KaterLe bombe su Dresda, 75 anni dopo

La sera del 13 febbraio 1945 gli aerei britannici e americani ridussero la città a un cumulo di macerie. Un evento che è passato alla storia, ma anche un oggetto di revisionismo che spiega l’attuale presa dell’estrema destra

Handout / SLUB DRESDEN / AFP

Alle dieci di sera del 13 febbraio 1945, 796 bombardieri pesanti Avro 683 Lancaster e 9 aerei marcatori De Havilland Mosquito della Royal Air Force britannica iniziarono a passare sopra la città di Dresda (nome in codice della contraerea tedesca: Martha Heinrich Acht), e in due ondate scaricarono sulla capitale sassone quasi 2700 tonnellate fra bombe esplosive e bombe incendiarie. Il giorno dopo fu il turno dei B-17 americani.

Ciò che rimase non fu solo un cumulo di macerie, una città devastata dai bombardamenti, ma anche qualcosa la cui storia è forse ancora più disgraziata: un simbolo. Dopo quei due giorni Dresda si trasformò in un buco nero, letteralmente – gran parte del centro storico venne raso al suolo, un incendio che coinvolse una superficie di 15 chilometri quadrati – e metaforicamente: da quel momento “Dresda” diventò una parola chiave della storiografia, della politica, della morale, una sfera oscura dentro cui si mescolano inestricabilmente racconti e ragionamenti, retorica e strumentalizzazioni. Tanto che, più che di Dresda, si può parlare del “mito di Dresda”, la storia delle narrazioni originate da quella terribile notte e del loro uso per fini spesso tutt’altro che nobili.

Una storia che iniziò immediatamente, subito dopo il bombardamento. Già nei giorni successivi Goebbels e il Ministero della Propaganda si misero all’opera per rendere Dresda una vera e propria vittima di guerra, decimata da un attacco di proporzioni inaudite ordito da nemici la cui natura “satanica” e “diabolica” era ormai chiara. Innalzare il numero dei morti faceva naturalmente parte di questa strategia: un rapporto della polizia cittadina del marzo 1945 indicava un totale di circa 25.000 vittime, ma il regime si premurò subito di aggiungere uno zero e far circolare la stima gonfiata, presa per buona e confermata nel dicembre successivo in un pamphlet del Bombing Restriction Committee, un comitato indipendente nato durante la guerra contro i bombardamenti di obiettivi civili. In realtà la cifra fornita dal primo rapporto era corretta, come confermò per ultima nel 2010 una commissione di storici incaricati dalle autorità cittadine di stabilire un dato definitivo e dimostrabile, ma il mito del quarto di milione di morti – su una popolazione all’epoca di 642.000 abitanti, a cui aggiungere fino a 200.000 rifugiati – si dimostrò duro a scomparire, e sopravvive ancora oggi nei circoli di estrema destra. Lo storico negazionista David Irving, ad esempio, ha continuato imperterrito a parlare di stime che variavano fra i 100.000 e i 250.000 morti fino agli anni Novanta inoltrati; soprattutto, però, usava questi numeri fuori scala per insinuare paragoni con l’Olocausto e ridurne la portata genocida. Dresda è stata così trascinata in un confronto quasi blasfemo con Auschwitz, dove secondo Irving – e molti suoi seguaci nell’estrema destra tedesca – magari sarà morto qualcuno, ma al massimo 25.000 persone a voler proprio esagerare: nel bombardamento del 13 febbraio però, così continua il suo ragionamento, bastarono 25 minuti per raggiungere quella cifra. Il vero Olocausto, insomma, sarebbe quello patito da Dresda e dai suoi abitanti. L’obiettivo è chiaro: codificare lo status di vittima del capoluogo sassone, anche attraverso evidenti falsificazioni, per ridimensionare l’atrocità dello sterminio degli ebrei – e le colpe della Germania nazista.


Un altro mito nato dalle bombe del 13 febbraio è quello della rilevanza militare dell’operazione, se cioè ci fossero sufficienti ragioni valide dal punto di vista tattico e strategico per attaccare con tale ferocia la “Firenze dell’Elba”, com’era chiamata Dresda per la sua ricchezza e vivacità culturale (secoli prima, però). Un mito la cui storia è ancora più complessa di quella del conteggio dei morti, in cui si intrecciano le motivazioni dell’estrema destra, sempre presenti, e le logiche della guerra fredda.

