Ma guarda un po’Di Maio è tornato, panico tra i grillini

Come anticipato da Linkiesta, le dimissioni dell’ex capo politico Movimento erano una farsa. Ora il ministro abbandona il dossier libico, di cui si è occupato per 5 minuti, inneggia a un ritorno alle origini, convoca il popolo in piazza (15 febbraio) e critica l’avvicinamento a sinistra

ALBERTO PIZZOLI / AFP

Nel Movimento qualcuno a mezza voce ha parlato del «ritorno dei morti viventi»: espressione cruda, ma il fatto è che a sorpresa, improvvisamente, Luigi Di Maio è tornato. Dopo l’inconcludente attivismo dei giorni della crisi libica (che non si capisce che fine abbia fatto nell’agenda del governo) e dopo la gag della cravatta slacciata come simbolo delle plateali dimissioni da “Capo politico”, ecco che il ministro degli Esteri rompe il silenzio e chiama le masse alla lotta. Alla lotta contro la “restaurazione” che secondo lui si respira intorno al taglio dei vitalizi e al reddito di cittadinanza, due cavalli di battaglia dei bei tempi, e alla madre di tutte le riforme, la prescrizione bonafedista.

Già, perché il ministro Alfonso Bonafede rischia di essere disarcionato. L’aria è quella di una sconfitta, edulcorata quanto si vuole, ma pur sempre una sconfitta, se si confermerà che la pressione di Matteo Renzi in qualche modo ha smosso il Pd e persino Giuseppe Conte. O si trova un marchingegno che di fatto sterilizzi gli effetti della riforma Bonafede, o la cancella del tutto, oppure si congela tutto per un anno (lodo Annibali): soluzione, questa, che vedrebbe sconfitti i grillini ma non umiliati. L’ex capo politico ha fiutato quest’aria e ha dato una svegliata al suo ministro della Giustizia che ieri è apparso molto tosto («C’è chi minaccia, io lavoro»), negando che ci siano trattative in corso, quando tutti sanno che è il contrario.

Bisogna ripartire, dunque, lungo la scorciatoia più facile, quella dell’evergreen dell’antipolitica. E non è difficile leggere dietro la chiamata al popolo – con tanto di manifestazione il 15 febbraio – una presa di distanza dal Conte bis e soprattutto un no all’avvicinamento al Pd. Chiamando in piazza i militanti il ministro degli Esteri si mette oggettivamente in collisione con il governo di cui fa parte, facendo capire che le “riforme del Movimento” erano state approvate nei bei giorni dell’era gialloverde e cancellate, forse, in quella giallorossa. Ed è un modo per reagire al torpore depressivo che si è impadronito del M5s dopo il massacro elettorale emiliano-calabrese. Con il vecchio balsamo populista l’ex Capo prova a rianimare il grande malato della politica italiana confermando, come dice Paola Taverna, di essere sempre «cittadini con gli elmetti» pronti «alla guerra» (linguaggio non esattamente da vicepresidente del Senato…), quella Paola Taverna che negli ultimi giorni si è riappacificata con Di Maio che infatti, come i Blues Brothers, sta lavorando a ricostruire la vecchia banda.

La traiettoria immaginata dall’uomo di Pomigliano punta tutta a copiare le radiose giornate del Movimento, la stagione euforica della lotta alla casta nel segno del populismo mediatico escogitato in una srl milanese. E la sequenza prevista parte appunto il 15, prosegue fino alla campagna elettorale per il referendum confermativo sul taglio dei parlamentari, e sull’onda della scontata vittoria arriva a quella specie di “festa” del Movimento che saranno i famosi Stati generali ad aprile. Dovevano essere un Congresso? Ma figuriamoci, sarà un’autocelebrazione con il ritorno del vecchio Capo politico alla ricerca di un secondo mandato, un tuffo nel passato per recuperare qualche voto alle regionali di fine maggio.

Tutto questo dovrebbe sbarrare i disegni di chi immagina un Movimento più politico, inevitabilmente attratto nell’orbita del centrosinistra. Stefano Patuanelli e Roberta Lombardi si erano molto spinti in questa direzione, mentre Roberto Fico non pare entusiasta di assumersi l’onore e l’onere di una battaglia a viso aperto contro Di Maio (e forse contro nessuno mai). Mentre la base è disorientata, e divisa fra la “destra” dell’ex Capo e l’attrazione fatale verso il centrosinistra. Inutile dire che in tutto questo a Vito Crimi spetta il compito di sparecchiare la tavola dopo mangiato.

L’agognata remuntada di Di Maio mediante un irrigidimento sulle varie questioni comporterà nuove tensioni nel governo. Certamente è destinata a inasprire ancor più il conflitto con i renziani, mettendo il Pd in mezzo, costretto a fare la parte del pompiere pur di garantire la governabilità e sfidando l’imperturbabilità vagamente dorotea del premier. Ma il ministro degli Esteri – spiegano fonti a lui vicine – non ha alternative se non vuole trascinare il Movimento e se stesso ancora più nel gorgo.

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