L’efficienza dei sistemi transnazionaliIl coronavirus ha molto più da insegnarci sul sovranismo di quanto pensiamo

I fanatici dei “pieni poteri” e del “padroni a casa nostra” dovrebbero rivedere le proprie certezze. Perché molte di quelle che spacciano per soluzioni in realtà sono, esattamente, il problema

Miguel MEDINA / AFP

L’emergenza Coronavirus è densa di significati politici, che depongono univocamente a favore di una lettura e di un governo non “sovranista” dei principali problemi globali. Anche se la contagiosità della paura si dimostra ampiamente superiore a quella del virus e i media moltiplicano il potenziale epidemico dell’effetto-panico, la prima impressione è che, con tutte le contraddizioni del caso, la gestione globale di questa emergenza politico-sanitaria rispetti un ordine razionale e rifletta l’efficienza di un sistema di intervento e controllo coordinato su base multilaterale e di forme di collaborazione tra stati e istituzioni scientifiche, tutt’altro che separati da frontiere nazionali.

Passiamo dunque in rassegna le principali e più utili lezioni che, anche in Italia, questa nuova epidemia ha impartito ai fanatici dei “pieni poteri” e dei “padroni a casa nostra”.

La prima e principale lezione riguarda proprio la Cina, che è una potenza economica e militare globale, che ha un peso strategico crescente e un’attitudine imperialistica tutt’altro che dissimulata e che oggi non solo chiede aiuto alla comunità internazionale, anche semplicemente per la fornitura di materiale medico, ma che è costretta a giustificare i ritardi colpevoli nella denuncia dell’emergenza e ad assicurare il massimo della trasparenza nell’evoluzione del contagio, proprio per prevenire rischi di isolamento disastrosi. Neppure i Paesi più forti sono autosufficienti nella gestione delle emergenze; neppure quelli che, come la Cina, non hanno particolari scrupoli a sacrificare i diritti e le libertà fondamentali e a imporre misure draconiane. La Cina non può sfidare la fiducia del mondo senza finire in ginocchio. Allo stesso tempo, non esistono Paesi che da una Cina in ginocchio non finirebbero per subire conseguenze altrettanto dolorose. Meglio accordarsi.

La seconda lezione è che i “pieni poteri” di chi sta al potere non sono affatto una garanzia di sicurezza per chi a quel potere è sottoposto. La principale ragione della propagazione del contagio in Cina è legata ai ritardi con cui le autorità locali hanno ammesso la gravità della situazione, dopo avere proibito la diffusione di informazioni sgradite da parte del personale sanitario. In una società aperta, in cui la libertà di parola degli scienziati, come quella dei cittadini, non è sottoposta al controllo delle autorità politiche, sarebbe stato impossibile impedire per settimane il vaglio pubblico di quella denuncia. Quindi, ad avere innescato il contagio è stato proprio l’esercizio dei “pieni poteri”, che pretendendo di superare gli intralci dello stato di diritto, finiscono per sacrificare pure i diritti fondamentali delle persone. Tra la libertà di parola e il diritto alla salute il legame è molto più stretto di quanto l’opinione pubblica sovranista sia stata abituata a pensare.

La terza lezione riguarda il sistema di intervento costruito esattamente secondo i dettami rifiutati e maledetti da ogni sovranista che si rispetti. Un sistema multicentrico, cooperativo, coordinato da una istituzione internazionale, l’OMS, che non risponde a una legittimazione democratica, e fondato su regole negoziate su base multilaterale. Alla base di questo sistema ci sono molte verità dimenticate nella sbornia sovranista. La prima è che risorse, responsabilità e saperi utili a contrastare un problema globale sono anch’esse globalmente diffuse e mai concentrate nel luogo in cui se ne concentrano le conseguenze. Dai temi della salute pubblica a quelli ambientali, passando per quelli economici, non solo non c’è un’area del mondo immune dai guai delle altre, ma non c’è area del mondo che abbia in sé tutti gli strumenti, siano essi scientifici o politici, necessari per difendersi. L’attuale sistema di prevenzione e controllo delle epidemie, che bene o male funziona, è del tutto incompatibile con l’universalizzazione di un principio di sovranità politica, che non riconosca istanze di diritto e di potere superiori a quelli dello stato nazionale.

La quarta lezione riguarda il rapporto con la scienza, che nelle fasi di pericolo passa dal pregiudiziale sospetto alla devozione para-religiosa, oscillando tra due estremi entrambi irrazionali: da una parte il cospirazionismo, dall’altra il miracolismo. L’evoluzione dell’epidemia e il modo in cui viene globalmente affrontata dimostra che la parte più preziosa della razionalità scientifica è proprio la consapevolezza del carattere limitato del sapere umano e dell’esigenza di sempre ulteriori progressi. La ricaduta cognitiva del populismo politico è una pluralità di atteggiamenti diversi, ma ugualmente irrazionali che vanno dalla credenza nella natura manipolatoria dell’attività scientifica (che ha fatto immediatamente sospettare che il virus fosse un arma batteriologica cinese fuggita dai laboratori, o, al contrario, un’arma usata contro i cinesi da parte del nemico americano), a un atteggiamento manicheo, che porta a concludere che laddove non si giunge a una risposta soddisfacente allora c’è dietro un raggiro o una colpevole ignoranza da parte degli addetti ai lavori. Far vedere con chiarezza e trasparenza che ogni sapere parte da un “non sapere” e non lo colma mai completamente può essere molto utile per un’opinione pubblica, che nel rapporto con la scienza manca innanzitutto di laicità.

Per il bene e la salute dei cittadini italiani, dunque, non occorre solo sperare che l’epidemia sia presto stroncata; occorre anche auspicare che essi sappiano fare tesoro degli insegnamenti di questa vicenda.

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