L’enorme devastazione causata dalle bombe causò fin da subito imbarazzi nelle forze alleate, ben consapevoli del fortissimo impatto emotivo che le immagini della città distrutta ebbero anche al di fuori della Germania: anche per questo motivo si cominciò ben presto a introdurre quasi una distanza di sicurezza, una separazione che neutralizzasse in qualche modo le domande sulla responsabilità effettiva dell’attacco e sulla sua legittimità. Ad esempio, fra le accuse rivolte ai gerarchi nazisti al processo di Norimberga venne escluso ogni riferimento a operazioni di bombardamento, proprio per evitare qualunque parallelismo con quanto avvenuto a Dresda. Non mancarono comunque, fin dai primi anni Cinquanta e non solo da fonte tedesca, richieste di chiarimenti e di inchieste per stabilire se davvero il bombardamento potesse essere considerato un crimine di guerra. E se da un lato ci si sforzò di spiegare le ragioni dietro l’operazione, sottolineando l’importanza strategica di Dresda come crocevia fra i due lati del fronte, dall’altro si iniziò a spingere – soprattutto da parte americana – su una ricostruzione che vedeva all’origine del bombardamento la pressione esercitata dall’Unione Sovietica per avere adeguata copertura aerea all’avanzata da oriente. La catena di eventi che condusse alla decisione era in realtà tutt’altro che semplice da chiarire, ma la forza tragica delle immagini di una città ridotta in cenere trasformò subito la ricerca dei responsabili in una vera e propria caccia ai colpevoli. E dal punto di vista occidentale risultava piuttosto semplice far passare i sovietici per i cattivi: da parte sovietica, in maniera speculare, Dresda divenne invece l’esempio più evidente del cinico e sfrenato imperialismo militare dei paesi capitalisti. In realtà qualcosa di vero c’era in entrambe le versioni: pare che davvero i sovietici avessero chiesto aiuto alle forze alleate per alleggerire il fronte orientale tramite bombardamenti mirati, ma Dresda figurava anche fra gli obiettivi già presi in considerazione dallo stato maggiore angloamericano – per quanto, secondo alcuni report, fosse ritenuto un bersaglio secondario. Ma la logica della guerra fredda si era già messa all’opera a pieno regime, e non consentiva sottigliezze: Dresda divenne quindi parte del campo di battaglia fra i due blocchi, un simbolo della distruzione causata dalla guerra manovrato come una clava da una parte e dall’altra. Tanto che Dresda ormai non è più solo sinonimo della barbarie bellica, ma anche di strumentalizzazione politica e falsificazione storica. Che continuano ancora oggi, sfruttando il bombardamento per fini soprattutto nazionalistici o direttamente xenofobi – come succede dalle parti di Pegida, nata qui, e tra alcuni esponenti di primo piano di AfD.

La questione, però, forse non è così semplice, ed ha a che fare con l’importanza e la fragilità della memoria. Come ha ricordato l’ex Presidente della Repubblica Federale, Joachim Gauck, in un discorso tenuto a Dresda nel 2015 per il settantesimo anniversario, quella notte del 13 febbraio è diventata per la città un momento determinante, “un punto di riferimento per la lotta per l’identità e la percezione di sé”. La fine di una Dresda che ha cessato di esistere, e la nascita sotto le rovine di un’altra Dresda, le cui macerie costituiscono una parte essenziale del proprio essere: e lo stesso vale per molti degli abitanti. Magari alcuni possono vedere nel ridimensionamento del numero dei morti un ridimensionamento anche della tragedia che hanno vissuto, e in qualche modo della loro stessa identità: e probabilmente in questo senso l’estrema destra, con la sua retorica incendiaria, ha gioco facile. Moltissime altre città tedesche furono bombardate in modalità non dissimili: Amburgo, ad esempio, soffrì sotto raid aerei molto più numerosi che causarono morte e distruzione su scala perfino maggiore, ma Dresda rimase e rimane eccezionale, anche e soprattutto per l’incrocio di storia, politica e strumentalizzazione che l’ha trasformata immediatamente in un simbolo, con significati diversi ed addirittura opposti in base a chi l’ha maneggiato – e continua a maneggiarlo.

Un’altra dimensione si è aggiunta col tempo al carico simbolico di Dresda: quella della riconciliazione, e della pace. La Frauenkirche, rimasta per sessant’anni in rovina quasi come monito, è rinata con un’opera di ricostruzione e restauro iniziata nel 1990 e conclusa con la consacrazione del 2005, a cui hanno contribuito in maniera significativa Stati Uniti ed Inghilterra. Ed è del 1959 il gemellaggio con Coventry, la città delle West Midlands inglesi devastata nel 1940 dai bombardamenti nazisti.

Ma è un altro gemellaggio, simbolico e non ufficiale, che vale la pena ricordare, citato sempre dall’ex presidente Gauck nel suo discorso di cinque anni fa. Un gemellaggio realizzato da una donna, che recuperò fra i detriti un prezioso piatto di porcellana – finissimo artigianato tradizionale, per due secoli vanto di Dresda – e lo portò ai sopravvissuti di Guernica, la città basca distrutta dalla Luftwaffe nel 1937. Una richiesta di perdono e un desiderio di riconciliazione che – come ha ricordato Gauck – “furono compresi, e accettati.”

Kater è un blog collettivo che parla di Germania – o almeno ci prova – al di là di semplificazioni, stereotipi e luoghi comuni. Perché la Germania è grande e complessa, e insieme proviamo a capirla e a spiegarla.

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