sia meglio sfruttato dai poteri dittatoriali che da quelli democratici, il che significherebbe la perdita di competitività prima economica e poi anche politica dei sistemi delle democrazie liberali. Questo è un enorme rischio».

Si tratta, va ripetuto, di una sfida mondiale. E infatti non è un caso come la scelta della capitale etiope per ospitare il congresso, voluto da Luca Coscioni nel 2004 e così battezzato da Marco Pannella, sia ricaduta sull’individuazione di «un paese che si sta muovendo verso lo stato di diritto, aprendosi verso ciò che un paese in via di sviluppo deve includere nel proprio progresso», ha spiegato Perduca. E sul caso del coronavirus aggiunge: «la vicenda del medico che per primo ha lanciato l’allarme, poi censurato e a rischio di carcere è abbastanza significativo nel contesto di un diritto alla scienza e di un pannelliano “diritto alla conoscenza”. Se il diritto alla scienza è anche assimilabile alla libertà di opinione, oltre che alla libertà di ricerca, la differenza è che la scienza si basa sui fatti. Il fatto che sia stato zittito qualcuno che lanciava un allarme su un virus, si è poi scontrato con il fatto che il virus non solo esisteva, ma era molto sconosciuto e potente, rispetto a quello che si pensava all’inizio». E infatti ora ne paghiamo tutti le conseguenze. Una ragione di speranza, in tutto questo? «Non è detto che tutta la reputazione di efficienza e attenzione del regine cinese rimanga intatta. Questo emergere lento dei fatti scientifici non solo aiuta la ricerca scientifica e la condivisione di saperi, ma anche la democrazia, dando ulteriori armi a chi ritiene di non essere governato nel migliore dei modi».

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