La scimmia rivestitaNon credete alla semplicità di Gabbani: è un cantautore raffinato che ci fa ballare

Con il suo ultimo album, “Viceversa”, il cantante di Carrara non rinuncia a un millimetro del suo stile: ritmo, melodie orecchiabili e tanti giochi di parole. Convince e fa sorridere. La dichiarata ricerca del “succo delle cose” sembra più un pretesto per cantare verità banali ma fondamentali

copertina di Viceversa

Aveva promesso “niente intellettualismi”, Francesco Gabbani. Aveva garantito che con le canzoni del suo nuovo album, intitolato Viceversa – come quella arrivata al secondo posto a Sanremo 2020 – sarebbe andato “al succo delle cose”, senza tanti giri di parole. Ecco, da segnarsi in agenda: mai dare retta a Gabbani.

Perché con queste nuove tracce il cantautore di Carrara mostra di non avere rinunciato di un millimetro del suo stile personale. Citazionismo ironico e vizio del virtuosismo linguistico – a volte anche a costo di sacrificare il senso (ma, si sa, nelle canzoni l’oscurità è evocativa) – insieme a melodie orecchiabili di facile presa. In mezzo, tante riflessioni, pensieri e domande. Tanto “intellettualismo”.

Per il resto, è un “inno alla condivisione”, come dice lui, che si distende per una mezz’ora di ritmi scoppiettanti, “un po’ up e un po’ down” (Viceversa), in cui si ricorda che “tutto è relativo” (Einstein), mentre gioca in bilico tra Morgan, citato per nome, e Giacomo Leopardi (“tra i pensieri è un naufragare”) fino a lanciare, con Il sudore ci appiccica, una canzone destinata alle spiagge (dove tutti si chiederanno, ascoltandola, cosa volesse dire con “Italia banana”).

Non rinuncia alla politica: “Io per partito preso non ho più capito / se il popolo ha ragione o il popolo è impazzito” (È un’altra cosa). Invoca una rivoluzione di valori: “La timidezza è guerriglia pacifista”, o “la comprensione terra-aria pacifista” (Bomba pacifista) e ricorda che “la votazione porta all’astensione” (Cinesi).

Proprio questa canzone, la quarta di nove, rappresenta il cuore dell’album ed è un vero e proprio manifesto del Gabbani-pensiero. Forse è qui il “succo delle cose” cui accenna nelle interviste? Del resto si parla della vita semplice di una coppia squattrinata, per la quale anche gli abiti “in saldo” sono un lusso eccessivo. No, anzi. Più la canzone va avanti, più quello che viene delineato somiglia a un autoritratto ideale. Eccolo: “Noi che siamo in pace perché siamo quel che siamo”, cioè gente semplice che si accontenta “di quel che rimane / in questo deserto che c’è”, persone che sanno che “cambian le bandiere ma il formaggio con le pere / resta sempre buono”. E ripete: “Siamo quello che mangiamo e quello che pensiamo”, fino al verso più gozzaniano di tutti: “Pensami più forte e stringi la forchetta in mano”.

Questo inno a una semplicità da tinello, fatta di buone cose e di pessimo gusto, ha una funzione importante: ricordare a tutti che Gabbani è sempre il bravo ragazzo con la testa a posto, tanta gavettta alle spalle, qualche stranezza (la scimmia) ma zero trasgressioni. Che resta umile anche se vince a Sanremo, che non si atteggia a cantautore impegnato (perché non lo è), e non aderisce alle mode del momento (“le tendenze vecchie fanno finta di essere nuove”, sempre Cinesi). Uno che non se la crede, insomma, che pensa alla “forchetta” e che sa raggiungere alla bisogna e con formulazioni pane al pane vino al vino verità fondamentali. Come “Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa” (Viceversa) o “Un sorriso al posto del coltello sarebbe stato molto meglio” (Cancellami). Qui è il formaggio con le pere.

Se questo album è “il succo delle cose”, allora Gabbani si è preso gioco di tutti. E se l’operazione non è “intellettualistica”, è perché ci sta – perdonate – gabbando. Con il sorriso sotto i baffi, nascosto tra i giochi di parole esasperati, le storpiature più o meno illuminanti, le citazioni mid-cult (“la scimmia nuda balla”, Occidentali’s Karma, è il caso principe), che soddisfano anche il pubblico più studiato senza però spaventare gli altri, Gabbani riesce a un tempo a guadagnarsi la (meritata) patente di cantautore e a far ballare e cantare un pubblico variegato e pop come quello di Sanremo – e, giù per li rami, del Paese tutto. Segnarselo, allora: mai dare retta a Gabbani. Perché non è il bravo ragazzo che sembra, bensì, un gran furbone di talento.

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